Perché il Covid ha reso ancora più complicata la strada per il cambio di sesso

Come funziona davvero il cambio sesso in Italia? La legge del 1982 è cambiata, ma l'iter per essere riconosciuti secondo l'identità di genere cui si sente di appartenere è comunque lungo, mentre per l'intervento chirurgico, pur se non più obbligatorio, ci sono liste d'attesa e spese importanti. Quando poi non è il Covid a mettercisi di mezzo...

Cosa succede se l’operazione chirurgica per cambiare sesso che aspettavi da tempo viene improvvisamente rimandata a causa del Covid? Mentre da qualche giorno è arrivata la notizia della decisione, a livello nazionale, di rendere gratuite le terapie ormonali per chi ha deciso di intraprendere il percorso di cambio sesso, per chi vuole affrontare lo step successivo, ovvero le operazioni di rimozione di seno, utero, ovaie o pene la strada è infatti sicuramente più in salita.

Se già il processo era lungo e tortuoso prima, l’emergenza Covid ha ulteriormente complicato le cose, visto che all’epoca del lockdown tutte le prestazioni considerate non urgenti sono state sospese, e sono quindi slittate ai mesi (o anni) successivi, ma sulla non urgenza di questo tipo di operazioni ci sarebbe da discutere.

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Emergenza sanitaria a parte, però, cerchiamo di capire quali sono le procedure da seguire per ottenere una riassegnazione del sesso. Non si può procedere a un cambio di sesso semplicemente esprimendo una volontà; c’è un protocollo da seguire, che in Italia è quello ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) o WPATH (World Professional Association for Transgender Health), che include un percorso psicologico, in primo luogo, e successivamente giuridico. Cerchiamo di fare chiarezza e di capire quindi quali sono i passaggi principali per ottenere il cambio di sesso.

Il protocollo ONIG e i passi da seguire

Il primo passo si definisce “introspezione”, e ha a che fare proprio con la presa di coscienza della persona, e con il disagio percepito rispetto al genere biologico, in conflitto con l’identità di genere cui invece si sente di appartenere.

Da qui si arriva al secondo step, l’incontro con gli psicologi, che possono essere sia privati che appartenenti al Servizio Sanitario Nazionale, i quali dovranno in seguito redigere una relazione. Se si sceglie la prima strada, ovvero quella privata, si può ottenere un appuntamento in meno tempo a un costo di circa 40 euro circa a seduta per lo psicologo, 100 per lo psichiatra. Gli incontri previsti sono generalmente 6.

Optando per il SSN, invece, si rischia di dilatare i tempi, ed è indispensabile avere una ricetta del medico di base per potersi iscrivere nelle liste di attesa delle strutture pubbliche per la disforia di genere; si paga un ticket di 36 euro per coprire circa 8 sedute.

In linea di massima, dopo i primi 6 mesi di percorso psicologico, viene valutata la possibilità di autorizzare una terapia ormonale, in accordo con un endocrinologo, che, assieme agli effetti visibili, può essere di ulteriore aiuto per la persona, per la presa di coscienza rispetto al percorso che ha intrapreso. In questa fase, infatti, ci si rende consapevoli del fatto che la terapia durerà per tutta la vita, e che si deve quindi valutare ogni minima incertezza. La terapia, per un periodo limitato, è reversibile, perciò ogni possibile ripensamento può essere preso “in tempo”.

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Per passare invece al trattamento chirurgico è un giudice del Tribunale che deve richiedere una relazione con diagnosi di disforia di genere, nominando, se lo ritiene necessario, un suo consulente tecnico d’ufficio (C.T.U.) Ciò avviene nell’85% dei casi quando il percorso psicologico è privato, mentre nel 45% dei casi quando si tratta di un percorso del SSN.

Le leggi che regolano la possibilità di cambiare sesso nel nostro Paese sono la n. 164 del 1982 e il D.Lgs. n. 150 del 2011. In particolare, la prima recita:

La rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.

