"Nascondere i miei problemi mentali dietro una facciata di gioia mi ha quasi ucciso"

Quanto è difficile mostrare di soffrire di depressione quando tutti si aspettano che tu sia felice e ti ritengono una ragazza fortunata? Questa è una testimonianza davvero dolorosa ma significativa.

“Quando il mio supervisore mi ha detto che non le era passato per la mente di preoccuparsi per come mi sentivo, dopo che le mie idee erano state brutalmente cestinate durante una riunione di gruppo, perché sembravo una persona felice e non incline alla tristezza, non sapevo come sentirmi. Ho iniziato a chiedermi se questa facciata di gioia che davo non fosse esagerata.

Quando ho detto a mia madre che mi è stato diagnosticato un disturbo bipolare la scorsa estate, mi ha detto di andare in chiesa. Mi ha detto che tutte quelle orribili emozioni e tribolazioni che stavo affrontando nella mia vita dipendevano dal fatto che avevo smesso di andare in chiesa. Le ho spiegato che mi sentivo come se Dio mi avesse abbandonato, ma lei mi ha risposto dicendo che era perché non stavo provando abbastanza per avvicinarmi a Lui. Dopo questa conversazione non ho più messo piede in una chiesa.

Quando c’è stato uno sciopero alla mia università, lo scorso inverno, mi sono improvvisamente ritrovata in una situazione imbarazzante in cui avevo troppo tempo a disposizione ed ero bloccata in un paese in cui non volevo più stare. Non potevo semplicemente fare le valigie e andare a casa, dato che le lezioni sarebbero potute ripartire in qualsiasi momento. Mi sentivo bloccata e in quel momento la mia salute mentale si è esaurita e si è trasformata in quello che avrei poi capito essere un mix tra disturbo bipolare e depressione.

Nessuno parla davvero delle difficoltà di essere uno studente internazionale. Pubblichiamo foto di noi che sorridiamo con i nostri amici sul prato dell’università, noi che giochiamo nella neve, che sorridiamo in un mucchio di foglie. Nessuno parla davvero della depressione, della nostalgia di casa e del senso di solitudine dell’essere all’estero. Tutti quelli che conoscevo mi dicevano che sembravo felice in Canada. Sapevo che era quello che volevo che vedessero, ma dentro di me ero assolutamente infelice e passavo giorni in cui pensavo di porre fine alla mia vita. Non potevo farglielo sapere. Non volevo sembrare ingrata per aver avuto l’opportunità di andare all’estero, perché non tutti sono abbastanza fortunati per averla.

Quindi, ho bloccato e nascosto tutto ciò che sentivo di negativo, costruendo la facciata della ragazza fortunata che sono sempre stata. Occasionalmente scherzavo su quanto fossi miserabile o su come volessi non esistere nella speranza che le persone intorno a me mi prendessero sul serio, ma non l’hanno mai fatto.

Questo circolo vizioso in cui fingevo di essere qualcuno che non sono alla fine mi ha stancata.

Allora lottavo per alzarmi dal letto quasi ogni giorno, contro i miei sbalzi d’umore, l’autolesionismo e i pensieri suicidi stavano diventando sempre più intensi. Temendo di non essere più in grado di salvarmi dai miei pensieri, ho deciso di farmi visitare da uno psicologo universitario. Mi sono stati poi diagnosticati il disturbo bipolare e la depressione, e queste etichette mi hanno dato uno strano senso di conforto, perché per una volta sapevo con cosa avevo a che fare. Quando parlo dei miei disturbi confondo le persone, anche gli amici che mi conoscono da un po’, perché non possono crederci visto che sono sempre stata così ‘felice’ e ‘positiva’.

Mi sono presa quell’estate libera e sono tornata a casa con la missione di prendermi cura di me stessa e fare tutto il possibile per migliorare la mia salute mentale. Mi sono iscritta a seminari sulla consapevolezza, ho fatto terapia ed esercizio fisico tutti i giorni, e questo mi ha rimesso in sesto, anche se c’era sempre la paura persistente che tutto sarebbe crollato quando sarei dovuta tornare in Canada.

Ora sono tornata a Toronto e vorrei poter dire che è stato facile, ma non è stato così. L’inverno è qui e la mia depressione stagionale sta tornando nella mia vita. Ho passato mesi a trovarmi in un ‘buon posto’ e l’ho fatto! Pensavo che stare in un ‘buon posto’ significava che sarei stata sempre felice, ma mi sbagliavo. Stare in un ‘buon posto’ significa solo che ci sono meno giorni in cui non vuoi esistere, giorni in cui non puoi alzarti dal letto e giorni in cui piangi per dormire. La salute mentale è un viaggio continuo che sto iniziando a migliorare un po’. Va bene non stare bene e nessuno è sempre a posto, e questo è ciò che ci rende più umani“.

La testimonianza raccontata da questa ragazza sull’account Instagram Project Naked è davvero toccante e dolorosa, perché ci fa comprendere quanto spesso l’apparenza di una persona non riveli il malessere che si agita in lei; del resto, più volte abbiamo parlato di come la depressione non abbia un solo volto, e di quanto, proprio per questo, anche le persone vicine a chi ne soffre talvolta non se rendano conto.

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Ma ad aggiungere ulteriormente dolore a questa storia c’è anche la convinzione di dover “mascherare” tutto dietro un’apparente facciata di felicità, per paura di deludere chi ci ha dato fiducia e opportunità; fingendo così di essere sempre sereni e in pace con il mondo solo perché siamo persone che gli altri reputano “fortunate”. La verità è che i disturbi mentali colpiscono indistintamente e indipendentemente dall’esistenza felice, ricca e piena che si conduce, e questa esperienza raccontata coraggiosamente sui social ne è la prova.

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