Perché per chi soffre di disturbi alimentari il Coronavirus può essere un problema - Roba da Donne

Perché per chi soffre di disturbi alimentari il Coronavirus può essere un problema

Se la situazione di quarantena imposta dal Coronavirus è faticosa per tutti, un pensiero in più va a chi in questo momento deve fare i conti con i propri disturbi alimentari.

Il Coronavirus sta sottoponendo veramente a una durissima prova di resistenza, fisica e psicologica, tutti noi. Abituati a vite piene, a ritmi frenetici e spesso a orari improbabili, la quarantena forzata imposta dal diffondersi del virus in tutto il mondo ci sta costringendo a ripensare le nostre giornate, e i nostri tempi, ma non senza polemiche.

Sui social, in queste settimane di permanenza forzata a casa, sono spuntati moltissimi meme, dalle velleità certamente ironiche, a tema “come saremo diventati grassi” nel post quarantena, fra immagini modificate al computer e battute esplicite sulle tentazioni del cibo e la mancanza di attività fisica. Fra le tante comparse, a far discutere particolarmente il post di Fedez, che proprio il 15 marzo, giornata contro i Disturbi dell’Alimentazione, ha pubblicato delle foto photoshoppate di lui, Chiara Ferragni e Leone decisamente sovrappeso, scatenando molti commenti divertiti ma anche altrettanti di disapprovazione.

Per quanto si possa facilmente accusare chi non ha trovato divertente il post del rapper di essere “pesante” o “bacchettone”, la miglior risposta al perché questo genere di ironia non faccia ridere è sintetizzata nel post di Caterina A., su Instagram la_versione_migliore.

Visualizza questo post su Instagram

Mi sono presa una giornata di pausa da questo account, ieri. Avevo già passato la mattinata a lottare contro gente che invalidava la mia esperienza e quella delle persone più grasse di me, e con persone che hanno condiviso la mia foto dicendo di temere di diventare come me. Non ce la facevo ad affrontare anche la polemica di @fedez, ma ora so che se non mi esprimo non avrò pace. . Quindi: Federico, hai scritto che non volevi offendere nessuno e che stavi solo facendo ironia su di voi. Ma il modo che hai scelto per fare autoironia è stato quello di puntare il dito contro i corpi grassi, di usarli come espediente comico, di mostrarli come un possibile esito disastroso della quarantena. Non hai fatto ironia su te stesso, l'hai fatta verso chi ha quei corpi. Tu puoi montare il tuo viso su un corpo grasso, farti due risate e poi continuare a vivere con il tuo thin privilege, le persone grasse invece in quel corpo ci vivono 24 ore su 24, e gli insulti, le battute e le discriminazioni se le beccano tutto il tempo, non soltanto per il tempo di un meme. . Hai dato per scontato che tutte le persone grasse hanno quel corpo perché vivono in un'eterna nullafacenza, passando tutto il tempo a mangiare hamburger davanti alla tv, che essere grass* sia un fallimento morale, che se solo ci alzassimo dal divano e facessimo una corsetta ogni tanto non avremmo tutti questi problemi. Hai propagato lo stereotipo del ciccione pigro e ingordo. . Tua moglie, @chiaraferragni, ha preso posizione più volte contro il body shaming. Ebbene, incredibile ma vero, il body shaming non va condannato solo se fatto verso i corpi conformi! . E hai fatto tutto ciò nella giornata internazionale contro i disturbi alimentari: complimenti, avete trasmesso un ottimo messaggio a tutte le persone che ne soffrono e che in quarantena hanno ancora meno strumenti di coping. . Hai milioni di follower, sono sicura che non leggerai mai questo post, ma spero che almeno qualcun* che si è fatto una risata davanti a quelle foto possa leggerlo e capire quanto sia dannoso un comportamento del genere. Il mio corpo- e quello delle persone più grasse di me- non è la vostra barzelletta.

