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"Mangiavo per non pensare, mangiavo per punirmi" Cosa significa soffrire di BED

Sono caduta in una prigione chiamata BED. Tutte le volte che mi sentivo sola, diversa e sbagliata colmavo il mio vuoto interiore con il cibo.

“Ieri sera ne parlavo col mio migliore amico, di quanto sia pesante per una donna vivere in questo mondo. Nonostante le numerose conquiste delle nostre antenate e le varie rivendicazioni di eguali diritti e parità di genere, le persone appartenenti al ‘gentil sesso’ continuano a essere scrupolosamente messe sotto osservazione con un’enorme lente di ingrandimento.

Quante volte, ammettetelo, vi sarà capitato di commentare il fondoschiena flaccido di una vostra collega che non vi sta particolarmente simpatica? E quante altre volte avrete riso con un’amica di come quella ragazza grassa non dovrebbe permettersi di andare in giro con quei leggings attillati che non fanno altro che evidenziare i suoi ‘prosciutti’?

In qualsiasi ambito noi donne operiamo saremo quasi sempre valutate per via del nostro aspetto fisico, del nostro atteggiamento, per quanto sorridiamo e per quanto invece siamo acide e mai per il valore aggiunto che portiamo con il nostro lavoro o per le nostre reali capacità.

Non è difficile rendersi conto che anoressia, bulimia, obesità e binge eating disorder, sono disturbi diffusi principalmente nel genere femminile. 
Vi sto quindi dicendo che i disturbi alimentari sono legati esclusivamente ad una questione estetica? Assolutamente no. Infatti vi voglio parlare della mia esperienza.

Ho sviluppato il mio disturbo alimentare all’età di 13 anni, me ne sono resa conto per la prima volta a 19.
Ero una ragazza precoce, entrata nel mondo degli adulti ancor prima di vivere la mia adolescenza per via di tutte le responsabilità che mi aveva accollato la mia famiglia. Questo mi ha resa molto più matura e sveglia rispetto ai miei coetanei e per me non era facile socializzare.

Avevo anche una personalità eccentrica e stravagante, un po’ fuori dagli schemi, ma anziché accettare e incorporare la mia diversità, venivo emarginata in ogni contesto.
Anche a casa la situazione non era facile, essendo cresciuta in una famiglia che aveva problemi ben più gravi da risolvere rispetto alle mie difficoltà a socializzare.

A quell’età non potevo che sentirmi sola, diversa e sbagliata. Questo stato d’animo può sfociare in diverse conseguenze. Io caddi in una prigione chiamata BED. Tutte le volte che mi sentivo appunto sola, diversa e sbagliata colmavo il mio vuoto interiore con il cibo.
Il cibo mi dava un senso di appagamento istantaneo che non riuscivo a trovare altrove. Ci è voluto poco perché diventasse una dipendenza pericolosa.

Come con tutte le dipendenze, se non sradicate sul nascere, si tende a peggiorare col tempo. Quelle piccole dosi di cibo che mi facevano stare meglio non bastavano più, mese dopo mese le abbuffate erano sempre più consistenti e dannose.

Il mio rapporto col cibo è diventato malato e perverso. Mangiare non era più una necessità fisiologica, ma era diventato un meccanismo automatico e violento. Mangiavo per non pensare, mangiavo per non sentirmi vuota, e a volte mangiavo per punirmi.

Queste abbuffate ricorrenti erano seguite da sensi di colpa, frustrazione e malessere fisico per aver mangiato più di quanto il mio corpo non potesse reggere. Inevitabilmente il mio fisico ha cominciato a cambiare e a diventare sempre più rotondo, e qua riprendo quel tema con cui avevo introdotto questo articolo.

Ho cominciato ad odiare il mio corpo perché non era all’altezza degli standard che la società mi richiedeva. Sentendomi a disagio in ogni occasione ho iniziato sempre più a chiudermi in me stessa, a sentirmi sempre più sola e a mangiare sempre di più.

È un circolo vizioso che sembra non avere via d’uscita, una prigione.
La cosa peggiore però è che nessuno si era accorto di questo mio disturbo alimentare. Chi mi conosceva pensava che fossi solo troppo golosa o che avessi cattive abitudini alimentari.

Vuoi dimagrire? Mangia meno.
Grazie genio.
I disturbi alimentari non sono problemi che si possono risolvere con una dieta o con un’educazione alimentare, perché fondano le loro radici nei meccanismi complicati della nostra psiche e sono frequentemente accompagnati da altri disturbi mentali come la depressione. Finché non troviamo una soluzione alle nostre questioni irrisolte, non possiamo cominciare il processo di guarigione.

