Quanti pap test e mammografie NON sono stati fatti causa Covid-19 e cosa significa

Il Codiv-19 ha avuto una pesante ripercussione sui programmi di screening portando a numeri di molto inferiori rispetto allo scorso anno. Ecco nello specifico i dati e cosa significa.

La pandemia da Covid-19 ha purtroppo avuto molte ripercussioni in altri ambiti sanitari. In particolare ha impattato notevolmente sui programmi di screening di routine a livello nazionale, generando ritardi considerevoli e un numero inferiore di esami effettuati rispetto agli anni precedenti.

Una situazione che poterà purtroppo a un maggiore numero di stime di lesioni tumorali nei mesi a seguire, di norma evitabili o presi negli stadi iniziali in una condizione di normalità, che agevola un accesso e un’adesione più capillare a tali programmi da parte della popolazione.

I mesi che sono stati toccati da uno stop di tutte le attività di screening di routine sono stati “solo” marzo e aprile 2020, il periodo iniziale dello stato di emergenza, da maggio questi sono ripartiti – con tempistiche, intensità e modalità diverse fra le varie Regioni e all’interno della stessa Regione – ma, come vedremo a breve attraverso i dati, non hanno consentito di recuperare il ritardo accumulato. Tra gli screening previsti che hanno subito ritardi e sospensioni ci sono il pap test, l’HPV test e le mammografie.

Confrontando l’anno in corso con le medie degli anni precedenti, si stima che siano state “perse” 2.383 diagnosi di lesioni pre-cancerose alla cervice, 2.793 alla mammella e 1.168 carcinomi. Sono i dati che emergono dal secondo rapporto dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS), un’indagine che prende in esame i primi nove mesi del 2020 – dal 1 gennaio al 30 settembre 2020 – allo scopo di misurare quantitativamente il ritardo accumulato e le capacità di recupero di ogni Regione.

La survey è stata condotta mediante l’invio di una scheda ad hoc a tutti i coordinamenti regionali dei programmi di screening oncologici alla fine del mese di ottobre, con l’obiettivo di confrontare il numero di inviti ed esami fatti nei primi nove mesi del 2020 con quelli del 2019. Hanno risposto alla survey 20 Regioni o Province Autonome su 21, manca alla lista solo la Basilicata e i risultati di 2 su 5 programmi della Calabria.

A differenza di una prima survey, che prendeva in esame il periodo gennaio – maggio 2020, in questa sono stati presi in considerazione, oltre agli esami effettivamente realizzati, anche gli inviti o gli utenti contattati e la percentuale di chi ha aderito.

La riduzione del numero di persone esaminate non dipende infatti solo dalla riduzione del numero degli inviti, ma anche dalla tendenziale minore partecipazione da parte della popolazione – sia nel periodo immediatamente precedente al lockdown sia nella fase di riapertura – dovuta a un’elevata percezione di rischio infettivo nel recarsi presso strutture sanitarie. Dall’indagine è emerso che questa situazione ha impattato maggiormente sullo screening mammografico – che ha registrato un -21% – rispetto a quello cervicale, -17%.

Dopo la partecipazione, analizziamo ora il numero degli inviti e delle persone esaminate in rapporto allo stesso arco temporale del 2019.

Per quanto riguarda lo screening del tumore alla cervice, sia come Pap test (con cadenza triennale) che HPV test (con cadenza quinquennale), rispetto allo scorso anni sono stati persi il 40% degli inviti, che corrisponde a circa 1.162.842 inviti, mentre il numero di persone esaminate in meno è di 540.705, pari ad una riduzione del 48,8%.

Per la mammografia gli inviti persi sono più di 900.000 inviti (-947.322) pari al -34,5% per un totale di oltre 600.000 prestazioni in meno rispetto al 2019, che corrisponde a una riduzione del 43,5%.

Ecografia mammaria: perché è tanto importante farla

Oltre ai numeri, dalla survey emerge che non vi è stato un recupero del ritardo che si era accumulato nel primo periodo preso in esame, ossia gennaio-maggio 2020, sul quale pesavano i mesi di lockdown e lo stop totale degli esami di screening. Il periodo giugno-settembre infatti, non mostra percentuali molto diverse rispetto a quello precedente. Ad esempio, nel caso dello screening alla cervice si va da un -41,3% nei primi 5 mesi a un -39,5% nei restanti.

Questo dato è stato calcolato in numero di mesi che sarebbero necessari per recuperare il ritardo accumulato. Il dato varia da regione a regione, ma la media nazionale è poco più di quattro mesi. Più precisamente parliamo di 3,9 mesi standard per i tumori della mammella e a 4,4 per le lesioni della cervice uterina. Sono solo 4 le Regioni che nel secondo periodo hanno parzialmente recuperato questo ritardo: PA Bolzano, Molise, Calabria e Sardegna.

Come abbiamo detto in apertura, questa situazione porta a un numero minore di diagnosi di lesioni tumorali con conseguenze cliniche importanti: si parla di 2.793 carcinomi mammari e 2.383 lesioni della cervice CIN2+, oltre a 1.168 carcinomi colorettali e più di 6.600 adenomi avanzati del colon retto. Le conseguenze cliniche maggiori, ossia il possibile avanzamento dello stadio alla diagnosi, sono maggiormente a carico dello screening mammografico. Bisogna inoltre considerare che, se gli screening verranno fatti in ritardo, il rischio di perdere il vantaggio di una diagnosi precoce sarà ancora limitato, ma se lo si rinvia all’anno successivo, il danno delle lesioni può diventare clinicamente importante.

L’Osservatorio Nazionale Screening ha in programma una nuova survey, partita nel mese di gennaio 2021, allo scopo di valutare l’evoluzione delle attività dei programmi di screening aggiungendo nell’analisi l’ultimo trimestre del 2020, escluso dalla seconda survey.

Bisogna comunque dire che la situazione pandemica è andata a influire su un quadro già non particolarmente positivo, soprattutto al Sud. Se prendiamo il Rapporto 2019  possiamo notare che nel 2018 solo il 54% delle donne invitate aderiva allo screening mammografico – il 38% al Sud – mentre per lo screening cervicale l’adesione era pari al 39,6%, solo il 27,5% al Sud.

Articolo originale pubblicato il 15 Gennaio 2021

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