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"Sono bipolare e non mi nascondo più: non è una colpa essere come me"

Per inaugurare la nuova rubrica di Roba da Donne, A passo d'ansia, abbiamo scelto una storia davvero molto toccante: quella di Francesca, madre single di due figli che da quasi sei anni lotta con coraggio e tenacia contro il disturbo bipolare. E che ha smesso di sentirsi in colpa perché, ci ha detto, "Non è una vergogna essere come me".
Questo contenuto fa parte della rubrica “A passo di ansia”

Ormai sono passati quasi sei anni dalla mia diagnosi e dall’inizio della terapia farmacologica. Per l’esattezza la sentenza di tre psichiatri differenti è stata Disturbo Bipolare Tipo 2, la chiamo sentenza semplicemente perché in quel momento l’ho vissuta come tale.

Sono sempre stata contraria ai farmaci ed è per questo che, anche se il mio disturbo mi accompagna e mi condiziona dall’adolescenza, sono arrivata ad accettarlo e a curarmi molto tardi, avevo trentatre anni. Dall’età dello sviluppo in poi ho vissuto parecchi eventi depressivi e altrettanti ipomaniacali.

Ero un’adolescente portata all’autodistruzione e ho rischiato davvero grosso pensandoci col senno di poi, mi sentivo fortemente attratta da tutto ciò che fosse sbagliato, e allo stesso tempo trascinavo con me un pesantissimo senso di inadeguatezza.

Per un periodo ho sofferto di attacchi di panico e di ipocondria, cosa che cercavo di risolvere da sola, senza aiuti chimici, ma che è passata solo per lasciare spazio a nuovi sintomi. La mia vita è sempre stata a fasi alterne, così come i miei umori.

Ho due matrimoni alle spalle, il primo non è stato altro che un tentativo di amalgamarmi in qualche modo alla società e di allontanarmi dal mondo di eccessi nel quale mi sono rituffata con gusto appena finita la relazione, il secondo invece è stato un grande amore finito per motivazioni fuori dal mio controllo, lasciandomi con due figli da crescere da sola.

Tutto sommato credo di esser stata piuttosto brava a non crollare negli ultimi dieci anni, crescendoli senza un compagno accanto, mentre combattevo le mie battaglie personali ed i miei demoni, o perlomeno sono stata abbastanza brava da andare a cercare aiuto quando stavo davvero crollando.

Prima di ‘arrendermi’ ai medicinali ho provato qualsiasi cosa, dalla meditazione, alla regressione, ai fiori di Bach e quant’altro, ma quando, senza motivo apparente, mi sono trovata immersa nella peggior depressione fino a quel giorno, ho deciso che era arrivato il momento di consultare uno psichiatra.

Accettare la diagnosi non è stato facile, mi aspettavo che la dottoressa mi dicesse che ero semplicemente depressa a causa della mia situazione e che avrei preso degli antidepressivi per un po’, ma il disturbo bipolare non è solo per un po’, è per sempre. La mia avversione ai medicinali rese difficile il primo periodo, in cui, dopo qualche mese smisi la cura, per avere poi una ricaduta ancora peggiore.

Le fasi ipomaniacali, se non si considerano l’ansia, la rabbia ed i danni che si possono fare, sono molto piacevoli, ma le depressioni, almeno nel mio caso, tendono a peggiorare ogni volta.

Sono certa che se non fosse stato per i farmaci e per l’amore ed il forte senso di responsabilità verso i miei figli non sarei viva oggi. Ho desiderato di morire con tutta me stessa, ma non lo potevo fare.

In questi anni sotto terapia farmacologica ho avuto alti e bassi, ciclicamente, così come prevede il mio disturbo. D’inverno la depressione mi colpisce sempre alle spalle, così come in primavera sboccio come un fiore.

Non è semplice, non esiste equilibrio, in me risiede il caos per la maggior parte del tempo, ma ho la mia dottoressa da chiamare se le cose si mettono male, i miei farmaci e le mie gocce di EN sempre in borsa in caso di attacchi d’ansia.

La mia vita è una montagna russa, un po’ meno ripida da quando mi curo, ma sicuramente più dei semplici sbalzi d’umore di una persona che non soffre del mio disturbo. C’è qualcosa di molto distruttivo ancora in me che combatte contro qualcosa di molto costruttivo.

Ed è proprio per nutrire la parte costruttiva che ho deciso di scrivere la mia autobiografia La rondine, l’ancora e l’aquilone, per raccontare come il mio disturbo mi ha accompagnata in tutti questi anni.

Ci vuole coraggio a mettersi a nudo, ho fatto cose molto compromettenti nella mia vita, cose che il mondo saprà, ma non me ne vergogno, non mi vergogno più di chi sono e nemmeno di chi ero. Vorrei solo che questo libro potesse sensibilizzare il pubblico verso i disturbi mentali, vorrei che aiutasse qualcuno ad acquisire la forza di chiedere aiuto ed anche chi è vicino a persone con il mio disturbo a comprenderle un po’ di più.

Vorrei trasformare questo mio fardello in qualcosa di positivo per gli altri, soprattutto perché, chi sta come me si senta meno solo e non si vergogni del proprio disturbo. Per lo stesso motivo da un paio di mesi ho aperto un blog su Instagram, larondinetarabini, mi sto spogliando di tutto e mi fa sentire più libera, ho smesso di nascondermi per paura di essere giudicata, perché non è una colpa essere come me. Convivere con questo disturbo richiede davvero un’incredibile forza, contrapposta alla nostra insita estrema fragilità.

Forse nonostante le nostre stranezze dovremmo essere ammirati, anche solo perché riusciamo a sopravvivere e a funzionare in un mondo che non sembra appartenerci, perché nel nostro mondo tutto quanto è più forte, più intenso, estremamente amplificato.

Questa è la testimonianza di Francesca, che mi ha raccontato cosa significhi davvero vivere con il disturbo bipolare. Lo ha fatto perché, come lei stessa ha scritto, non si vergogna di chi è, e spera che il suo esempio e la sua forza possano essere d’aiuto a chi, ancora adesso, vive il proprio disturbo come una colpa.

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