Cos'è la Sindrome di Parigi, che potrebbe aver colpito anche te se ci sei stato

Parigi, una città senza tempo che affascina e fa sognare chiunque. O quasi. Scopriamo cos’è la sindrome di Parigi e perché si manifesta in chi visita la Ville Lumière con (forse) un po' troppe aspettative.

Aspettativa e realtà, ovvero l’eterno conflitto tra ciò che ci si immagina e quello che, invece, si vive davvero. Una lotta che non risparmia niente e nessuno. Persone, cibo, lavoro, viaggi, tutto. Ma cosa accade quando le aspettative nei confronti di una delle città più celebrate e belle al mondo vengono disattese? Ci si può ammalare, arrivando a soffrire della cosiddetta “Sindrome di Parigi”.

Un disturbo che, come indica la parola stessa, interessa in modo particolare la capitale francese. La cultura, gli abitanti, l’atmosfera e tutto ciò che la riguarda e che (in molti casi) differisce in modo sostanziale da quanto, invece, ci si era immaginato.

Ma perché, nonostante la bellezza tanto decantata di questo luogo, alcune persone (in particolare i Giapponesi) vengono colpite da questa malattia? Vediamolo insieme.

Cos’è la sindrome di Parigi?

Protagonista indiscussa di film come il romantico “Cenerentola a Parigi” con Audrey Hepburn e Fred Astaire o “Il favoloso mondo di Amélie”, interpretato da Audrey Tautou, la città di Parigi racchiude in sé un fascino irreale e senza tempo.

Romantica e avventurosa, malinconica ma ricca di possibilità. Un luogo affascinante e alla moda. Dal carattere aperto e gentile. O almeno questo è quanto traspare dal cinema, dai libri e dai racconti che richiamano a Parigi e ai chi la abita.

Caratteristiche che, insieme, vanno a formare tutta una serie di aspettative verso il luogo stesso. Un carico di desideri legati alla città e alle esperienze che si potranno vivere una volta arrivati a destinazione.

E se l’immagine cinematografica romantica ed eterea di Parigi non corrispondesse esattamente alla realtà? Se la tanto maestosa Tour Eiffel non fosse come la si era immaginata? Sempre maestosa, certo, ma non poi così bella o emozionante?

Quello che accade è lo sgretolamento delle proprie speranze e la comparsa di sentimenti come delusione, ansia e stress. La cosiddetta “sindrome di Parigi”, una patologia che colpisce coloro che sperimentano un disagio verso un luogo che si era idealizzato nella propria mente (anche a causa dell’immagine che viene proposta all’estero) e che, una volta arrivati, non soddisfa le aspettative create, generando così una condizione di malessere sia fisico che mentale.

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Sindrome di Parigi: i sintomi

Un disturbo psicologico transitorio che venne identificato nel 1986 dal professor Hiroaki Ota, mentre lavorava in Francia e che si manifesta, soprattutto nei turisti giapponesi.

Successivamente anche lo psichiatra dell’Hôtel-Dieu di Parigi, Youcef Mahmoudia, analizzò questa particolare patologia descrivendola come «una manifestazione di psicopatologia dovuta al viaggio, piuttosto che a una sindrome del viaggiatore».

Secondo Mahmoudia, infatti, l’eccitazione provata per essere a Parigi, la città dei propri sogni, era la causa di un’accelerazione del battito cardiaco. Questo, di conseguenza, provocava uno stato di ansia e tutta una serie di altre conseguenze.

La sindrome di Parigi, infatti, al di là del motivo per cui si scatena, si manifesta con dei sintomi ben precisi e più o meno gravi.

Tra quelli meno “problematici” ci sono:

  • irritabilità;
  • aumento della sudorazione;
  • sensazione di vertigine.

Tra i disturbi più impattanti per chi li subisce, invece, i principali sia a livello fisico che psicologico sono:

  • ansia;
  • problemi emotivi;
  • allucinazioni;
  • alterazione delle percezioni sensoriali;
  • depressione;
  • tachicardia;
  • possibilità di arresto cardiaco;
  • manie di persecuzione.

Quest’ultimo, in particolare, si manifesta quando si è avuta un’esperienza poco piacevole con un abitante di Parigi o comunque qualcuno del posto e deriva sempre dall’aspettativa che ci si era fatti sulle persone e la cultura della città. Provocando un vero e proprio shock a livello emotivo.

Sintomi estremamente problematici per chi li vive e che possono subentrare dopo poche ore dall’arrivo nel luogo o anche al rientro dal viaggio. Ma cos’è che innesca e scatena la sindrome di Parigi?

Le cause

La causa principale che determina questo disturbo, come detto, è l’idealizzazione o l’ammirazione eccessiva per la città e la conseguente mancata realizzazione delle aspettative riguardo a essa.

