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Quando il ciclo mestruale rischia di ucciderti

Si può davvero rischiare di morire per colpa del proprio ciclo mestruale? Sembrerebbe quasi impossibile da credere ma a spiegarlo è una ragazza anonima la quale ha postato la sua triste Odissea sul sito internet Broadly.

È inutile negarlo: per una donna, il ciclo mestruale è parte integrante della sua vita. Dopo i primi traumi dovuti al dolore (per chi lo prova), agli sbalzi d’umore e alle voglie improvvise, si impara a controllarlo e ad accettarlo, in un certo senso, poiché sarà parte della nostra esistenza negli anni a seguire. E se esiste chi non prova alcun malessere durante quei fantomatici cinque o sette giorni al mese, c’è invece chi è stata quasi uccisa dalle proprie mestruazioni. Fitte, spasimi e perdite di sangue fin troppi ingenti che vanno a gravare non poco sulla salute della persona. A raccontarlo è stata una giovane donna anonima: nessun nome, nessun volto, solo parole dolorose apparse per la prima volta nell’agosto 2015 sul sito internet Broadly, dedicato all’universo femminile, e successivamente riprese in versione tradotta da Vice.

Seduta a gambe crociate su un letto d’ospedale, spiegavo la storia delle mie mestruazioni a un dottore. Lui mi guardava con fare interrogativo, guardando la mia cartella clinica: “25 anni, sei molto giovane”. Quel pomeriggio avevo scoperto di essere anemica. Ero stata ricoverata in ospedale per una trasfusione di sangue. In 12 ore mi erano state somministrate tre sacche di sangue. Avevo un ago conficcato nel braccio e tre donne di età diverse intorno a me. Quella mattina avevo ricevuto una chiamata da parte del mio medico riguardante l’esito delle mie analisi del sangue. Mi aveva raccomandato di andare subito in Pronto Soccorso, dicendo che i miei livelli di emoglobina erano pericolosamente bassi. Ero disorientata e sola, mi ero ritrovata a piangere in silenzio davanti alle infermiere che cercavano di collegare quei tubicini di plastica nelle mie vene. Ero così stanca che non riuscivo a camminare e mi spingevano su una sedia a rotelle lungo i corridoi dell’ospedale. Anche stare seduta era difficile. Il mio corpo continuava a piegarsi in avanti. È semplice dimenticarsi la vulnerabilità di essere umani quando si è costantemente presi da mille altre cose tanto da non ascoltare il proprio corpo. Quella notte mi ero ricordata che nessuno di noi è infallibile.

Ha spiegato la donna durante quello che è un lungo discorso fatto di ricordi, memorie non troppo lontane e di un passato (e presente) per il quale sta ancora pagando le conseguenze. La vita di tutti i giorni e la routine lavorativa quotidiana l’avevano allontanata dalla prima, primissima cosa principale con la quale far fronte in ogni momento: il proprio corpo. Un corpo che allora non rispondeva più e che, pian piano, stava diventando null’altro se non un peso insostenibile.

Quell’intensa stanchezza era iniziata alla fine di giugno. Ero appena tornata da un festival, ero stanca per aver trasportato delle cose pesanti ma pensavo che una giornata di riposo avrebbe risolto tutto quanto. Invece, la mia stanchezza peggiorò e si trasformò in letargia. Le normali attività quotidiane erano diventate estremamente difficili da svolgere. Mi sentivo sempre esausta e frustrata tanto da piangere. Anche lavorare era divenuto difficile e non riuscivo nemmeno a salire una rampa di scale. Cercare di fare i miei soliti esercizi mattutini era impossibile e mi riempiva di terrore, la maggior parte dei giorni non riuscivo a trovare l’energia necessaria. Non riuscivo neppure a trascinarmi in cucina per cucinare, il più delle volte volevo soltanto stendermi sul divano e non alzarmi più. Ho cominciato ad addormentarmi in pieno giorno. Non volevo dormire ma non riuscivo a combatterlo, mi faceva perdere il controllo e mi rendeva inerme. La mattina, se mi alzavo troppo in fretta, venivo colpita dalle vertigini e mal di testa. E ovviamente, ricercavo il fresco come un tossicodipendente con la droga.

Una stanchezza improvvisa, una letargia che pian piano stava distruggendo l’intera vita di questa giovane donna, sia privata che lavorativa. Non c’era voglia d’iniziativa neppure per alzarsi da letto, troppo debole e fiacca anche solo per mangiare.

