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Alessitimia: chi sono i "cuori in inverno" e come è possibile "scongelarli"

È un disturbo poco conosciuto ma con profonde implicazioni sulla vita sociale: l'alessitimia è l'incapacità di riconoscere le proprie emozioni, non per freddezza di carattere o eccessiva riservatezza, ma per un vero e proprio stato patologico che, spesso, ha radici nel passato.
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Esistono persone che hanno una profonda difficoltà nel contattare le proprie emozioni, nel riconoscerle e nell’esprimerle; non si tratta di semplice riservatezza o di freddezza di carattere, queste persone soffrono di una sindrome detta alessitimia, la cui etimologia deriva dal greco a-: mancanza, lexis: parola e thymos: emozione, traducibile letteralmente come “non avere le parole per le emozioni“.

L’alessitimia è dunque l’incapacità di riconoscere ed esprimere il proprio stato emotivo. Non solo gli alessitimici non sono sono consapevoli dei sentimenti che provano e incontrano difficoltà nel descriverli, ma hanno problemi rilevanti nel distinguere i propri stati emotivi da quelli fisiologici. Allo stesso tempo, queste persone non sono neppure in grado di interpretare le emozioni altrui, e hanno una capacità onirica e anche immaginativa che, talvolta, rasenta praticamente lo zero.
Chi soffre di alessitimia in genere tende a sviluppare relazioni di forte dipendenza o, qualora questo non sia possibile, preferiscono l’isolamento.

Da cosa dipende questo particolare disturbo che impedisce letteralmente di riconoscere e manifestare chiaramente le proprie emozioni?

Le cause dell’alessitimia

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Fonte: web

Tra le cause principali dell’alessitimia una componente fondamentale attiene al rapporto che si è sviluppato con i genitori durante l’infanzia, che è fondamentale per comprendere come si sia evoluto l’aspetto psico-affettivo dell’individuo. Tuttavia, al di là di questo fattore, seppur di estrema importanza, sono altri gli elementi da cui il disturbo può dipendere, come, per esempio, la crescita in un ambiente invalidante, ove manchi un’adeguata relazione affettiva che metta il bambino nelle condizioni di sviluppare appieno le proprie abilità cognitive, così come quelle attinenti alla modulazione del proprio stato emotivo.

Crescere in una famiglia molto autoritaria o vivere la separazione dei genitori, anche se non definitiva, accusare una carenza affettiva o aver vissuto un evento traumatico sono tutte possibili cause scatenanti della sindrome, da cui perciò possono formarsi quelle difficoltà oggettive a comprendere e comunicare nella maniera appropriata emozioni e stati d’animo.
Altri contesti in cui si può riscontrare l’alessitimia sono nel caso di presenza della sindrome di Asperger o dei disturbi della personalità, in particolar modo quello antisociale e narcisistico. Oppure, un disturbo da stress post-traumatico o lesioni cerebrali traumatiche o acquisite possono essere alla base del problema. In generale, ansia, attacchi di panico, autismo, depressione, ictus e schizofrenia rientrano tra le possibili cause di alessitimia.

Come si riconosce il soggetto alessitimico?

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Fonte: web

Nei bambini l’alessitimia diventa evidente soprattutto quando intraprendono il percorso scolastico, e i segnali più evidenti che possono far sorgere il dubbio nel genitore sono:

  • Espressione dell’emozione attraverso l’azione diretta.
  • Comunicazione verbale non connessa con lo stato d’animo.
  • Difficoltà di apprendimento sociale e carenza di empatia.
  • Incapacità di separarsi emotivamente dalla madre.

Nell’adulto le difficoltà possono assumere forme diverse, e il dottor Riccardo Cicchetti, in un articolo su studioclinico.it, porta alcuni esempi significativi:

Psicologo: “Come si sente in questo momento?”
Cliente: “Mi tremano le gambe”
Psicologo: “E cosa prova?”
Cliente “Non lo so. Che significa quando tremano le gambe?”

Oppure

Psicologo: “Come si vede tra 10 anni?”
Cliente: “Non mi sono mai posto questa domanda.”
Psicologo: “E se le chiedessi di farlo adesso?”
Cliente: “Non riesco a immaginare niente”.

Questi esempi dimostrano, oltre alle evidenti difficoltà a riconoscere ed esprimere le emozioni, anche la facilità con cui i soggetti affetti possano confonderle con le sensazioni corporee, o comunque ricercare soluzioni “esterne” al problema, piuttosto che collegarle con qualcosa di interno a loro.

Gli alessitimici possono essere soggetti a esplosioni di collera o di pianto, senza riconoscerne il motivo, non ricordare mai i sogni e fare prevalentemente incubi. Inoltre, le loro risposte tendono a essere normalizzanti – ad esempio “va bene” – e prive di sfumature
Nei casi più gravi, inoltre, ci sono difficoltà oggettive a riconoscere le emozioni dalle espressioni facciali.

