Il diabete è una patologia estremamente seria, che riguarda milioni di persone in tutto il mondo ma, per assurdo, non tutti sanno di essere malati. I dati parlano chiaro, e dipingono uno scenario in cui addirittura un malato su due non sa di esserlo.

In occasione della Giornata mondiale del diabete 2020, che si celebra il 14 novembre, si è inoltre voluta focalizzare l’attenzione sugli infermieri, particolarmente al centro delle cronache in questo tormentato anno a causa della pandemia mondiale di Covid-19, tanto che il tema dell’evento è proprio L’infermiere e il diabete; oltre che essere impegnato a livello globale per l’emergenza sanitaria in atto nel 2020, infatti, il personale infermieristico svolge un ruolo cruciale anche nell’assistenza ai malati diabetici, e la campagna di World Diabetes Day mira proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica su queste figure, spesso dimenticate.

Anche perché, anche in questo caso sono i numeri a parlare chiaro, e a raccontare di una situazione di estremo disagio, dove c’è una forte precarietà di infermieri.

Il ruolo fondamentale degli infermieri

Gli infermieri attualmente rappresentano oltre la metà della forza lavoro sanitaria globale, e ovviamente svolgono un ruolo fondamentale anche per i diabetici, soprattutto perché il numero di malati continua a crescere in tutto il mondo; per questo è estremamente importante investire nell’istruzione e nella formazione, per fornire al nuovo personale infermieristico le giuste competenze.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) gli infermieri rappresentano il 59% degli operatori sanitari, e la forza lavoro infermieristica globale è di 27,9 milioni, di cui 19,3 milioni sono infermieri professionisti.
C’è però un’importante e preoccupante carenza globale di infermieri, che nel 2018 è stata di 5,9 milioni, la stragrande maggioranza della quale – l’89% – concentrata nei Paesi a reddito medio e basso.

Se si vuole scongiurare una situazione sempre più allarmante, il numero degli infermieri formati e impiegati negli ospedali deve crescere dell’8% all’anno entro il 2030, per un investimento totale stimato dall’OMS che si aggira attorno ai 3,9 trilioni di dollari, il 40% dei quali dovrebbe essere dedicato alla remunerazione del personale sanitario.

Chiaramente investire nella forza sanitaria potrebbe avere importanti conseguenze, in senso positivo, anche sull’eliminazione della povertà, sull’istruzione sempre più inclusiva, sull’uguaglianza di genere e sull’emancipazione femminile in quelle zone del mondo, soprattutto, dove ancora oggi moltissime ragazze devono rinunciare a studiare e hanno ben poca libertà di scelto rispetto alla propria vita.

Anche la International Diabetes Federation ha rivolto un appello ai responsabili politici e agli infermieri, parlando delle misure che possono essere intraprese per garantire che gli operatori sanitari siano preparati al meglio per sostenere le persone che convivono con il diabete nelle loro comunità, attraverso una migliore istruzione e finanziamenti. Per questo, fra le altre cose, ha inaugurato una collaborazione con ITN Productions Industry News su un programma in stile news – “Diabetes Matters” – per aumentare la consapevolezza sul tema.

L’iniziativa fornirà informazioni essenziali per chiunque convive con i diversi tipi di diabete, aiutando le persone a capire quali comportamenti mettono più a rischio di sviluppare la condizione ed esplorando i più recenti metodi di trattamento per migliorare i risultati dei pazienti.

Attraverso questo programma, speriamo di aumentare la consapevolezza della necessità di prevenire il diabete di tipo 2 nelle persone ad alto rischio, migliorare la cura del diabete per i milioni di persone che convivono con il diabete e prevenire o ritardare l’insorgenza di complicanze. Vogliamo sottolineare perché il diabete deve essere tenuto in primo piano e al centro dell’agenda sanitaria globale.

Ha spiegato il professor Andrew Boulton, presidente dell’IDF, aggiungendo poi una postilla proprio sul ruolo degli infermieri.

Per la nostra campagna per la Giornata mondiale del diabete di novembre, l’IDF sta evidenziando il ruolo vitale svolto dagli infermieri nell’aiutare a prevenire e gestire il diabete. Gli infermieri fanno davvero la differenza supportando le persone che convivono con il diabete. Sono fra i primi a poter rilevare i primi segni del diabete, complicazioni e ad aiutare a identificare le persone ad alto rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Per garantire che questo supporto continui sia a breve che a lungo termine, esortiamo i sistemi sanitari e i governi di tutto il mondo a investire nell’assunzione e nella formazione di più infermieri. Vorremmo che sempre più infermieri qualificati avessero maggiori opportunità di specializzarsi nella cura del diabete.

Fra le altre cose, inoltre, l’IDF organizza corsi online, disponibili fino al 31 dicembre 2020, in cui gli aspiranti infermieri impareranno l’importanza dell’educazione terapeutica del paziente, il ruolo dell’educatore del diabete, le varie componenti della formazione per educatori sul diabete e le strategie psicosociali e comportamentali per l’autogestione e l’educazione.