Parigi, infatti, viene spesso descritta come una città romantica e sofisticata. Un luogo dall’atmosfera unica, dove l’amore e la bellezza la fanno da padrona. Ed è questo che ci si aspetta. Dimenticandosi che, in quanto metropoli, questa città è anche caotica, rumorosa e contraddittoria. Ma non solo.

Oltre a questo aspetto, la comparsa di questa patologia momentanea può dipendere da diversi fattori tra cui:

  • le differenze culturali: ogni Paese ha le sue abitudini, usi e costumi. Una sua identità ben precisa che può differire anche in modo netto da quella di un altro. Questo può causare un vero e proprio shock in chi vive queste differenze per la prima volta;
  • la lingua: la difficoltà di comunicazione può diventare un ostacolo enorme che genera insicurezza, isolamento o anche paura. Se da una parte, infatti, la conoscenza della lingua inglese può essere una sorta di passepartout nei vari Paesi del mondo, dall’altra non si può dimenticare (o dare per scontato) che tutti lo parlino o lo vogliano parlare. E questo, spesso, genera una barriera tra persone del posto e turisti;
  • la fatica: l’organizzazione del viaggio può causare uno stato di stanchezza (soprattutto mentale) non indifferente. A questa, poi, si aggiungono la fatica fisica e le conseguenze tipiche del jet lag che, insieme, possono provocare una sorta di destabilizzazione psicologica del viaggiatore.

Aspetti che possono condizionare radicalmente l’esperienza di chiunque intraprenda un viaggio a Parigi (ma non solo) favorendo la comparsa della patologia.

Sindrome di Parigi: perché colpisce soprattutto i giapponesi?

Disturbo che, come detto, colpisce prevalentemente gli orientali e in modo particolare i giapponesi.

Nonostante tra Francia e Giappone ci sia un forte legame (dimostrato anche dalla forte influenza che la cultura nipponica ha avuto nelle opere di artisti del calibro di Manet, Van Gogh o Monet), Parigi presenta anche tanti punti di separazione.

Se da un lato, infatti, la Ville Lumière si caratterizza (e viene “venduta” all’estero) per la sua bellezza, l’arte, la poesia, la grazia e la moda, o per la gentilezza, l’educazione e la raffinatezza dei parigini, dall’altro come ogni metropoli non si può non considerare la sua parte nascosta.

La famosa banlieue, la periferia. Un cuore vivo, pulsante e reale della città, che la snatura rispetto alla visione, diametralmente opposta, che viene venduta della città: garbata, moderata e bella.

Questo aspetto, profondamente lontano dalla cultura del popolo giapponese (che è molto più vicino all’immagine e alle aspettative che vengono create intorno alla città stessa) provoca un forte impatto emotivo.

Una delusione profonda che fatica a essere somatizzata e che sfocia nella sindrome di Parigi, in modo repentino e violento.

La Parigi nascosta nelle immagini di David Tesinsky

I dati

Una patologia che si potrebbe definire di nicchia ma che genera comunque preoccupazione.

Rispetto alla totalità di turisti che ogni anno visitano la città, in particolare di origine giapponese, quelli che vengono colpiti dalla sindrome di Parigi sono un numero irrisorio.

Secondo un articolo intitolato “Les Japonais en voyage pathologique à Paris: un modèle original de prise en charge transculturelle” tra il 1988 e il 2004 sono stati 63 i turisti giapponesi a essere interessati dalla patologia. Sia uomini che donne e di tutte le età, in particolare tra i 20 e i 65 anni.

Percentuale che, nonostante non sia particolarmente elevata, è presente e costante, tanto da aver allarmato le autorità. La stessa ambasciata giapponese a Parigi, infatti, ha creato un numero telefonico attivo 24 ore su 24, a disposizione dei i turisti nipponici per aiutarli in caso venissero colpiti da questo disturbo.

Quello che traspare, quindi, è che a fare la differenza (come in tante altre cose) è l’approccio con cui si effettua il viaggio.

Nonostante i film visti o i libri letti, caricarsi di aspettative verso un luogo, un’esperienza o qualunque altra cosa, rischia di minare irrimediabilmente ciò che si andrà a vivere, causando effetti negativi per la salute e danneggiando per sempre l’immagine che si avrà di quella cosa in particolare.

Per questo è sempre bene partire a cuor leggero. Liberi da condizionamenti esterni o idee preconfezionate, lasciandosi trasportare dall’esperienza stessa, in ogni sua sfaccettatura, per allontanare qualunque delusione o disagio e crearsi ricordi unici, personali e reali.

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Articolo originale pubblicato il 28 Novembre 2020

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