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"Cosa vuol dire davvero vivere con il DOC, un mostro che ti divora l'anima"

Fabiana ci ha raccontato cosa significa davvero convivere con il disturbo ossessivo compulsivo. Che "Non può essere sottovalutato"

Tanti pensano che avere un disturbo ossessivo compulsivo significhi mettere in ordine cromatico i vestiti, accendere e spegnere la luce, lavarsi spesso le mani, quasi come se fosse figo. ‘Anche io allora ho un doc’ mi sento dire spesso. E la cosa, non avete idea, quanto mi infastidisca. Avere un doc non è questo, o almeno, non è SOLO questo.

Avere un doc significa non riuscire a studiare, lavorare, mangiare con tranquillità, uscire con gli amici, perché hai costanti dubbi infondati (ma il doccato non lo sa) che ti mangiano il cervello, ti divorano l’anima fino a invalidarti le attività quotidiane.

Avere un doc significa avere pensieri disfunzionali intrusivi che ti portano a pensare di poter fare del male a qualcuno, di non amare la persona più importante della tua vita, di avere un orientamento sessuale diverso dal tuo, di poter contrarre pericolose malattie seppur solo perché si è toccata una maniglia.

Pensieri che non danno tregua, tormentano a ogni ora del giorno, creando una grave forma di ansia che ti blocca ogni gesto quotidiano. ‘Non ci pensare’, ti dicono. Facile, sarebbe bello farlo, ma il doccato non ci può riuscire da solo. Avere un disturbo ossessivo compulsivo nel 2019 è più frequente di quanto si pensi, ma ancora poco conosciuto.

Tanti lo hanno e non sanno di averlo e per questo si auto-condannano ad etichette che non appartengono loro. Il doc colpisce la cosa a cui teniamo di più: può avere vari argomenti, i più disparati, e creare pensieri costanti e turbanti (ossessioni) che per essere contrastati portano all’azione di rituali (compulsioni) quali cercare su Internet risposte ai dubbi, chiedere rassicurazioni ai famigliari o agli amici, ripercorrere vecchi ricordi per sfatare la paura che esso stesso, il doccato, ha creato.

Il problema è che queste compulsioni, che portano a una momentanea attenuazione dell’ansia, peggiorano il disturbo perché danno adito ai pensieri di esistere, di essere reali quando invece non lo sono.

La soluzione è iniziare una terapia con uno psicoterapeuta, il quale porterà il doccato a smontare i meccanismi che secernono questi pensieri negativi. Io ci sono andata tre mesi dopo che il mio doc era scoppiato e ora finalmente sto bene, perché il doc non è una condanna, se ne può uscire con volontà e costanza durante la psicoterapia.

Non c’è nulla di male a rivolgersi a uno specialista, così come ci si rivolge al medico di famiglia quando si ha problemi di salute. Non c’è nessuna differenza. Nessuno di noi deve essere condannato a soffrire, sia dentro che fuori. I disturbi mentali, solo perché non si vedono, non significa che non esistano e non siano meno gravi.

Ho imparato sulla mia pelle cosa significa essere bloccati dall’ansia causata da pensieri inesistenti, ma che facevo in modo repentino.

Non abbiate paura di andare da uno psicoterapeuta, nessuno confermerà i vostri dubbi, nessuno vi giudicherà mai. Vogliatevi bene, meritate una mente felice“.

Fabiana, che ci ha aperto il suo cuore raccontandoci la sua esperienza con il disturbo ossessivo compulsivo, ha deciso di scrivere del suo problema anche su un account Instagram, chiamato proprio obsessivecompulsivedream, in cui, come si legge dalla bio, vuole “aiutare, non curare”. Fabiana non è una psicologa, ma una ragazza che coraggiosamente lotta con il suo disturbo compulsivo, diagnosticato nel 2016, quando aveva 23 anni.

In effetti, il DOC è meno raro di quanto si possa pensare, dato che solo nel nostro paese sono circa 800 mila le persone colpite.

L’incidenza massima si ha tra i 15 e i 25 anni, e, in generale, il DOC colpisce circa il 2-2,5% della popolazione. ciò significa che su 100 neonati, 2 o 3 svilupperanno nell’arco della propria vita il disturbo.

Parlarne aiuta le persone che lo hanno, anche quelle che non ne sono pienamente consapevoli, a prendere coscienza del fatto di non essere soli, e di poter trovare supporto e sostegno non solo negli altri, ma soprattutto nei professionisti della medicina che possono aiutare a vivere una vita il più possibile serena.

Per questo, la testimonianza di Fabiana, che fra mille difficoltà ha imparato a convivere col suo”mostro”, è importantissima.

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