Quanti sono i malati di diabete nel mondo

Si stima che oggi un adulto su undici conviva con il diabete, il che significa che i malati di diabete sono circa 465 milioni in tutto il mondo.

Tuttavia l’IDF stima che ben 212 milioni di persone , ovvero quasi la metà di tutti gli adulti che attualmente convivono con il diabete, non sappiano di avere il diabete, generalmente di tipo 2. Per questo, IDF ha creato una valutazione online del rischio di diabete, che cerca di avere una stima del rischio che ha un individuo di sviluppare il diabete di tipo 2 entro i prossimi dieci anni, con un test basato sul punteggio di rischio di diabete finlandese (FINDRISC) sviluppato e progettato dalla professoressa Jaana Lindstrom e dal professor Jaakko Tuomilehto dell’Istituto nazionale per la salute e il benessere, di Helsinki.

Sul sito di World Diabetes Day il test è disponibile in diverse lingue.

Le storie di Michele ed Eleonora

In occasione della Giornata mondiale del diabete 2019 avevamo sentito due ragazzi che convivono con questa malattia, Michele Mercorelli ed Eleonora Inzaina. A distanza di un anno, li abbiamo contattati di nuovo per sapere come vanno le cose, e se hanno trovato difficoltà maggiori anche vista l’emergenza sanitaria a livello mondiale.

Eleonora

"Il diabete non concede pause e la notte fa paura: non sai se ti sveglierai"

“Quest’anno è stato davvero difficile, ha messo tutti noi alla prova sotto diversi punti di vista – ci racconta Eleonora – l’ emergenza sanitaria ha cambiato e limitato profondamente le abitudini della nostra vita quotidiana.
Affrontare tutto questo con Mr D. è stato strano, ogni tanto litighiamo ancora e non andiamo d’accordo; ci sono stati alti e bassi, momenti più difficili di altri, ma per me, fortunatamente, mai niente di grave.
Dovendo riassumere un po’ le varie fasi direi che: all’inizio dell’emergenza, chiaramente, l’ansia e la paura la facevano da padrone, quindi glicemie sfasate dagli stati d’animo; la quarantena ha cambiato la mia alimentazione e i miei ritmi di vita, perciò le glicemie erano sballate dal cibo e dal poco movimento; ho continuato a lavorare in ufficio anche durante il lockdown perché sono impiegata in un’agenzia di assicurazioni del mio paese, quindi le glicemie erano instabili per la tensione dovuta al contatto con altre persone.
Non è stato, però, tutto negativo. In piena quarantena ho cambiato sia il Microinfusore ( o pompa di insulina) che il sensore (sistema di monitoraggio continuo della glicemia), il tutto in videoconferenza con il mio diabetologo e l’ Informatore Medico Scientifico. Una scena tragi-comica nella quale l’ Informatore tentava di spiegarmi cosa fare per poter inserire il nuovo sensore e io che, essendo molto imbranata, facevo tutto il contrario.

Una semplicissima operazione è durata un’ eternità, tra le risate generali e con non poche difficoltà per estrarre l’ago d’inserzione dalla mia panica, ma alla fine ci sono riuscita. Stessa scena con il microinfusore.
I nuovi presidi mi hanno aiutata molto nella migliore gestione delle glicemie, che comunque alcuni giorni fanno ancora un po’ come vogliono.
Nell’ambulatorio di diabetologia della mia zona, essendo in ospedale, non erano permesse le visite in presenza, se non per le urgenze, quindi i contatti con il diabetologo sono stati rari, rapidi e dunque meno approfonditi.
Durante la pandemia ci sono stati momenti in cui ho avuto molta paura per la mia salute, essendo soggetti immunodepressi, noi diabeti siamo altamente a rischio. Le nostre glicemie risentono di qualsiasi cosa: cibo, stati d’animo, stress, stanchezza ecc. In caso di infezione i valori sono incontrollabili e aumentano il rischio di complicanze, non perché ci ammaliamo di più, ma perché la probabilità di stare male e non gestire correttamente Mr D. aumenta.
Il fatto di non poter incontrare il diabetologo non ha aiutato in questo senso: Il Diabete non si ferma! Non lo possiamo mettere in pausa perché è in corso una pandemia. Abbiamo sempre bisogno della nostra insulina, del nostro sistema di monitoraggio e di controllare che tutti i parametri siano in range. Non possiamo permetterci di dimenticarlo per concentrarci su una paura più grande. Dobbiamo sopportare e gestire tutto insieme.
Durante i mesi più difficili ci sono stati ritardi e gravi problemi con le forniture dei materiali di consumo presso le farmacie territoriali. Questo ha mandato in crisi molti miei amici diabeti e le loro famiglie, per il semplice fatto che noi non possiamo rimandare la dose di insulina perché non è disponibile, non possiamo trovare un’altra soluzione, non abbiamo alternative!
Nel corso di quest’anno sono diventata membro del direttivo della Federazione Regionale Rete Sarda Diabete Ets-Odv, che lavora proprio per mettere in evidenza le criticità come queste e propone soluzioni efficaci per i diversi temi. Ma soprattutto la Federazione serve per confrontarsi, chiedere consigli, imparare dalle esperienze di tutti e tanto altro. Avendo meno possibilità di vedere il diabetologo queste opportunità di confronto sono diventate importantissime: ho imparato e continuo ad imparare davvero tanto, sia su Mr D. che su di me, da tutte le persone che ruotano intorno a RSD.