Ma come possiamo risolvere un problema se non siamo nemmeno consapevoli di averlo? Io personalmente ci ho messo più di sei anni per accorgermene.
Ed è motivo per cui ho deciso di scrivere cercando di sensibilizzare il più possibile giovani e adulti. Le persone estranee a questo problema spesso non capiscono che non si tratta di banali fissazioni o cattive abitudini alimentari. Questi sono problemi reali e nella maggior parte dei casi sono invalidanti.

Una persona che convive con un disturbo alimentare molto difficilmente potrà godere della propria vita o semplicemente prendere decisioni per il proprio bene, dato che molto spesso il disturbo è accompagnato da una scarsissima autostima e una bassissima considerazione di sé.

Nel mio caso questo disturbo mi ha impedito di coltivare relazioni con persone a cui tenevo, perché non mi sentivo abbastanza per meritare il loro affetto, ho declinato inviti alle feste perché mi sarei sentita a disagio perché non sufficientemente bella o magra.

Non sono una specialista e non posso che parlarvi del mio percorso.
Penso di non essere completamente guarita da questo disturbo, ma ho fatto dei passi molto importanti nella direzione giusta.
Anzitutto ho riconosciuto di avere un problema, e come vi dicevo ci ho messo sei anni per rendermene conto. Il secondo passo è stato chiedere aiuto, parlandone con chi mi è caro per poi rivolgermi ad una specialista.
Grazie all’aiuto della psicologa ho capito quali erano i meccanismi e le situazioni da cui scaturiva il mio malessere.

Potevo provare tutte le diete del mondo, ma se non elaboravo le mie ferite psicologiche non avevo alcuna possibilità di stare meglio. Ho compreso che il mio focus non doveva essere perdere peso, ma stare bene.

È stata durissima, soprattutto quando è arrivato il momento di fare il passo più importante di tutti: accettarmi per quella che ero. Accettarsi, amarsi, erano concetti che, per quanto diffusi e ribaditi, rimanevano per me astratti e intangibili. Ho speso mesi per cercare di comprendere il significato di queste due parole. Nel frattempo continuavo a guardarmi allo specchio e a sentirmi intrappolata in un corpo che non mi piaceva e che mi faceva stare molto male.

Amare se stessi è un concetto che non può essere spiegato a parole, è un’esperienza che si prova, una sorta di rivoluzione copernicana.

Quando ho finalmente imparato ad amarmi e a non cercare l’amore e l’approvazione negli altri, le mie scelte, anche quelle alimentari, sono diventate più ponderate e orientate al mio benessere psicofisico.
Ero convinta che sarei rimasta intrappolata in quella prigione per tutta la vita e che non avrei mai avuto un corpo che mi piacesse. Quando ho invertito questa tendenza apprezzando il mio corpo con tutte le sue naturali imperfezioni sono diventata più serena, ho migliorato il mio rapporto col cibo e ho iniziato a coccolarmi di più.

Negli ultimi mesi ho perso più di 17 kg. Dovrei perderne altri cinque o sei per raggiungere il mio peso forma, ma la motivazione che mi spinge a dimagrire non è più un fattore estetico. Ho deciso di farlo per la mia salute.

Non vi nego che i momenti di difficoltà e di debolezza si presentano ancora e anche se sono dimagrita parecchio ogni tanto mi è capitato di ricascare nei vecchi meccanismi. Ma c’è una grandissima forza di volontà nel voler riprendere la mia vita in mano, che mi permette di accettare con più leggerezza i miei piccoli fallimenti e di rialzarmi per raggiungere il mio obiettivo.”

Questa è la testimonianza di Viola, che su Instagram, come violatells, racconta del suo duro percorso per uscire dal BED, il Binge Eating Disorder, un disturbo alimentare in cui la componente psicologica è molto importante; chi soffre di questa problematica non riesce ad avere un rapporto equilibrato con il cibo, cedendo spesso a vere e proprie abbuffate per poi cadere preda di sensi di colpa, pentimento e depressione. Chi soffre di BED vede nel cibo una fuga dalla realtà, un blocco emotivo da uno stato ritenuto intollerabile, oppure ha difficoltà a gestire i propri impulsi.

Viola ci ha coraggiosamente raccontato la sua storia per farci capire che i disturbi mentali spesso e volentieri, in realtà, non riguardano solo e soltanto il cibo in senso stretto.

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