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"Con la psoriasi la gente ti guarda come se avessi la peste, pensa sia contagiosa"

Il 29 ottobre è la Giornata mondiale della psoriasi. Le storie di queste due ragazze ci insegnano quanto amore per se stessi ci voglia per imparare ad accettare la malattia, e quanto forte sia ancora lo stigma attorno a questo argomento.

Il 29 ottobre si celebra il World Psoriasis Day, la giornata mondiale della psoriasi, che invita a sensibilizzare su un problema estremamente diffuso a livello globale e a eliminare lo stigma sociale che ancora spesso porta con sé.

Nel nostro Paese sono circa 2 milioni le persone che convivono con questa patologia infiammatoria, nel mondo a soffrirne è una percentuale che si aggira all’incirca attorno al 4,8%. Il problema, insomma, come detto è tutt’altro che circoscritto a pochi o insignificante, ma nonostante ciò tanti, fra quanti ne soffrono, non riescono a parlarne apertamente e vivono la propria condizione con disagio e imbarazzo.

Questo perché i segni della psoriasi sono evidenti e ben visibili, e perciò causa di fortissimo malessere psicologico, oltre che fisico, per chi è costretto a combatterla periodicamente; avendo carattere cronico e recidivante, la patologia può infatti solo essere curata e tenuta sotto controllo, ma non arrivare mai a una guarigione completa, con tutte le implicazioni e le conseguenze sulla vita quotidiana immaginabili. Senza contare che le zone interessate, su cui si formano le placche di pelle ispessita, si trovano per lo più in corrispondenza di gomiti, ginocchia, cuoio capelluto, anche se non sono escluse schiena, palmi di mani e piedi e anche area genitale, ossia aree che è molto difficile nascondere, e che perciò contribuiscono ad aumentare il senso di inadeguatezza e di disagio di chi ne soffre.

A ciò bisogna aggiungere che il 30% circa dei soggetti affetti da psoriasi potrebbe sviluppare in un secondo momento l’artrite psoriasica, capace di interessare le articolazioni e, in forme gravi, persino la colonna vertebrale. 

Affinché possa aumentare non solo l’informazione sulla malattia, ma anche la consapevolezza di chi ne soffre e, soprattutto, l’autostima – dato che non dovremmo permettere alla psoriasi di condizionarci la vita – giornate come quella del 29 si rivelano molto importanti. Così come importanti sono le testimonianze di due ragazze che lottano da quasi tutta la vita con la psoriasi, Giulia e Katia, che abbiamo raccolto qui.

Giulia: “Le mie 35 ferite mi ricordano chi sono”

“Ho 26 anni e sono una malata di #psoriasi da quando ne ho 15. Lei non ha invaso la mia cute per la sua interezza. L’ultimo dermatologo ha detto che non sono affatto un caso disperato.
È vero.

Le mie chiazze le ho contate, visto che dovrò conviverci per tutta la vita: sono solo trentacinque e neppure così grandi.
Trentacinque ferite sulla mia pelle. Alcune hanno fatto breccia anche su quelle parti di pelle che ho tatuato. Trentacinque ferite che mi ripetono tutti i giorni chi sono.

Io sono la mia psoriasi: la mia malattia mi guida. Mi avverte quando ho tirato troppo la corda perché mi fa male, prude. Prude fino alle ossa. Prude da grattarsi a sangue. Perché vuole dirmi che io, anche io devo concedermi la stanchezza, devo concedermi un ‘non ce la faccio’.

La psoriasi è la mia forza.
Non mi vergogno dell’imbarazzante sovrapproduzione di pelle che squama il mio corpo, che mi fa cambiare la pelle come un serpente. Perché cambio la pelle per rinascere in una corazza nuova. Una corazza che, seppur ferita, è ogni giorno più forte.

Sono Giulia e sono una malata di psoriasi. Faccio la muta come i rettili. Rinasco ogni giorno. Ne pago un prezzo a volte doloroso, ma questa è la relazione di amore e odio più bella mai avuta; quella con la mia pelle malata e non ho paura di mostrarne le ferite… Perché #everybodyisbeautiful”.

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Grazie ad @alpha_woman_official con #alphawomanchallenge Ho 26 anni e sono una malata di #psoriasi da quando ne ho 15. Lei non ha invaso la mia cute per la sua interezza. L'ultimo dermatologo ha detto che non sono affatto un caso disperato. È vero. Le mie chiazze le ho contate, visto che dovrò conviverci per tutta la vita: sono solo trentacinque e neppure così grandi. Trentacinque ferite sulla mia pelle. Alcune hanno fatto breccia anche su quelle parti di pelle che ho tatuato. Trentacinque ferite che mi ripetono tutti i giorni chi sono. Io sono la mia psoriasi: la mia malattia mi guida. Mi avverte quando ho tirato troppo la corda perché mi fa male, prude. Prude fino alle ossa. Prude da grattarsi a sangue. Perché vuole dirmi che io, anche io devo concedermi la stanchezza, devo concedermi un "non ce la faccio". La psoriasi è la mia #forza. Non mi vergogno dell'imbarazzante sovrapproduzione di #pelle che squama il mio corpo, che mi fa cambiare la pelle come un serpente. Perché cambio la pelle per rinascere in una corazza nuova. Una corazza che, seppur ferita, è ogni giorno più forte. Sono Giulia e sono una malata di psoriari. Faccio la muta come i rettili. Rinasco ogni giorno. Ne pago un prezzo a volte doloroso, ma questa è la relazione di #amore ed #odio più bella mai avuta; quella con la mia pelle malata e non ho paura di mostrarne le ferite...Perché #everybodyisbeautiful

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Katia: “Le persone ti guardano come se avessi la peste”

Mettersi a nudo.
Ho la mania di modificare le foto, e chi mi conosce lo sa, e la prima cosa che modifico è sempre lei, la mia #psoriasi.
Non sopporto vederla, non sopporto averla e conviverci è la cosa più difficile al mondo.
Le persone ti guardano come se avessi la peste, pensano sia contagiosa, e l’unica cosa che vorresti fare ogni volta è scomparire. È una lotta continua, tutti i giorni, e nessuno può capirti, nessuno sa cosa vuol dire. La psoriasi è buona parte della mia vita…

Ci convivo da quando avevo 14 anni. Scompare e riappare, creando disagio psicologico.
In tutto questo però ci vuole coraggio, coraggio di postare una foto cosi, e beh… Io l’ho fatto.

Sono Katia, e sono una malata di psoriasi.
Ah, ho anche l’artrite psoriasica.
Non mi faccio mancare nulla“.

Le parole di Giulia Malatesta e Katia Figus sono davvero molto significative, profonde, e raccontano due modi diversi, ma entrambi da rispettare, di vivere la psoriasi: l’una ha imparato a trarre dalla malattia la propria forza, a viverla con orgoglio imparando anche ad ascoltare i segnali che questa manda al suo corpo. L’altra sta ancora combattendo per imparare completamente ad accettare gli sguardi della gente e i loro giudizi, ma è senz’altro sulla strada giusta e, per questo, non può che avere tutta la nostra ammirazione.

Speriamo che dall’esempio di queste ragazze meravigliose possa scaturire un movimento di self love sempre più importante, e che i tanti tabù ancora resistenti sulla psoriasi vengano finalmente abbattuti per sempre.

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