Cisti pilonidale: cos'è, cause e trattamento | Roba da Donne

Sappiamo che tenere uno stile di vita sedentario in generale non fa mai bene alla salute, ma è anche vero che ci sono molti mestieri che richiedono necessariamente di stare seduti per gran parte del tempo; fra i fastidi che questo genere di comportamento può portare a sviluppare c’è anche la cisti pilonidale, una condizione del tutto benigna che, tuttavia, può far sentire piuttosto a disagio con il proprio corpo.

Cos’è la cisti pilonidale?

La cisti pilonidale è una lesione che si sviluppa a livello cutaneo, quasi sempre nella regione sacro-coccigea, e si trova generalmente nel solco compreso tra i due glutei; talvolta si presenta con uno o più piccoli fori nel mezzo del solco intergluteo, e può contenere peli (da cui il termine pilonidale, “pili nidus”), oppure frammenti di pelle, secrezioni sebacee, liquido o materiale semisolido.

Anche se il solco dei glutei è la regione in cui è più facilmente manifestabile, la cisti pilonidale può svilupparsi anche nell’ombelico, ma anche fra le dita delle mani di barbieri e tosapecore, andando quindi ad assumere la denominazione di vera e propria malattia professionale.

Nota anche come cisti sacro-coccigea questa cisti si sviluppa nei tessuti localizzati tra fascia muscolare e strato adiposo cutaneo, e ha l’aspetto di una lieve tumefazione.

Chiunque può sviluppare una cisti pilonidale, ma in generale è più frequente negli uomini giovani, di età compresa tra 15 e 24 anni, e fra le persone che svolgono lavori sedentari, come i camionisti.

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Le cause della cisti pilonidale

Proprio il termine latino “sinus pilonidalis” che significa “accumulo di peli” descrive molto bene il problema, dato che l’accumulo di elementi come i peli incarniti o i detriti di cellule desquamate, sono alla base dello sviluppo di questa cisti. In generale, infatti, si ritene che queste cisti siano lesioni acquisite, non congenite o innate, come si pensava in passato, la cui insorgenza dipenderebbe appunto da un’infezione del follicolo pilifero, il quale, una volta dilatato, permetterebbe l’incistamento dei peli.

Per quanto, come detto, insorga più o meno in corrispondenza della pubertà, può comparire anche in soggetti che presentano traumatismi multipli nella regione sacrococcigea; ad esempio, fin dai tempi della guerra di Corea, negli anni ’50, i medici militari USA definirono la malattia pilonidale, riscontrata in moltissimi soldati, come “jeep disease” o “malattia delle camionette”.

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I sintomi della cisti pilonidale

I principali segnali d’allarme sono quella che è chiamata infiammazione ascessuale, ovvero dolore, gonfiore, arrossamento e calore della regione cutanea interessata, accompagnata dalla secrezione di materiale siero-purulento, di colore giallastro e dall’odore sgradevole. Talvolta può comparire anche febbre, cefalea e malessere generalizzato.

Per quanto i sintomi si sviluppino molto velocemente nel giro di pochi giorni, parliamo comunque di una malattia benigna che, perciò, non deve destare particolari preoccupazioni, per quanto ovviamente vada trattata.

Rimedi, trattamento e intervento per la cisti pilonidale

Un primo, basilare rimedio può essere quello di mantenere la zona sacro-coccigea perfettamente pulita, detersa e depilata, anche se non sempre si può scongiurare il ricorso alla chirurgia. Qualora infatti si sviluppi un’infezione a livello della cavità cistica è necessario drenare o rimuovere la lesione.

Si può quindi intervenire con una procedura chirurgica che può essere eseguita ambulatorialmente, in cui si drena il materiale purulento, prima di curare la ferita con soluzione salina (e le medicazioni devono essere ripetute per tre volte a settimana circa, fino alla completa guarigione), ma, in caso di cisti pilonidale che tende a infettarsi in maniera ricorrente, potrebbe rendersi necessaria l’escissione, un intervento chirurgico più invasivo, in cui si asporta tutto il tessuto interessato dalla cisti, ovvero pelle, tessuti sottocutanei e area cistica fino all’osso sacro, che permette di curare completamente la situazione, ma come detto è senza dubbio molto più invasiva.

I medici, in questa situazione, possono decidere se lasciare la ferita aperta, così da permettere al tessuto di riformarsi spontaneamente (con un tempo di guarigione ovviamente più lungo), oppure praticare una chiusura per prima intenzione, ossia suturare, cosa che consente di guarire più rapidamente, ma si associa a un rischio di recidiva più elevato.

Il recupero, dopo l’intervento chirurgico, può richiedere diverse settimane.

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