Autosabotaggio: cos'è e come superarlo

Quali sono cause e sintomi e come uscirne: l'autosabotaggio può capitare nelle nostre vite, influenzando l'esistenza quotidiana e gli obiettivi a lungo termine

Può capitare sul posto di lavoro o a scuola. Può accadere nei rapporti, sia di amicizia che di coppia. Ma può accadere anche nel modo in cui ci relazioniamo a noi stessi. L’autosabotaggio è un fenomeno noto in psicologia, tanto che alcuni tipi di terapie possono risultare di grande aiuto in quello che molto spesso è un processo inconsapevole. Ma di cosa si tratta? Scopriamo cos’è l’autosabotaggio, i suoi sintomi e le cause e, soprattutto, i modi per superarlo.

Autosabotaggio in psicologia: significato

Partiamo innanzitutto dal significato di autosabotaggio in psicologia. Questo fenomeno indica l’insieme di comportamenti, pensieri e atteggiamenti (spesso inconsapevoli) che frenano o allontanano il raggiungimento dei propri obiettivi, minando il successo, il benessere o la crescita personale. Si verifica quando una parte di sé desidera un determinato risultato, ma un’altra parte mettere in atto strategie per evitarlo.

Sintomi

Non è detto che i sintomi dell’autosabotaggio si manifestino nell’immediato o contemporaneamente. Non è neanche semplice identificarli chiaramente, perché spesso si tratta di atteggiamenti inconsapevoli e che passano inosservati al radar della nostra coscienza. Come spiegato su PsychologyToday, questo fenomeno può però manifestarsi con:

  • Procrastinazione: si rimandano continuamente compiti cruciali per ridurre l’ansia a breve termine, compromettendo però il risultato finale.
  • Perfezionismo paralizzante e perdita del focus: ci si concentra in modo ossessivo su dettagli irrilevanti. Questo atteggiamento sposta l’attenzione dall’obiettivo principale e giustifica il mancato completamento di un progetto per “impossibilità di farlo alla perfezione”.
  • Autoisolamento e ritiro sociale: chiudersi in se stessi ed evitare occasioni di networking, confronti lavorativi o nuove relazioni per prevenire il rischio di un rifiuto o di un giudizio negativo.
  • Svalutazione delle proprie competenze (falsa umiltà): ridimensionare sistematicamente i propri successi o nascondere le proprie abilità per paura di esporsi, di risultare arroganti o di attrarre aspettative elevate. In psicologia questo atteggiamento si sovrappone spesso alla Sindrome dell’impostore.
  • Comportamenti evasivi o sostitutivi: rifugiarsi in attività distraenti o consolatorie per anestetizzare lo stress da prestazione. Tra questi rientrano la fame emotiva (emotional eating) e, nei casi più complessi, l’abuso di sostanze come alcol o droghe usate per alleviare la pressione sociale o giustificare preventivamente un eventuale fallimento.

Cause

Mentre le manifestazioni dell’autosabotaggio sono facilmente visibili nei nostri comportamenti quotidiani, le sue origini affondano le radici in dinamiche psicologiche più profonde e spesso inconsapevoli. Comprendere cosa si cela dietro queste condotte è fondamentale: non si tratta di semplice pigrizia o mancanza di volontà, ma di sofisticati meccanismi di difesa che la nostra mente attiva per proteggerci da vulnerabilità, paure e cambiamenti percepiti come minacciosi.