Un post condiviso da Caterina A. 🌸 (she/her) (@la_versione_migliore) in data:

Mi sono presa una giornata di pausa da questo account, ieri. Avevo già passato la mattinata a lottare contro gente che invalidava la mia esperienza e quella delle persone più grasse di me, e con persone che hanno condiviso la mia foto dicendo di temere di diventare come me. Non ce la facevo ad affrontare anche la polemica di @fedez, ma ora so che se non mi esprimo non avrò pace.
Quindi: Federico, hai scritto che non volevi offendere nessuno e che stavi solo facendo ironia su di voi. Ma il modo che hai scelto per fare autoironia è stato quello di puntare il dito contro i corpi grassi, di usarli come espediente comico, di mostrarli come un possibile esito disastroso della quarantena. Non hai fatto ironia su te stesso, l’hai fatta verso chi ha quei corpi. Tu puoi montare il tuo viso su un corpo grasso, farti due risate e poi continuare a vivere con il tuo thin privilege, le persone grasse invece in quel corpo ci vivono 24 ore su 24, e gli insulti, le battute e le discriminazioni se le beccano tutto il tempo, non soltanto per il tempo di un meme.

Hai dato per scontato che tutte le persone grasse hanno quel corpo perché vivono in un’eterna nullafacenza, passando tutto il tempo a mangiare hamburger davanti alla tv, che essere grass* sia un fallimento morale, che se solo ci alzassimo dal divano e facessimo una corsetta ogni tanto non avremmo tutti questi problemi. Hai propagato lo stereotipo del ciccione pigro e ingordo.

Tua moglie, @chiaraferragni, ha preso posizione più volte contro il body shaming. Ebbene, incredibile ma vero, il body shaming non va condannato solo se fatto verso i corpi conformi!

E hai fatto tutto ciò nella giornata internazionale contro i disturbi alimentari: complimenti, avete trasmesso un ottimo messaggio a tutte le persone che ne soffrono e che in quarantena hanno ancora meno strumenti di coping.
Hai milioni di follower, sono sicura che non leggerai mai questo post, ma spero che almeno qualcun* che si è fatto una risata davanti a quelle foto possa leggerlo e capire quanto sia dannoso un comportamento del genere.
Il mio corpo- e quello delle persone più grasse di me- non è la vostra barzelletta.

Ma, al di là del mero aspetto del body shaming, già di per sé odioso, c’è un’altra questione preoccupata legata alla quarantena obbligatoria, che è proprio quella dei disturbi alimentari: la situazione di chi è in perenne lotta con il proprio peso, o con il cibo, e in questo momento si trova praticamente costretto all’immobilità e al confronto costante con quest’ultimo.

Essere obbligati a stare a casa, senza molte attività da svolgere, può diventare davvero psicologicamente devastante per chi soffre di disturbi dell’alimentazione o, ad esempio, da vigoressia, ovvero da un’ossessione per il proprio aspetto fisico. Private di palestre, della possibilità di contare i passi, a stretto contatto con il cibo e obbligate per cause di forza maggiore a pasti equilibrati e a spese praticamente “indirizzate” dalla disponibilità degli alimenti, queste persone rischiano di vivere la quarantena davvero come un incubo interminabile.

Stare a casa e avere un disturbo alimentare: le testimonianze

Una testimonianza molto sincera delle difficoltà incontrate in queste prime settimane di lockdown si legge in un articolo di Vice a firma di Giorgia Cannarella, che confessa il suo passato da ex anoressica.

Appena ho saputo del lockdown ho cancellato la mia app contapassi. Perché? Perché sapevo di essere dipendente da quel numerino: normalmente ho una vita molto attiva e mi sposto solo a piedi e sapevo che, quando la controllavo, quella media di 15.000 passi al giorni mi dava una grande soddisfazione. I primi giorni mi hanno messo a dura prova. Mi sono ritrovata a convivere con il mio ragazzo che ha abitudini alimentari diverse dalle mie: pasti regolari, pasta (quasi) tutti i giorni, birrette quasi tutte le sere, insomma, un rapporto equilibrato ma comunque fluido, poco ragionato, con il cibo.

Dopo 4 giorni ho avuto un crollo. Non riuscivo a riconoscermi allo specchio – mi vedevo molto più grossa, flaccida, con il viso gonfio. Pensavo costantemente al cibo, alle calorie, a come tenere tutto sotto controllo.

