Tumore al seno: dalla prevenzione alla diagnosi precoce

A volte è poco più di una sensazione, una sorta di fastidio, altre volte è una cisti o un gonfiore e subito, consapevoli del rischio che corriamo in quanto donne, corriamo dal medico pregando che la diagnosi non sia quella temuta: tumore al seno. Purtroppo la diagnosi non è così infrequente: il tumore al seno, infatti, colpisce una donna su otto nell’arco della vita e rappresenta il 29% di tutti i tumori che colpiscono le donne, tanto da essere la prima causa di mortalità per cancro nel sesso femminile, con un tasso di mortalità pari al 17% di tutti i decessi che hanno una causa oncologica. Dati alla mano, emerge con ancora più forza l’importanza di prevenire: vediamo quindi immediatamente quali sono gli esami consigliati per la prevenzione del tumore al seno!

Tumore al seno: dalla prevenzione alla diagnosi precoce

Tumore al seno: tutti gli esami consigliati per la prevenzione

Per ridurre le possibilità di sviluppare un tumore al seno sono necessarie due cose: uno stile di vita sano e attento – esercizio fisico e alimentazione con pochi grassi e molti vegetali, in particolare broccoli, cavoli, cipolle, tè verde e pomodori – ed effettuare gli appositi esami di controllo con regolarità.  Anche l’allattamento al seno è uno “strumento” di prevenzione del tumore al seno: allattare, infatti, aiuta le cellule del seno a raggiungere la loro piena maturazione, rendendole più resistenti nei confronti di eventuali trasformazioni neoplastiche, ossia quelle responsabili del cancro.

Per quanto riguarda gli esami clinici, la mammografia è a oggi la tecnica più sicura per una diagnosi precoce. Le linee guida redatte dal Ministero della Salute consigliano di sottoporsi a una mammografia ogni due anni, in particolare dai 50 ai 69 anni di età, ma la frequenza può variare su indicazione del medico in base a diversi fattori come la familiarità della patologia e sulle caratteristiche individuali e la storia personale di ogni donna.

Anche l’ecografia può rivelarsi molto utile, soprattutto nelle donne giovani che ancora non si sottopongono alla mammografia. In particolare, è bene ricorrere con tempestività a un’ecografia, dopo aver consultato il medico di base, in caso di comparsa di noduli che l’ecografia può analizzare.

La risonanza magnetica non è un esame cui si ricorre con frequenza: il medico, infatti, la consiglia nel caso in cui il seno sia molto “denso” o per verificare eventuali dubbi diagnostici.

La visita senologica, dal canto suo, è una buona abitudine da segnare sul calendario almeno una volta all’anno, indipendentemente dall’età.

Ricordiamoci poi dell’autopalpazione, tecnica che ci consente di individuare in autonomia e precocemente eventuali variazioni intervenute nel nostro seno. Naturalmente la diagnosi e la prevenzione non possono passare per l’autopalpazione, che rappresenta un “di più” – e assolutamente non una sostituzione – rispetto alla visita e a tutti gli esami che abbiamo citato sinora.

Vale la pena spendere qualche parola anche sui test genetici volti alla ricerca dei geni BRCA 1 e 2, responsabili dello sviluppo di alcune forme ereditarie di tumore al seno: sono sicuramente uno strumento utile ma solo in casi particolari evidenziati dalla genealogia. Prima di sottoporsi a un test genetico è necessario rivolgersi a un genetista che confermerà l’eventuale utilità dell’esame. Qualora il test risulti positivo, il medico consiglierà di potenziare le misure di controllo e prevenzione come mammografie ed ecografie che dovranno essere effettuate a cadenza molto più ravvicinata del solito al fine di identificare il tumore al seno al momento del suo insorgere. In alternativa, ma solo in casi molto particolari, è possibile sottoporsi a un’ovariectomia e/o una mammografia preventiva.

Come abbiamo accennato, nella prevenzione del tumore al seno conta anche lo stile di vita: vediamo come prevenire il cancro con l’alimentazione!

Prevenire il tumore al seno con la dieta

Come abbiamo già accennato, ci sono studi scientifici che hanno dimostrato l’efficacia della dieta nella prevenzione, in particolare nei confronti dei casi di recidiva di tumore al seno. In particolare, un’alimentazione sana e utile per la prevenzione del cancro al seno deve prevedere un elevato contenuto di fitoestrogeni – ossia ormoni vegetali piuttosto simili agli estrogeni femminili – che possiamo trovare soprattutto nella soia e nei suoi derivati, come pure nei semi di limo, nei legumi, nel cavolo, nei frutti di bosco e nei cereali integrali.