  • Paura del fallimento: ovvero il timore che un eventuale insuccesso confermi le proprie incapacità. Sabotarsi offre un alibi perfetto: “Non ho fallito, è che non mi sono impegnato abbastanza”.
  • Paura del successo: diametralmente opposta, l’ansia per le implicazioni di un eventuale traguardo (maggiori responsabilità, aspettative più alte da parte degli altri, invidie o la sensazione di non saper gestire il cambiamento) portano alcune persone ad autosabotarsi.
  • Bassa autostima e senso di indegnità: se si è convinti di non meritare la felicità o il successo, la mente mette in atto comportamenti coerenti con questa convinzione per evitare la dissonanza cognitiva.
  • Sindrome dell’impostore: ovvero la costante sensazione di essere un “bluff”, che si accompagna alla paura paralizzante che gli altri se ne accorgano.
  • Bisogno di controllo e prevedibilità: fallire alle proprie condizioni (ad esempio non studiando per un esame) fa meno paura rispetto all’incertezza di dare il massimo senza garanzia di riuscita.
  • Mantenimento della zona di comfort: la mente umana tende a preferire una sofferenza nota rispetto alla paura dell’ignoto, come un fallimento (o un successo) di cui non si conoscono i risvolti.
  • Modelli di attaccamento ed esperienze infantili: aver vissuto in ambienti familiari ipercritici, svalutanti o dove l’amore era condizionato esclusivamente alle prestazioni.
  • Traumi o fallimenti passati non elaborati: l’autosabotaggio è il tentativo inconscio di evitare di rivivere il dolore provatoin passato in situazioni analoghe

Esempi pratici di autosabotaggio

Com’è facile immaginare, l’autosabotaggio è un fenomeno che può manifestarsi in qualsiasi ambito della vita, dalla sfera professionale alle relazioni. Per comprendere meglio come agisce nel quotidiano, ecco una serie di esempi concreti.

Sul lavoro o a scuola

La situazione tipica si presenta davanti a scadenze importanti, come la consegna di un progetto o l’avvicinarsi di un esame. Si tende a procrastinare lo studio, a rimandare il momento di mettersi al lavoro in attesa dell’ispirazione “perfetta” o a perdersi in dettagli secondari, trascurando la sostanza. In alcuni casi, l’ansia da prestazione o la paura di fallire possono spingere all’uso disfunzionale di sostanze, con la falsa illusione di migliorare le proprie prestazioni o per creare un alibi preventivo in caso di insuccesso.

Nelle relazioni

Nelle interazioni personali, l’autosabotaggio si concretizza spesso con forme di autoisolamento. All’interno di un gruppo di amici o colleghi, si può percepire un senso di estraneità e inadeguatezza, convincendosi di essere meno interessanti o capaci degli altri. Questa insicurezza porta a tirarsi indietro prima ancora di essere rifiutati o a fare un uso eccessivo di alcol per “sciogliersi”, innescando meccanismi di dipendenza anziché una reale apertura verso gli altri.

In amore

Anche in amore le dinamiche sabotanti sono frequenti. La mancanza di autostima e la sensazione di non meritare affetto portano a dubitare del sentimento del partner. Questo senso di insicurezza si traduce spesso in un atteggiamento ipercritico, provocazioni, silenzi punitivi o litigi per motivi futili, spinti dal timore inconscio di essere abbandonati o dalla paura di mostrare la propria vulnerabilità.

Come superare l’autosabotaggio

È importante chiedere l’aiuto di un professionista o una professionista, che potrebbero avviare una terapia individuale. Solitamente ci si orienta sulla terapia cognitivo-comportamentale per alleviare le distorsioni cognitive e sostituire gli schemi di pensiero, oppure sulla terapia dialettico-comportamentale per regolare gli impulsi e i problemi relazionali.

Prima o durante l’aiuto psicologico, può diventare importante documentare, analizzare e riconoscere un comportamento autosabotatorio, cercando di individuare quale possa essere la fonte di stress. Ma accanto alle terapie ci sono anche buone pratiche che possono essere abbracciate: la mindfulness, l’apprendimento della tolleranza, la coltivazione dell’autocompassione, la comprensione degli schemi relazionali a partire dall’infanzia per permettere di individuare i fattori scatenanti.

Aiuta anche porre una maggiore attenzione per i propri pensieri, la condivisione dei sentimenti, e trovare nuove fonti di relax come l’esercizio fisico o un hobby.

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!