
Trauma bonding: cos'è il legame traumatico e come uscirne
Il trauma bonding è una forma di relazione abusiva e tossica. Come riconoscerlo e superarlo grazie a un aiuto psicologico esterno e una rete di affetti.

Il trauma bonding è una forma di relazione abusiva e tossica. Come riconoscerlo e superarlo grazie a un aiuto psicologico esterno e una rete di affetti.

In italiano, quest’espressione anglofona significa letteralmente “legame basato sul trauma”. Si tratta infatti di un legame paradossale e disfunzionale in cui la persona danneggiata sviluppa una profonda dipendenza emotiva, lealtà o persino affetto nei confronti del proprio abusante, rendendo estremamente difficile interrompere la relazione. Il significato di Trauma Bonding, per dirla con le parole di PsychologyToday è quindi l’attaccamento emotivo che può formarsi all’interno di una relazione violenta. Di solito la struttura di abuso, da parte dell’abusante, si avvale di strategie per il suo mantenimento che possono prevedere minacce, manipolazione, umiliazione o gaslighting.
Le relazioni in cui è presente il trauma bonding prevedono cicli di rinforzo negativo seguiti da brevi tregue con rinforzo positivo: da qui il connubio dell’interrogativo precedente, e una realtà che rende molto difficile l’uscita di chi subisce dalla relazione abusiva.
Sostanzialmente, nonostante l’orrore della manipolazione e delle minacce, chi subisce si attacca invece al momento della manifestazione d’affetto, contando su quei momenti che per lei o lui costituiscono sollievo e sicurezza. È un po’ lo stesso meccanismo che si innesca con giocatori o giocatrici di azzardo, in particolare con le slot machine: una piccola vincita può spingere chi scommette sul jackpot a non alzarsi dalla sedia, ricercando quella minuscola soddisfazione ancora e ancora nonostante le perdite.

I segnali del trauma bonding possono essere molteplici e spesso caratterizzati da una forte ambivalenza emotiva. Chi vive una relazione abusante può sperimentare paura, rabbia, ansia o reazioni fisiche di disagio in presenza dell’offender, ma allo stesso tempo può sentire un forte bisogno di vicinanza o di riconciliazione. Queste dinamiche si sviluppano spesso in un contesto segnato da senso di colpa e vergogna: chi subisce la violenza può essere portato a dubitare delle proprie percezioni, anche a causa di meccanismi come il gaslighting, e a mettere in discussione la gravità di ciò che sta vivendo.
Con il passare del tempo, alcuni comportamenti abusanti possono essere progressivamente normalizzati come strategia di adattamento alla situazione. Tuttavia rimane spesso una sensazione costante di allerta, come quella di “camminare sulle uova”: alle fasi di idealizzazione e vicinanza possono alternarsi momenti di svalutazione, controllo o maltrattamento. Queste dinamiche possono seguire un ciclo ricorrente, articolato in diverse fasi:
Il trauma bonding può svilupparsi in diversi contesti di abuso e può coinvolgere persone con storie personali molto diverse. Non esiste un profilo di vittima “più predisposta”: chiunque può trovarsi coinvolto in una relazione caratterizzata da controllo, manipolazione e violenza.
Alcune esperienze precedenti, come traumi relazionali, trascuratezza emotiva durante l’infanzia, difficoltà nel riconoscere dinamiche abusive o una rete sociale ridotta, possono influire sul modo in cui una persona interpreta e affronta una relazione dannosa. Tuttavia questi elementi non sono cause dell’abuso né responsabilità di chi lo subisce.
I principali fattori che favoriscono il trauma bonding riguardano soprattutto la dinamica della relazione: l’alternanza tra momenti di vicinanza e fasi di svalutazione o maltrattamento, l’isolamento, la manipolazione psicologica, il controllo e la progressiva erosione della fiducia nelle proprie percezioni. Questi meccanismi possono rendere particolarmente difficile riconoscere la violenza e interrompere il legame.
Tuttavia è bene ricordare che avere determinate caratteristiche personali o una storia di trauma non significa essere automaticamente responsabili di una relazione abusante: la responsabilità della violenza ricade sempre su chi compie comportamenti abusanti.

Un classico esempio di trauma bonding è quello che può instaurarsi all’interno di una relazione affettiva caratterizzata da abuso psicologico, emotivo o fisico. Può accadere, per esempio, che una persona alterni momenti di controllo, svalutazione o maltrattamento a fasi di grande vicinanza emotiva, scuse, promesse di cambiamento e gesti affettuosi. Questa alternanza tra sofferenza e ricompensa può creare un legame molto intenso e difficile da interrompere: chi subisce l’abuso può continuare a provare attaccamento, speranza o bisogno di proteggere la relazione, anche in presenza di comportamenti dannosi.
Un fenomeno spesso associato al trauma bonding è la cosiddetta sindrome di Stoccolma. Il termine nasce da un episodio avvenuto nel 1973 a Stoccolma, quando, durante una rapina alla banca Kreditbanken, quattro persone furono tenute in ostaggio per sei giorni. Dopo la liberazione, gli ostaggi manifestarono sentimenti di vicinanza e comprensione nei confronti dei sequestratori, arrivando in alcuni casi a difenderli. Tuttavia, la sindrome di Stoccolma è un concetto ancora discusso e non coincide con il trauma bonding: quest’ultimo descrive soprattutto legami che si sviluppano in relazioni abusive prolungate, in cui dinamiche come manipolazione, isolamento, paura e alternanza tra maltrattamento e momenti positivi possono rafforzare l’attaccamento alla persona abusante.
Il primo passo per uscire dal trauma bonding è realizzare la consapevolezza che esso sia in corso: informazione, riflessione personale e sostegno di famigliari e amici possono aiutare in tal senso. Una volta che si contatta l’aiuto psicologico, l’esperto o l’esperta potrebbero progettare obiettivi per un piano di sicurezza e sviluppo dell’autonomia da parte della persona offesa, piano che comprenda ovviamente l’eliminazione o la forte limitazione del contatto con l’offender.
Si lavora molto sull’amore verso se stessə, l’indulgenza e l’autocompassione, e si può valutare l’affiancamento con gruppi di auto-mutuo aiuto per il contrasto alla violenza domestica.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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