'Adesso so che sono fortunata ad avere un figlio autistico' - Roba da Donne

"Adesso so che sono fortunata ad avere un figlio autistico"

"Appena mi dissero della diagnosi piansi senza sosta per alcuni giorni, agitata da mille domande. Adesso capisco che sono fortunata che lui sia qui con me. Autismo è solo una parola che non dice niente di quello che lui è, della sua dolcezza".

Una delle cose che non ti dicono quando diventi madre, è che intorno a te si scatenerà una lotta senza quartiere.

Ho visto madri primeggiare sul peso del proprio neonato, sull’altezza, sullo stato di salute e naturalmente su progressi come prime parole, primi passi, abbandono del ciuccio e così via.

Da un lato le capisco: sono orgogliose. Anche per me il mio bimbo è il più bello e il più intelligente di tutti – in realtà, come ho già detto, è davvero molto intelligente, ma quando incontro la neuropsichiatra, ogni volta, mi fa capire che non è positivo.

Alcuni autistici sono molto intelligenti, più della media. Questo non significa però che affronteranno le sfide della vita in maniera più semplice, anzi, gli ostacoli che incontreranno potrebbero essere più alti di quelli degli altri bambini. Per un bambino come Francesco, che ha un ritardo nel linguaggio come tratto caratteristico del suo autismo, comunicare con le parole è uno di quegli ostacoli alti alti. Uno di quei suoi ostacoli che mi ha fatto scoprire un lato di me che non immaginavo.

Sono stata abituata a non guardare ciò che avevano gli altri, sono cresciuta in questo modo. Fino a che non è nato mio figlio, mi sono sempre domandata come alcune persone provassero un senso di ingiustizia nei successi degli altri. Prima che il mio amore nascesse, provavo gioia per il successo delle persone che mi erano simpatiche, indifferenza per i successi delle persone che non mi piacevano. Poi è arrivato lui e visto che una delle mie grandi aspettative era: chissà che chiacchierate farò con lui; ora mi trovo a invidiare le nuove parole che i figli di amici e colleghi pronunciano.

Non va così male però. Da quando Francesco ha iniziato i principi della terapia Aba l’estate scorsa, dice tantissime cose: da qualche mese ha iniziato la formazione delle frasi, o meglio dei periodi. E ogni volta che dice qualcosa, qualcosa che sia contestualizzato, io mi emoziono davvero tanto, a volte fino alle lacrime.

È così bella la sua voce, è stato meraviglioso quando mi ha recitato la poesia di Halloween imparata a scuola, è fantastico quando ripete a memoria l’intro dei PjMasks o canta le canzoni de Il Re Leone.

Io lo so che la sua strada è in salita e, a differenza delle altre madri, non ho i mezzi e le capacità di aiutarlo nella scalata – solo le dottoresse della terapia Aba possono. Io posso solo seguire i loro consigli sul parent training, parlarne a scuola – in modo che anche le maestre facciano altrettanto – e aspettare. In quest’attesa ho trovato in mio figlio un incredibile ascoltatore.

Quando torna da scuola o nel fine settimana non è raro che, mentre sto scrivendo in soggiorno, lui arrivi con un libro. In questo periodo ce n’è uno dei suoi preferiti che si chiama Non voglio essere una rana e parla di una rana che vorrebbe essere un gatto, un coniglio oppure un gufo. La morale del libro è: siamo quello che siamo. È bello essere una rana, ci andrebbe peggio se fossimo una mosca.

E allora penso che questo libro faccia più bene a me che a lui. Lui sorride – soprattutto quando la rana incontra il lupo e io allora faccio la voce roca da lupo – e capisco una cosa importante: sono fortunata ad avere un figlio autistico. Appena mi dissero della diagnosi piansi senza sosta per alcuni giorni, agitata da mille domande. Adesso capisco che sono fortunata che lui sia qui con me. Autismo è solo una parola che non dice niente di quello che lui è, della sua dolcezza.

Francesco è la persona più importante della mia vita, e come ho già spiegato, ho rischiato che non fosse qui. Io sono la persona più importante della sua. Quello che mi auguro è che, benché lui resterà sicuramente la priorità per me, trovi una persona più speciale di me, quando sarà adulto. Che sia una donna, un uomo o una persona non binaria poco importa. Quello che conta è che sia felice, che sia amato, che riesca finalmente a comunicare con le parole.

In questi giorni non è stato troppo bene: ha avuto lo stomaco sottosopra. Allora ho cercato di offrirgli via via cose leggere, dai cracker al latte diluito con l’acqua, fino al riso con il parmigiano, come da consiglio del pediatra.

Quello che ho trovato fantastico è che, ogni volta che era sazio, mi diceva: «No, grazie». A volte sento delle madri lamentarsi del fatto che i loro figli parlino in continuazione. Mi piacerebbe dire loro: lasciateli fare, non avete idea di quanto siete fortunate a poter conoscere sempre i loro pensieri.

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