Prima del 1982 in Italia non era previsto il cambio di sesso; secondo questa legge, però, il cambio viene autorizzato da un Tribunale solo:

  • se la persona ha già eseguito l’intervento chirurgico
  • se la rettificazione consente di adeguare i caratteri sessuali

Già con il successivo decreto del 2011, invece, non si rende più necessaria l’operazione chirurgica per richiedere il cambio di sesso, ma serve ancora l’autorizzazione del Tribunale per chiedere l’intervento chirurgico.

Infine, nel 2015 due sentenze della Corte di Cassazione (la n. 15138 del 21 ottobre 2015) e della Corte Costituzionale (n. 221 del 5 novembre) stabiliscono che “l’intervento chirurgico per il cambio sesso è eventuale e non necessario in un processo di transizione”. Di conseguenza, anche la rettifica sui documenti ha definitivamente smesso di essere collegata all’operazione chirurgica.

Le procedure per l’intervento chirurgico

Il protocollo ONIG (Osservatorio nazionale identità di genere), come detto, prevede da 4 a 6 mesi di percorso psicologico, a cui si aggiungono altri 8-12 mesi di vita “reale”, in concomitanza con la TOS, la terapia ormonale sostitutiva. Dopo aver ricevuto parere positivo dal giudice che ha esaminato le relazioni del C.T.U., le persone transgender possono cominciare a contattare le strutture del SSN per essere messi in lista d’attesa per l’intervento di riassegnazione chirurgica, oppure quelle private. Il SICPRE – Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva-Rigenerativa ed Estetica – ha stilato un elenco di tutte le strutture che in Italia si occupano di disforia di genere.

L’iter chirurgico MtF prevede mammoplastica additiva (ovvero l’introduzione di una protesi) e vaginoplastica (asportazione degli organi genitali originari e ricostruzione di una nuova cavità ricavata tra retto e vescica), riduzione del pomo d’Adamo.
Nel cambiamento FtM l’iter è più lungo e complicato, in quanto sarà necessaria un’adenectomia sottocutanea con una riduzione del volume mammario, a cui si aggiunge l’asportazione chirurgica della ghiandola mammaria e della cute eccedente. Si procede poi con l’istero–annessectomia, con cui in un’unica volta si asportano utero e ovaie, e si conclude quindi con la falloplastica, per costruire un pene con funzioni estetiche, urinarie e sessuali).
Se affidandosi alla sanità pubblica l’intervento chirurgico è gratuito, nel privato i costi sono molto variabili, e dipendono dalla struttura cui si sceglie di rivolgersi.

La storia di Andrea

Purtroppo la pandemia di Covid-19 ha portato alcune strutture ospedaliere italiane a sospendere e posticipare gli interventi non giudicati “necessari”, proprio come è successo, ad esempio, nel caso delle interruzioni di gravidanza in pieno lockdown.

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È stato questo, ad esempio, il caso di Andrea, che avevamo intervistato tempo fa assieme all’oggi ex moglie, Alice, che dopo aver sognato l’intervento di rimozione di seno, utero e ovaie previsto per il gennaio del 2020 ha visto crollare i suoi sogni, con una chiamata dall’ospedale di Bologna in cui avrebbe dovuto essere operato. Tutto da rimandare causa Covid, si è sentito dire, cadendo nello sconforto più totale.

Andrea, dopo una lunga querelle burocratica con il padre di suo figlio, Brian, ha  finalmente ottenuto il cambio dei dati anagrafici.

Avendo un figlio lui era considerato il tutore legale, e avrebbe dovuto certificare che fosse a conoscenza della mia volontà di cambiare sesso, anche attraverso una semplice dichiarazione – ci spiega Andrea – Così, dopo averla ottenuta, aver avuto l’udienza per la rettifica dei documenti  e il permesso dal giudice per il cambio di sesso nel luglio del 2019, il 13 agosto ho finalmente ottenuto i miei documenti da uomo“.

Prima ancora di avere quelli in mano, Andrea si era già messo in lista, tramite il SSN, per essere operato a Bologna.

Mi hanno detto che avrei dovuto aspettare almeno un anno, ma poi il Covid ci ha messo del suo“.