Le stesse ansie e preoccupazioni, del resto, si ritrovano nelle voci di moltissime altre persone che soffrono di disturbi alimentari di vario genere, raccolte ad esempio in questo articolo di BuzzFeed:

“Essendo un’ex bulimica la mia idea generalmente era quella di conservare meno cibo possibile nella mia casa – ha raccontato la studentessa Katelin Penner – Ma penso che ora, davvero, non sia un buon modo di operare.”

Come lei, Savanna Jones, studentessa ventiduenne che si sta riprendendo dall’anoressia, ha dichiarato che, sebbene non si rendesse conto in maniera consapevole di contare i passi, sapeva benissimo quanti ne facesse in un giorno, spostandosi per lo più a piedi. Costretta a casa dalla quarantena, adesso sente di non “guadagnarsi” il cibo che mangia, e contemporaneamente sa che non può fare una spesa di sola insalata.

Il pensiero di Veronica, invece, va alle persone che si trovano costrette a mangiare di fronte ad altri, e a mostrare il proprio modo di nutrirsi. “Sono fortunata, sto col mio ragazzo da tre anni. Quindi mi conosce – ha detto – Ma mi ritrovo a pensare, tipo, e se uscissi con questo ragazzo solo da sei mesi e mi vedesse mangiare per la prima volta?”.

Come aiutarsi (e farsi aiutare)

Chi soffre di DCA, specialmente binge eating o bulimia nervosa, in questi giorni sta facendo molta fatica – spiega a Vice la dietista Veronica Bignetti, specializzata in disturbi alimentari – Il cibo è un trigger per molti di loro. Primo consiglio: se siete in psicoterapia continuatela via Skype. E non cedete alla tentazione di iniziare un nuovo regime alimentare solo perché avete tempo. Le relazioni disfunzionali con il cibo sono un pendolo che oscilla tra la restrizione e la perdita di controllo. Il 95% delle diete fallisce: nessun percorso è risultato efficace nel lungo periodo.

In una società tendenzialmente grassofobica, dove è accettabile parlare di ridurre i carboidrati e di evitare cibi che fanno ingrassare, come se il grasso fosse considerato il nemico numero uno da sconfiggere, è logico che chi è in lotta con il proprio corpo si ritrovi in serie difficoltà, privato delle abitudini di sempre. Ma attenzione: la dottoressa Bignetti punta a ricordare che “grasso” non è necessariamente sinonimo di “non salutare”.

La salute non è solo un rapporto tra grasso e citochine infiamamatorie o una questione di BMI. Non possiamo dare per scontato che una persona grassa abbia dei problemi. La salute è un concetto ampio e sfaccettato. E comunque, anche se una persona stesse conducendo uno stile di vita ‘malsano’, questo non vi autorizza a prendervi gioco del suo corpo. Vivetevi il vostro isolamento come vi pare. Non sentitevi in colpa se cambiate abitudini – siete legittimati a cercare conforto nel cibo. E utilizzate questo tempo in modo migliore. Informatevi sullo stigma sociale. Stimoliamo l’empatia verso categorie discriminate, stigmatizzate, marginalizzate. Come appunto i grassi. Invece che dire ‘Ah che brutto diventerò come te!’, perpetuando stereotipi che rafforzano la discriminazione.

Un punto fondamentale è che, essendo i disturbi alimentari sovente di natura prettamente psicologica, non si deve abbandonare la psicoterapia, per chi ovviamente la stava seguendo prima della quarantena. Ci sono associazioni e gruppi che proseguono il lavoro online, permettendo ai soggetti affetti da vari disturbi dell’alimentazione di non isolarsi, ma laddove non sia possibile, o non si segua un percorso di questo tipo, la cosa da ricordare è principalmente una, come sottolinea la dietista Anna Sweeney:

Tornare a comportamenti con disordini alimentari non cambierà le circostanze in cui viviamo. Piuttosto, rafforzerà i falsi schemi di pensiero che suggeriscono che un disordine alimentare sia la risposta, quando in realtà in questo momento non c’è proprio una risposta, se non lavarsi le mani e stare lontano dalle altre persone più che possiamo.

La discussione continua nel gruppo privato!
Ti è stato utile?
Rating: 4.5/5. Su un totale di 2 voti.
Attendere prego...