Una dieta corretta in termini di prevenzione deve inoltre prevedere un consumo ridotto di zuccheri raffinati che provocano innalzamenti insulinici nel sangue, a loro volta rei del diabete. In luogo degli zuccheri raffinati è bene quindi consumare zuccheri grezzi e amidi. È inoltre opportuno assumere una buona quantità di crucifere – rape, senape, cavolfiori, rucola, cavoli e cavolini di Bruxelles, ravanelli – che sono in grado di avere degli effetti positivi sul metabolismo degli ormoni. Infine, gli studi consigliano di privilegiare il pesce tra le proteine animali, possibilmente combinato con grandi quantità di fibre (frutta, verdura, cereali e legumi); di contro, sono da limitare uova e latticini, senza però perdere d’occhio l’apporto di calcio che serve dal canto suo per prevenire l’osteoporosi.

Ora che abbiamo visto le tecniche di prevenzione, vediamo quali possono essere i sintomi del tumore al seno!

Tumore al seno: i sintomi

I sintomi del tumore al seno possono essere diversi, ma – almeno a livello generale – nelle fasi iniziali non si avverte alcun dolore. Lo dimostra uno studio effettuato su un campione di un migliaio di donne che soffrivano di dolore al seno: solo lo 0,4% di loro aveva sviluppato una lesione maligna, mentre nel 12,3% dei casi era presente un tumore benigno al seno (per esempio cisti). Le donne restanti non avevano alcun disturbo, ma provavano dolore a causa delle naturali variazioni ormonali durante il ciclo.

Anziché immaginare di sentire dolore, dunque, è bene cercare noduli palpabili o addirittura visibili, tenendo conto che, purtroppo, questi sono segnali di una forma già avanzata di tumore al seno e non di una forma precoce, notoriamente più facile da curare.

È opportuno rivolgersi al medico anche qualora notassimo delle variazioni nel capezzolo (per esempio una rientranza), perdite da un solo capezzolo – se la perdita coinvolge entrambi i capezzoli la causa più probabile è di natura ormonale – e alterazioni nella pelle (come per esempio un aspetto a buccia d’arancia o dei piccoli “buchi” o rientranze) o nella forma del nostro seno.

Nonostante quanto detto sinora, dobbiamo tenere conto che la stragrande maggioranza dei tumori al seno non dà luogo ad alcun segno o sintomo ed è individuabile solo con la mammografia o in alternativa, per le donne di età compresa fra i 30 e i 45 anni, con l’ecografia. Ragion per cui è fondamentale effettuare con regolarità questi esami.

Ci sono tuttavia anche dei falsi miti sul tumore al seno: scopriamo quali sono!

I falsi miti sul tumore al seno

Come segnala la Lega Italiana per la Lotta al Tumore, il tumore al seno è vittima anche di falsi miti.

In particolare i tre fattori ritenuti un’avvisaglia dell’insorgenza di un tumore al seno – traumi, dolore e volume del seno stesso – non hanno nessuna incidenza perché, come abbiamo già detto, le forme iniziali non provocano alcun dolore. Nell’immaginario collettivo, inoltre, ci sono altri elementi percepiti come pericolosi per il seno, vale a dire le biopsie, le mastopatie e le protesi estetiche. Se è vero che la mastopatia fibrocistica è piuttosto comune, è altrettanto vero che questa patologia caratterizzata da noduli su entrambe le mammelle non innalza il rischio di sviluppare un cancro al seno. Idem per le protesi estetiche, che tuttavia possono rendere più complicata una diagnosi o l’individuazione di noduli. Il tanto temuto agoaspirato, poi, non favorisce affatto la diffusione di cellule tumorali, come alcuni pensano, ma anzi è fondamentale per giungere a una diagnosi corretta della patologia che affligge la donna. In ultimo, i marcatori CEA e CA 15.3 non sono affidabili per la diagnosi precoce: i loro valori, infatti, subiscono incrementano solo in caso di una forma avanzata di tumore.

Se questi sono falsi miti, i sintomi a cui prestare realmente attenzione, come già detto, sono le variazioni del tessuto mammario, i noduli nella mammella o sotto l’ascella, gonfiori, irritazioni della pelle del seno o arrossamenti nell’area del capezzolo. 

Prima di capire come viene effettuata la diagnosi, vediamo quali sono i diversi tipi di tumore al seno!

I diversi tipi di tumore al seno

Esistono due tipi di tumore al seno: questa patologia infatti si divide in forme invasive e forme non invasive.

Le forme invasive sono le seguenti:

  • Carcinoma duttale: supera la parete del dotto. Rappresenta tra il 70 e l’80% di tutte le forme di cancro del seno;
  • Carcinoma lobulare: supera la parete del lobulo. Rappresenta il 10-15% di tutti i tumori del seno. Può colpire contemporaneamente entrambi i seni o insorgere in più punti dello stesso seno;
  • Altre forme di carcinoma meno frequenti sono il carcinoma tubularepapillaremucinosocribriforme. Hanno prognosi favorevole.