Continuo a portare il mio zainetto sulle spalle, a volte mi pesa davvero tanto, mi fa arrabbiare e ancora non lo accetto completamente… Altre volte pesa meno, convivo con Mr D., continuo a presentarlo a chiunque non lo conosca, senza paura e senza vergogna, mostrando le mie parti robotiche attaccate al braccio e alla pancia.. Sono Diabeta, che ci posso fare?”

Michele

“Eccoci qua, novembre 2020. Quest’anno è la mia settima Giornata Mondiale del Diabete ed io, come ogni anno, mi sento un diabetico completamente diverso da quello che ero negli anni passati.
Non è cambiata la mia voglia di condivisione: sono sempre felice di raccontare la mia malattia, e come essa mi abbia spinto a guardarmi dentro per cercare di diventare una persona migliore. Ciò che è cambiato è il mio tempo a disposizione: poco. Molto meno dell’anno scorso. Perché i miei bimbi crescono, così come i chilometri settimanali che faccio nelle mie scarpe da corsa. Ho un nuovo lavoro, totalmente diverso dal precedente, ma con gli stessi requisiti di compatibilità rispetto alla mia condizione di diabetico.

Tutto ciò non è poco, ma non è tutto. C’è un fattore che, a novembre 2019, sembrava neanche lontanamente immaginabile. Qualcosa che credevamo potesse esistere solo nei film, e forse proprio per questo abbiamo sottovalutato, fino a quando non ce lo siamo trovati sotto casa. Sto parlando, ovviamente, del Covid-19.
L’impatto che questa orrenda “novità” ha avuto sulla gestione del mio diabete di tipo 1 è in realtà assai limitato. Ho sempre reperito senza difficoltà il materiale di consumo periodico ed anzi, è stato anche più semplice, grazie all’utilizzo di mail e chat. Niente più attese in fila: richiedo il materiale, e lo vado a ritirare in farmacia una volta disponibile.

Le mie abitudini, anche durante il lock down, sono rimaste le stesse. Ho praticato la stessa quantità industriale di sport grazie alla cyclette, al tapis roulant, e alla pur modesta dotazione di attrezzi che ho in casa. Ammetto che mi è mancato da matti l’andare a correre in strada, ma è stato un sacrificio che ho sostenuto volentieri in favore della causa.
Le chiusure di ristoranti, pizzerie, bar e pasticcerie sono stati (indegnamente) rimpiazzati da esperimenti culinari casalinghi, che non sempre hanno offerto lo stesso livello di gusto, ma a livello di iperglicemie lo scontro è stato alla pari!

Fino a qualche mese fa la vita ci sembrava difficile ma, guardandola con gli occhi di oggi, ci rendiamo conto di quanto fossimo fortunati e liberi! Un po’ come quando io ripenso ai miei anni da non diabetico: quando decidevo di mettermi a dieta e poi, dopo neanche 2 giorni, fallivo miseramente e ricominciavo a mangiare ciò che più mi andava. Oppure, quando mangiavo per noia, o distrattamente davanti la tv.
Mangiare, e non pensare. Quasi non ricordo più cosa di prova…

Oggi accade qualcosa di simile: prima del Covid avevamo la nostra quotidianità, le nostre certezze, le nostre routine. I nostri problemi, grandi o piccoli, erano tutto il nostro mondo, e tutto il resto lo davamo per scontato. Ed era giusto così!
Adesso più che mai mi sto affidando a 3 qualità che il diabete di tipo 1 mi ha permesso di sviluppare: la resilienza, il rispetto delle regole e la determinazione.
È chiaro che non sono felice: mi rattrista pensare a tutti coloro che hanno avuto il virus e non ce l’hanno fatta, e a chi il virus lo sta soffrendo dal lato economico. Mi rattrista pensare a coloro che negano, perché fanno del male a loro stessi ed agli altri. Mi rattrista pensare ai concerti fermi, ai musei ed ai cinema chiusi, agli stadi vuoti ed agli ospedali pieni. Insomma, di motivi per essere tristi ne abbiamo a non finire ma, purtroppo o per fortuna, non abbiamo altra scelta che andare avanti, difenderci, attaccare e impostare una ricostruzione, proprio come in una guerra.
Resilienti, rispettosi delle regole e determinati!”

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