Durante l’estate la diffusione del Covid sembra essere fortunatamente rallentata, ma all’approssimarsi dell’autunno più d’uno teme che ci possa essere una nuova impennata dei contagi, con un conseguente nuovo lockdown che spingerebbe il Paese in ginocchio, soprattutto sotto il profilo lavorativo.

Che nel periodo estivo la “corsa” del virus abbia subito una brusca frenata lo confermano i dati del Sistema di sorveglianza sulla mortalità giornaliera e il paragone con i numeri di marzo: se nei giorni compresi tra il 25 e il 31 di quel mese, considerati il picco, in 19 città-tipo del Nord Italia la media di mortalità era di circa 280 persone al giorno (contro le 130 dello stesso periodo dei 5 anni precedenti), quest’estate le statistiche del mese di luglio hanno parlato di 110 decessi giornalieri, cifre che tengono ben lontana quella che, in gergo tecnico, è definita “mortalità in eccesso”, ossia quella che confronta il totale dei deceduti fra presente e passato, non solo quelli con il tampone positivo.

Ma qual è, adesso, il reale impatto del virus sul nostro Paese? Dataroom, rubrica del Corriere firmata da Milena Gabanelli, ha esaminato decine di statistiche degli ultimi mesi, fra bollettini della Protezione civile, tabelle Istat, studi scientifici internazionali, analisi dell’Istituto superiore di Sanità e del ministero della Salute, per fotografare la situazione a oggi e valutare le differenze con l’influenza che arriverà nella stagione invernale.

Le probabilità di morire

Fra i pazienti che finiscono in ospedale, quindi più gravi, c’è stato un tasso di mortalità del 28,9% tra marzo e aprile, sceso al 15,3% tra maggio e giugno, per arrivare al 4,9% di luglio-agosto. Questo tasso decrescente può essere spiegato per via dell’età media più bassa dei casi  – 34 anni contro i 60 di inizio epidemia – la situazione degli ospedali non più al collasso, la tempestività nei ricoveri, che consente ai pazienti di arrivare non in condizioni disperate iniziando subito i trattamenti.

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Quali differenze con l’influenza?

Chiaramente non possiamo considerare il Covid-19 alla stregua di una normale influenza, e queste poche informazioni sono necessarie a far comprendere il perché anche a chi ritiene eccessivi l’uso di mascherine o il distanziamento sociale.

Tempo di incubazione

Per l’influenza parliamo di un periodo compresa tra uno e cinque giorni, mentre il Covid ha una media di quattro-cinque giorni.

Infettività

Chi ha l’influenza può contagiare statisticamente al massimo 2 persone, il Covid fino a 3,8. Durante l’intera stagione a finire in ospedale per l’influenza, che dura dai 3 ai 5 giorni, è tra l’1 e il 2% degli ammalati, mentre per il Covid, che dura mediamente da una a due settimane, nel periodo di picco (marzo e aprile) a finire in ospedale è stata una percentuale compresa fra il 15 e 20% dei contagiati.

L’incidenza sulla popolazione

L’influenza colpisce il 10% della popolazione italiana, circa 6 milioni di casi, e a morire in media sono 8.000 ogni anno, anche se in alcuni casi molto forti, come è successo nel 2015 e 2017, i morti sono stati 24.000.

Per il Covid stabilire un calcolo preciso è sicuramente più complesso, perché i bollettini ufficiali sono in grado di calcolare solo i pazienti su cui è stato eseguito un tampone. Va perciò preso in considerazione l’eccesso di mortalità, registrato a 45.186 morti fra marzo e aprile, numero che, però, comprende anche gli effetti collaterali, ovvero i decessi di chi non ha potuto curarsi in tempo perché gli ospedali erano pieni.

Il numero dei malati

Anche qui, stabilire un numero preciso per quanto riguarda il Covid è tutt’altro che semplice; i risultati dell’Istat su 65 mila test sierologici effettuati, eseguiti tra il 25 maggio e il 15 giugno, stimano 1,5 milioni di italiani infettati (2,5%), mentre l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), che considera i test sierologici eseguiti su larga scala a livello europeo, parla di 3,9 milioni di infetti in Italia (6,5%).

La mortalità

L’influenza porta alla morte una percentuale di popolazione compresa tra lo 0,01 e lo 0,04% contro lo 0,07% del Covid. La letalità, ossia la percentuale di decessi sul numero degli infetti, è dello 0,1%-0,4% per l’influenza contro l’1-3% del Covid. In base ai dati raccolti durante il picco, quindi, si può dire che il Coronavirus sia stato dieci volte più letale dell’influenza.

Tutti questi dati riferiti al periodo appena passato non sono comunque in grado di darci certezze su ciò che dovremo aspettarci per questa nuova stagione invernale, ma appare piuttosto chiaro che molto dipenderà dai comportamenti che ciascuno di noi deciderà di adottare. La prudenza, con il mantenimento di mascherina e distanziamento, sembra lo strumento migliore di cui ci possiamo dotare.

Quello che già si sa, al momento, è che l’Rt, che misura quante persone contagia un infetto, è tornato a salire sopra l’1, così come a crescere sono stati anche i ricoveri nelle terapie intensive (seppure la situazione sia al momento sotto controllo).

Una raccomandazione importante da parte del ministero della Salute riguarda gli over 65, cui si consiglia di vaccinarsi contro l’influenza: scelta che non protegge dal Covid, ma permette almeno di non confondere i sintomi, ed evita all’1-2% (che equivalgono a circa 100.000 persone) di andare in ospedale per nulla, lasciando così spazio a chi davvero ne ha bisogno.

Articolo originale pubblicato il 16 Settembre 2020

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