Le forme di tumore al seno non invasive, invece, sono:

  • DIN: Neoplasia duttale intraepiteliale (carcinoma in situ):
    • Grado 1A (DIN 1A): atipia epiteliale piatta (secondo alcuni studi recenti questa forma dovrebbe essere considerata precancerosa e non un vero e proprio tumore);
    • Grado 1B (DIN 1B): iperplasia duttale atipica;
    • Grado 1C (DIN 1C): neoplasia duttale intraepiteliale ben differenziato (grado 1);
    • Grado 2 (DIN 2): neoplasia duttale intraepiteliale moderatamente differenziato (grado
    • Grado 3 (DIN 3): neoplasia duttale intraepiteliale scarsamente differenziato (grado 3).
  • LIN: Neoplasia lobulare intraepiteliale
    • LIN 1 neoplasia lobulare intraepiteliale grado 1;
    • LIN 2 neoplasia lobulare intraepiteliale grado 2;
    • LIN 3 neoplasia lobulare intraepiteliale in situ.

Quanto all’evoluzione delle lesioni, il tumore al seno si divide in cinque stadi:

  • Stadio 0: è chiamato anche carcinoma in situ. Può essere a sua volta di due tipi:
    • Carcinoma lobulare in situ: non è un tumore aggressivo ma può essere un fattore di rischio per la formazione successiva di una lesione maligna;
    • Carcinoma duttale in situ (DCIS): colpisce le cellule dei dotti e aumenta il rischio di cancro nello stesso seno. È considerato una forma precancerosa più che un vero e proprio tumore. Nella maggior parte dei casi, infatti, non si evolve verso un cancro vero e proprio ma regredisce spontaneamente grazie ai meccanismi di difesa dell’organismo (in primo luogo il sistema immunitario).
  • Stadio I: è il cancro in fase iniziale, con meno di 2 centimetri di diametro e senza coinvolgimento dei linfonodi;
  • Stadio II: è un cancro in fase iniziale di meno di 2 centimetri di diametro che però ha già coinvolto i linfonodi sotto l’ascella oppure si tratta di un tumore di dimensioni superiori a 2 centimetri di diametro che però non ha ancora coinvolto i linfonodi;
  • Stadio III: è un tumore localmente avanzato, di dimensioni variabili, che ha già coinvolto i linfonodi sotto l’ascella oppure i tessuti vicini al seno (per esempio la pelle);
  • Stadio IV: è un tumore al seno con metastasi che hanno già coinvolto altri organi al di fuori del seno.

Se la lesione viene identificata allo stadio 0, il tasso di sopravvivenza al tumore al seno a cinque anni nelle donne trattate è del 98%, anche se le ricadute variano tra il 9 e il 30% dei casi a seconda della terapia effettuata. Se i linfonodi contengono cellule tumorali, la sopravvivenza a cinque anni è del 75%.

Nel cancro con metastasi, cioè quello che ha già colpito altri organi oltre al seno (in genere i polmoni, il fegato e le ossa), la sopravvivenza media delle pazienti che hanno curato con la chemioterapia il tumore al seno è di due anni; ciò significa che in alcuni casi la sopravvivenza può essere molto più lunga, anche fino a dieci anni.

È giunto il momento di capire come si effettua la diagnosi!

La diagnosi di tumore al seno

Per ottenere una diagnosi del tumore al seno è necessario sottoporsi a una mammografia o a un’ecografia mammaria a seconda della nostra età; per scongiurare qualsiasi dubbio, in ogni caso, si eseguono generalmente entrambi gli esami con l’aggiunta, se necessaria, della risonanza magnetica.

Per individuare i noduli o le formazioni che possono destare sospetto, il medico in genere prescrive una biopsia, che può essere eseguita direttamente in sala operatoria oppure in ambulatorio con conseguente esame citologico e microistologico. L’esame citologico esamina le cellule, mentre l’esame microistologico analizza il tessuto per stabilire tanto la natura della patologia quanto le sue caratteristiche biologiche.

Può essere effettuata anche una particolare biopsia, la biopsia liquida (detta anche lavaggio dei dotti) che prevede l’introduzione di liquido nei dotti galattofori attraverso i forellini sul capezzolo. Dopo il lavaggio, il liquido conterrà cellule della parete dei dotti che potranno quindi essere analizzate per individuare eventuali anomalie in una zona più ampia di quella valutabile con la sola biopsia tradizionale.

Una volta effettuata la diagnosi, naturalmente, si procede con la messa a punto della cura più adeguata.