Alle volte la vita ti manda dei segnali per dirti di fermarti prima che sia troppo tardi. All’inizio non li ho ascoltati, avevo troppi pensieri per la testa. Mi chiedevo: sono stanca oppure solo pigra? La maggior parte delle persone mi guardava e pensava che stessi bene. In una società dove il tuo valore è proporzionale alla tua produttività, mi sentivo colpevole e per questo motivo mi spingevo ad uscire e fare le cose. Perciò, quando è arrivata la diagnosi è stata un sollievo perché il mio esaurimento aveva una fonte. La mia grave anemia era stata causata dal mio flusso abbondante durante le mestruazioni. Ogni mese, dalla mia pubertà, perdevo una quantità di sangue così ingente tanto da mettere in pericolo la mia stessa vita. Io pensavo fosse normale. Mi svegliavo a mezzanotte per cambiare un assorbente e nei giorni di flusso più pesante non lasciavo casa senza almeno 5 assorbenti.

Poteva quindi essere il ciclo mestruale la fonte di così tanto malessere? La risposta medica è stata sì. Un malessere a cui lei stessa aveva rifiutato di credere, almeno finché non è stato insostenibile da sopportare. Chi più o chi meno, sa quanto possa essere doloroso il ciclo mestruale, soprattutto durante i primi giorni. Se si è fortunate, gli spasimi passano naturalmente senza assumere nessun medicinale nel giro di qualche ora oppure sono limitati al primo giorno. Ma se non lo si è si può arrivare perfino a una condizione tale, come quella raccontata in queste parole postate sul Broadly.

Ho avuto il mio primo ciclo mestruale a 11 anni. Grazie alle ore di educazione sessuale fatte a scuola ho scoperto che un tampone si può espandere fino a tre volte la sua dimensione originale, ma nessuno mi aveva mai spiegato quanto fosse il flusso per qualcuno della mia età. Ci avevano spiegato la forma dei nostri corpi ma non come funzionassero. Così ho lottato in silenzio durante tutta la mia adolescenza e nei primi vent’anni d’età, confidando il mio dolore solo alle persone più vicine. Ho sopportato un ciclo mestruale debilitante per innumerevoli volte, con dolori così forti che mi spingevano a chiedere dei giorni di malattia a scuola e a lavoro. Il primo giorno di ciclo, mi svegliavo nel bel mezzo della notte in preda al dolore. La nausea era così forte che mi sedevo in bagno, vomitando, e non riuscivo a mangiare per paura che ricapitasse ancora. Non riuscivo a dormire e mi svegliavo madida di sudore. Il mio ciclo non mi donava gravi dolori, piuttosto tanto timore e paura. Mi sembrava che volesse uccidermi, e anni dopo ho scoperto che lo stava facendo davvero.

Ha continuato a spiegare la donna al sito internet. Paura di svegliarsi in piena notte senza la forza necessaria per affrontare un nuovo giorno scolastico oppure lavorativo, una paura più che giustificata che non poteva condividere pienamente con nessun altro. Era normale, quindi, un ciclo del genere? Ovviamente no ma nessuno, neppure durante i suoi anni scolastici, le aveva mai spiegato come davvero potesse funzionare l’organo femminile in quei delicati giorni. C’era sangue, dolore, sì, ma il resto era un totale buco nero che aveva dovuto affrontare senza il supporto di nessuno, in silenzio. Almeno fin al giorno in cui non è arrivata finalmente la diagnosi di anemia legata proprio al suo flusso mestruale abbondante.

L’anemia è comune nelle donne che hanno un ciclo mestruale abbondante, ma non sempre le due cose sono correlate. Di solito si può contrastarla con una dieta equilibrata aggiungendo degli alimenti ricchi di ferro. Nel mio caso, mangiare spinaci e fagioli non era sufficiente a contrastare la mia perdita di sangue. Sembra che le donne siano più a rischio ma non sono in molte a saperlo.

“La carenza di ferro nelle donne mestruate non è presa sul serio come indicatore della malattia come invece succede negli uomini e nelle donne in post-menopausa”, aveva spiegato la dottoressa Sophie Osbourne, un medico di NHS a Enfield, nel nord di Londra. Le sue parole riflettono esattamente la mia esperienza. Un anno fa, quando i risultati delle mie analisi hanno mostrato una lieve anemia, il mio medico non pensava fosse abbastanza rilevante tanto da farmelo sapere. “È insolito che una leggera anemia si sviluppi in qualcosa di più grave a meno che non ci siano altri fattori in gioco”, aveva continuato la dottoressa Osbourne, “Ma un ciclo mestruale abbondante, se va avanti per molto tempo, può modificare in modo consistente i valori di ferro nel sangue”. La dottoressa Osbourne mi aveva raccontato di aver incontrato diverse donne nella mia stessa situazione durante la sua carriera. “In molti casi”, mi aveva spiegato, “il primo sospetto era un possibile sanguinamento dell’intestino, ma alla fine invece era tutta colpa del ciclo mestruale”.

