Doll therapy, perché una bambola può aiutare le persone con demenza senile

Per i pazienti affetti da demenza senile e Alzheimer un valido aiuto può arrivare dalla doll therapy, una terapia non farmacologica che prevede l'utilizzo di bambole che possono letteralmente calmare il malato, o riportarlo a ricordi dimenticati.

Malattie come l’Alzheimer o la demenza senile possono condurre davvero chi ne soffre in uno stato di alienazione totale che lo estrania dal mondo, cancellando i suoi ricordi o regredendolo allo stato infantile.

Per aiutare le persone che soffrono di queste problematiche (44 i milioni di persone malate di demenza in tutto il mondo, 131 quelle a cui è stato diagnosticato l’Alzheimer) è stata inventata una particolare terapia, chiamata doll therapy, che prevede, come è facile intuire dal nome, l’utilizzo di una bambola.

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Doll therapy: in cosa consiste?

Originariamente la doll therapy è stata ideata in Svezia, alla fine degli anni ’90, per mano della psicoterapeuta Britt Marie Egidius Jakobsson, per aiutare i bambini che presentavano vari gradi di disturbo dello spettro autistico, ma a oggi è considerata una delle terapie non farmacologiche più efficaci per ridurre la progressione dell’Alzheimer e della demenza senile.

La terapia, lo si può comprendere dal nome, prevede l’uso di una bambola, con precise caratteristiche antropomorfe, che il paziente deve accudire e maneggiare proprio come sei trattasse di un neonato vero. Lo scopo dell’utilizzo di queste bambole è di ridurre i disturbi psicologici, sociali e comportamentali che caratterizzano le persone affette da demenza o Alzheimer, basandosi sul concetto primario dell’attaccamento, che non è una teoria applicabile solo ai bambini, ma anche a questo genere di pazienti.

L’attaccamento sorgerebbe infatti in situazioni di forte stress, non familiari e che trasmettono un elevato senso di insicurezza, tutti tratti che si riscontrano nei pazienti affetti da demenza; per loro la bambola rappresenta un “oggetto transazionale“, un vero e proprio appoggio in un momento di smarrimento totale, che è in tutto simile a quello sperimentato dai bambini nel momento del passaggio all’età adulta.

Ma le bambole della doll therapy hanno anche un’altra funzione fondamentale, che è quella di riportare alla memoria emozioni ed esperienze vissute, ad esempio nel campo della genitorialità, così da infondere al paziente quiete e benessere.

Doll therapy, Alzheimer e demenza senile

La doll therapy non è solo un palliativo efficace dal punto di vista psicologico, ma nei pazienti affetti da Alzheimer è in grado di ridurre lo wandering (letteralmente il girovagare dei malati) l’ansia, l’aggressività, l’agitazione, la depressione, l’apatia e i disturbi del sonno, visto che la persona, proprio grazie alla bambola, ritrova equilibrio e attenua il senso di isolamento rispetto al mondo esterno. 

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La persona affetta da demenza senile o Alzheimer coccola la bambola e se ne prende cura, parlandole e prestandole attenzione, tutti aspetti che sono fondamentali per attivare la sua sfera emotiva e dargli la sensazione di essere meno solo, anche in quei momenti in cui faticherà a riconoscere luoghi, oggetti o persone.

Concentrando la propria attenzione sulla bambola il malato riduce gli accessi di ira e gli stati d’ansia, tirando fuori dolcezza e affetto. Come detto accudirla può inoltre riportare alla mente episodi piacevoli vissuti quando ancora era in salute, e questo è particolarmente importante perché i malati di Alzheimer, quando non riescono a ricordare, mantengono comunque la memoria delle emozioni.

Stimolare e far rivivere loro esperienze positive quali la genitorialità, ad esempio, può invece aiutare profondamente il loro stato d’animo, aiutandoli anche nella riattivazione della memoria e nel recupero, quantomeno parziale, dell’autoconsapevolezza.

Benefici della doll therapy

Sono molti gli studi che hanno riportati i benefici della doll therapy, fra cui troviamo:

  • la riduzione dello stato di agitazione;
  • la riduzione dell’aggressività;
  • la riduzione del wandering;
  • un aumento del livello nelle relazioni sociali e con l’ambiente esterno;
  • un aumento dello stato di benessere della persona.

Anche caregiver e personale sanitario, la cui opinione è stata raccolta negli studi, sono molto propensi a utilizzare la doll therapy per i loro pazienti, proprio perché ravvisano una riduzione importante dello stress correlato alla malattia, anche da parte di chi cura il paziente, e non solo di quest’ultimo.

Ciononostante, va detto che la doll therapy continua a rimanere al centro di un dilemma etico, visto che c’è chi ritiene sconveniente l’utilizzo di bambole da parte di persone adulte, ritenendolo lesivo della dignità personale; molti parenti di pazienti affetti da demenza o Alzheimer, infatti, non accettano di buon grado di vedere la persona cara regredire a uno stato infantile.

Tuttavia, va ovviamente specificato che la doll therapy non è un gioco, ma una vera e propria terapia non farmacologica che rientra nel più ampio piano dell’OMS per garantire i diritti delle persone con questo tipo di problematiche, e la sua esclusione potrebbe quindi rappresentarne una limitazione.

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Infine, una precisazione: non tutti i pazienti mostrano risultati significativi dalla doll therapy, o meglio: alcuni potrebbero mostrare interesse verso la bambola i primi giorni, per poi perderlo completamente. Per questo la terapia deve essere personalizzata e monitorata, esaminando ad esempio il livello di interazione con la bambola, anche per capire che il legame che il paziente instaura con essa non risulti troppo “pesante” per lui, mettendone a rischio le attività di cura.

Articolo originale pubblicato il 24 Marzo 2021

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