Come si cura il tumore al seno?

La stragrande maggioranza di donne colpite da tumore al seno – anche se non tutte – indipendentemente dallo stadio del cancro, viene trattata con un intervento chirurgico di rimozione dei tessuti affetti dalle lesioni cancerose. Se è possibile, la chirurgia sarà tipo conservativo (quadrantectomia), volta cioè a salvare il seno asportando esclusivamente la parte malata per poi procedere con la radioterapia che cura la restante parte di ghiandola mammaria e soprattutto la tutela da eventuali recidive del tumore.

L’intervento chirurgico può anche prevedere, qualora siano interessati dal tumore, l’asportazione dei linfonodi dell’ascella. Per sapere se ci sia coinvolgimento dei linfonodi si ricorre alla cosiddetta tecnica del linfonodo sentinella, che consiste nell’individuazione del linfonodo che drena la linfa della zona in cui si trova il tumore. Naturalmente il linfonodo sentinella viene poi analizzato: se non mostra traccia di cellule tumorali gli altri linfonodi non vengono toccati. In caso contrario si procede allo svuotamento del cavo ascellare con la rimozione di tutti i linfonodi dell’ascella. 

Qualora si renda necessaria l’asportazione di più di un quadrante del seno si effettua una mastectomia parziale o segmentale, a sua volta seguita dalla radioterapia. Se il tumore al seno è in una delle fasi iniziali – stadio I o II – la quadrantectomia con radioterapia è efficace tanto quanto l’asportazione del seno. La stessa procedura, in media, si segue anche per le neoplasie interepiteliali.

L’asportazione completa del seno viene effettuata negli stadi più avanzati del tumore: in questo caso la tecnica prende il nome di mastectomia radicale modificata. Nello specifico vengono asportati la ghiandola, il linfonodo sentinella e, se serve, anche tutti gli altri linfonodi dell’ascella; in casi più rari si può arrivare all’asportazione di una parte o dell’intero muscolo pettorale e della pelle sovrastante.

Le evoluzioni della medicina e della chirurgia consentono oggi di salvare in molti casi il capezzolo e buona parte della cute grazie alla protezione della zona areolare con una radioterapia mirata erogata direttamente in sala operatoria o nei giorni immediatamente successivi all’intervento.

Tanto la chirurgia conservativa quanto la mastectomia prevedono poi la ricostruzione del seno già nel corso dell’intervento. Ma cosa succede dopo l’operazione? Il tessuto asportato viene analizzato dal punto di vista istologico e biologico, gradino base per andare poi a mettere a punto le terapie precauzionali – generalmente con farmaci anticancro – che riducano al minimo il rischio di metastasi a distanza. 

La chemioterapia per il tumore al seno, dal canto suo, non è sempre necessaria ma viene valutata caso per caso. Per esempio può essere consigliata anche nelle fasi iniziali del tumore a scopo precauzionale e per aumentare gli anni di sopravvivenza. Recentemente sta conoscendo una progressiva diffusione anche la chemioterapia neoadiuvante, somministrata prima dell’intervento per ridurre le dimensioni e l’aggressività del tumore.

Queste informazioni sono del tutto generali: i medici infatti valutano in base alle caratteristiche di ogni singolo tumore e di ogni singola paziente le terapie e le cure da somministrare. Chiudiamo quindi questa trattazione cercando di capire quali siano i soggetti maggiormente a rischio di sviluppo di un tumore al seno.

Tumore al seno: chi sono i soggetti maggiormente a rischio?

I fattori di rischio per il tumore al seno, anche se non possono sempre essere oggetto di prevenzione, sono i seguenti:

  • Età: Oltre il 75% dei tumori al seno colpisce donne dai 50 anni in su;
  • Familiarità: Tra il 5 e il 7% delle donne con tumore al seno ha più di un familiare stretto a sua volta malato;
  • Geni BRCA1 e BRCA2: Le mutazioni di questi geni sono responsabili del 50% delle forme ereditarie di tumore al seno e alle ovaie;
  • Gli ormoni: Un utilizzo eccessivo di estrogeni favorisce lo sviluppo del tumore al seno. In tal senso, qualsiasi elemento che aumenta la produzione di estrogeni ha un effetto negativo sul tasso di rischio di sviluppo di un cancro al seno (le gravidanze riducono la produzione di estrogeni e hanno quindi un effetto protettivo);
  • Alterazioni del seno: Le cisti e i fibroadenomi non aumentano il rischio di cancro, ma vanno tenuti sotto controllo i seni che già alle prime mammografie mostrano tessuti densi o iperplasia del seno, una forma benigna di crescita cellulare;
  • Fumo e obesità.
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