Una noncuranza medica da una parte, quindi, oltre che una sua, che ha scosso non poco la vita di questa giovane donna portandola a 20 anni in quella camera d’ospedale di cui parlava all’inizio del suo discorso.

Nelle scuole e nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici, le persone inventano sempre più modi per nascondere i propri assorbenti alla vista degli altri durante il tragitto fino al bagno oppure aspettano il momento giusto per svuotare le proprie coppette nei bagni comuni. La mia esperienza con le mestruazioni mi ha insegnato che tutte le cose che accadono a un corpo femminile venivano viste come una stigmate, erano strane e sbagliate per questo motivo non dovevano essere divulgato. C’è stato un momento nella storia in cui le donne hanno combattuto per far prendere coscienza a tutti in modo completo sulla salute sessuale del loro corpo. Il movimento femminista del 1969 ha portato alla stesura del libro Our Bodies, Ourselves. Alimentato da una sete di conoscenza senza precedenti in un contesto dove la professione sanitaria era dettata dagli uomini, il libro è nato da un seminario di sensibilizzazione sui corpi delle donne.

Oggi non parliamo del nostro ciclo mestruale. Non avevo nessun punto di riferimento così quando sono arrivata alla pubertà non ho domandato cosa mi stesse succedendo. Avevo paura di parlare con le mie amiche dei miei problemi legati al ciclo e mi sentivo come se stessi imbrogliando il mio datore di lavoro a dire che non riuscivo ad entrare in ufficio per colpa delle mie mestruazioni. Nel corso degli anni ho imparato a gestire la mia condizione. Passare dagli assorbenti alle coppette ha fatto sì che potessi smettere di preoccuparmi delle perdite più abbondanti e imbarazzanti. Evitare queste situazioni stressanti ha aiutato ad alleviare questo mio dolore mensile. Ho iniziato a lavorare come freelance e ciò significa riuscire a prendermi un paio di giorni senza sentirmi in colpa poiché non ho nessun capo a cui rispondere.

La ragazza condanna anche la società moderna che ancora tutt’oggi vede il ciclo mestruale di una donna come un tabù, un segreto da non divulgare in presenza di persone del sesso maschile. Qualcosa da nascondere e per il quale lei stessa dovrebbe sentirsi inadeguata. Quasi impossibile da credere. Il ciclo è sinonimo di donna e non è assolutamente qualcosa di cui vergognarsi, anzi. È un delicato periodo del mese normale e naturale, antico fin dall’inizio dei tempi. Non deve esistere alcuna vergogna.

Qualche giorno dopo la trasfusione del sangue, mi sono ritrovata stanca, frustrata e ho chiamato il mio medico. Ingenuamente pensavo che la trasfusione sarebbe stata come un caricabatterie per un telefono, pompandomi nelle vene del nuovo sangue mi sarei subito rimessa in forze. Invece, sono stata mandata a casa con una borsa piena di scatole di pillole. Nei momenti peggiori, prendevo dieci compresse al giorno. La maggior parte di essere erano state progettate per fermare il mio flusso al fine di non dovermi sottoporre a una nuova trasfusione. Sono passate settimane prima che mi riprendessi appieno, e lo sto ancora facendo, ma ora sento di essere viva. Sono le piccole cose a spingermi a dirlo, come riuscire a salire le scale senza dovermi prendere del tempo per riposare. È l’assenza del mal di testa, è riuscire ad andare in bicicletta senza aver paura di svenire. Insieme alla letargia ero scossa da una completa apatia, ma ora le mie emozioni sono tornate in un tripudio di gratitudine. È strano sapere che sto meglio grazie a degli estranei che mi hanno donato del sangue, quello che ora è il mio sangue. Ho ancora paura del mio ciclo mestruale. Ma credo di aver sperimentato la peggiore delle sue conseguenza, almeno per ora.

Un’Odissea insomma che si è conclusa nel migliore dei modi, almeno per questa giovane donna. Un travaglio durato più di 10 anni della sua vita al quale non riusciva a dare una risposta precisa, non totalmente per lo meno, e che si dimostrato agli occhi di un medico attento come una vera e propria patologia. È quindi importante non sottovalutare mai il nostro corpo e i segnali che esso ci da. Sono questi, anche i più piccoli, a portarci a capire pienamente cosa stiamo vivendo in quel momento. Domandatevi e confrontatevi, non abbiate paura di parlare (“Sto davvero bene? Il mio ciclo è normale? I miei flussi sono nella norma?), perché l’informazione, soprattutto quella condivisa, è il mezzo più importante che abbiamo.