Andrea, infatti, riceve la doccia fredda quando decide di chiamare l’ospedale dove sarebbe dovuto essere operato:

Come per un sesto senso, ho deciso di telefonare. Mi hanno detto che a causa della pandemia tutti gli interventi erano in standy by, che avrei dovuto aspettare altri due anni all’incirca. Hanno ripreso con le operazioni a ottobre, ma io, sinceramente, non ce la faccio ad aspettare altri due anni, dopo cinque già passati nell’attesa.

Non è certo la presenza o l’assenza di un utero o di un pene a stabilire che lui sia un uomo, o farlo sentire più o meno tale. Ma ci sono dei disagi oggettivi, nella sua situazione, che non sono trascurabili, e che l’intervento certamente rimuoverebbe, consentendogli di essere totalmente libero.

Non riesco a sopportare l’idea di dover passare altre due estati nascondendo il seno sotto una canotta o con le fasce muscolari, che peraltro mi causano un dolore lancinante quando le rimuovo. In più, anche con il cambio dei documenti potrei aver difficoltà a trovare un lavoro; mi è scaduto il contratto, vorrei finalmente poter cercare una nuova occupazione come uomo al 100%.

Per questo Andrea ha deciso di rivolgersi a una struttura privata a Firenze, che gli ha chiesto 6000 euro per operarlo a novembre; una spesa abbastanza alta che ha convinto Andrea ad aprire una raccolta fondi, per finanziarla almeno in parte.

La storia di Andrea, e il fatto che alcuni ospedali possano aver pensato di ritenere “non necessari” gli interventi di rassegnazione chirurgica del sesso, rimandandoli addirittura di anni, certamente ci spinge a una riflessione che riguarda una generalizzata transfobia sociale, di cui uno dei più recenti esempi è fornito dalla storia di Maria Paola Gaglione, uccisa dal fratello per la sua storia con Ciro, un ragazzo transgender.

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Le persone hanno paura del cambiamento – dice Andrea – del diverso, non vogliono immedesimarsi. Lo sperimento ogni giorno sulla mia pelle: le persone continuano a chiedermi come sia possibile che io sia uomo e non abbia il pene, rivolgono domande alle mie ex dicendo loro ‘Ah, quindi tu sei lesbica’ oppure ‘Come sta la tua reputazione dopo che hai avuto una storia con Andrea?’. Come se l’essere stata con me le mettesse in una posizione ‘scomoda’ rispetto alla società.

L’avere un pene, invece, secondo molti mi legittimerebbe in quanto uomo, mentre adesso quindi non lo sarei; e la stessa cosa vale per Ciro, su cui persino i giornali hanno indagato con una pruderie fastidiosa, scandagliandone la vita e analizzando se valesse la pena definirlo davvero ‘uomo’, anche se sprovvisto del pene. Sono proprio loro, i media, o meglio quelli che si sono focalizzati più sugli organi genitali di Ciro che non sul fatto che una donna sia stata ammazzata per la persona che amava, ad apparecchiare la tavola per gli ignoranti che si nutrono di questo.

A salvare Andrea dalle domande imbarazzanti della gente una buona dose di autoironia.

Spesso la gente mi chiede come faccia a fare sesso. Beh, io dico, come ci sono protesi per gli arti, ne esistono anche per il pene, fra l’altro l’ho pure pagata una cifra!

Non per tutti, però, vale la stessa cosa; le persone più insicure e deboli spesso non riescono a trovare una via d’uscita dagli interrogativi degli altri, e finiscono col chiudersi in se stesse, con il cadere in depressione o, nei casi più gravi, a compiere gesti estremi. Per questo Andrea si chiede “Com’è possibile che una cosa tanto intima sia finita con il diventare ‘obbligatoria’ per le persone transngeder? Voglio dire, tu non conosci una persona e le chiedi di mostrarti il pene o la vulva. Perché con noi dovrebbe essere diverso?”.

Se voleste contribuire alla raccolta fondi per aiutare Andrea, questo è il link che trovate su GoFound Me.

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