Le cure per l’alessitimia

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Fonte: web

In genere chi è alessitimico non si rende conto di esserlo finché non sviluppa un disagio più grave, come uno stato depressivo, o finché altre persone non gli fanno presente il problema.
Benché, una volta presa coscienza del problema, i soggetti affetti dalla sindrome temano di non poterne guarire, la competenza emotiva può essere recuperata, allenata e migliorata, ad esempio attuando alcune di queste strategie: non ci si deve vergognare di ridere o piangere, dato che riso e pianto sono le forme più primitive e dirette di espressione emotiva, e hanno il potere di allentare la tensione nervosa producendo un effetto “analgesico” sull’organismo. Si deve inoltre prestare attenzione a ciò che si ha intorno, viverlo e valorizzarlo, esercitare la fantasia, prestare attenzione ai propri sogni e cercare di ricordarli, dato che questi ultimi sono l’accesso diretto al nostro inconscio e una fonte preziosa di informazioni su noi stessi. Una buona abitudine, ad esempio, è quella di scriverli appena ci si sveglia, quando sono ancora “freschi”. Occorre poi confrontarsi con una o più persone fidate, soprattutto sulle proprie debolezze, e può essere d’aiuto anche tenere un diario.

La storia di Diego

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Fonte: web

Sul sito della psicologa Francesca Fontanella si può leggere la storia di “Diego”, nome di fantasia, e del suo percorso da paziente alessitimico. Non sappiamo chi sia Diego né se effettivamente questa storia sia fondata su un’esperienza reale, ma è un valido esempio di come si possa intervenire su un soggetto affetto da alessitimia. Ha chiesto un supporto perché la fidanzata ritiene che non sappia emozionarsi, ammettendo che nella sua famiglia d’origine nessuno è solito manifestare ciò che prova.

“Diego ricorda che da piccolino venne rimproverato ‘ferocemente’ da un familiare per aver comunicato la sua tristezza per la morte di un cucciolo. Da quel momento, a suo avviso, nessuna emozione lo ha più coinvolto. Trascrivo qui la nostra prima conversazione terapeutica e i risultati che ne sono arrivati. Osserva che Diego non riesce a dare un nome a ciò che prova, per lo meno all’inizio della conversazione e che è molto più attento a come sente il suo corpo e ai pensieri che sta facendo.

‘Cosa provi per quel bambino rimproverato per la sua tristezza, Diego?’
‘In che senso?’
‘Se pensi a te stesso bambino durante l’episodio che mi hai raccontato, cosa provi per te stesso?’
‘Mah, era normale per i miei familiari rimproverarci e alla fine io sono sempre stato piuttosto ubbidiente. Ricordo di aver pensato che forse avevano ragione loro anche se quel povero cucciolo non meritava di morire’
‘Cosa provi, Diego?’
‘Eh, non lo so. Penso che sia peccato avermi rimproverato così. Se ci penso mi si stringe lo stomaco’
‘La sensazione fisica che provi è che ti si stringe lo stomaco e pensi che sia un peccato averti rimproverato. Sapresti anche immaginare una postura corporea adatta a rappresentare quello che provi?’
‘Oh… non saprei… che domanda strana! Cioè, mi stai dicendo che dovrei mettermi in una posa che mi ricorda lo stomaco che si stringe?’
‘… e il pensiero che sia un peccato averti rimproverato’.

Diego […] si siede per terra, rannicchiato, con le ginocchia strette al petto e la testa appoggiata alle ginocchia. Si è messo nell’angolo tra la parete e una poltrona, in uno spazio angusto.

Dice, tenendo la testa sulle ginocchia:’Ecco, così… mi sembra vada bene…’
‘Come ti senti lì, Diego?’
‘Stretto… e isolato’
‘Ti piace sentire che stai stretto? E l’isolamento?’
‘No… mi fa sentire solo’
‘Bene, secondo te la solitudine a quale emozione può essere associata? Non ti sto dicendo di provare un’emozione, ma di pensare a quale emozione sia più adatta, per te, per accompagnare la solitudine’
‘Forse la Paura? non so… sto pensando che uno tutto rannicchiato in un angolo sembra averle appena prese e non aver saputo difendersi…’

Diego ha dedicato il restante tempo dell’incontro a riflettere sulla connessione tra la postura assunta, lo stomaco che si stringe e l’emozione di paura e, in seguito, ha utilizzato questa rappresentazione fisica nel suo quotidiano.
[…] Gli effetti positivi non sono tardati. Diego ha saputo riconoscere la tristezza di fronte a un documentario in cui un cucciolo veniva ucciso da un predatore e ha saputo comunicare al suo capo che servono maggiori misure di sicurezza per chi fa il turno di notte. La fidanzata gli fa da alleata e da testimone di questi cambiamenti e lo aiuta a inventare nuove recitazioni, dettagliate e ricche di sfumature, per impreziosire il suo mondo emotivo”.