Solo nell’agosto del 2020, con una circolare il cui contenuto è stato poi pubblicato sul sito del Ministero, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha fatto sapere di avere introdotto le nuove Linee di indirizzo, che aggiornano quelle del 24 giugno 2010, in materia di aborto farmacologico, che adesso è consentito fino a 63 giorni, ovvero 9 settimane compiute di età gestazionale, e può essere effettuato presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori, oppure in regime di day hospital. Un passo estremamente importante che equipara finalmente l’Italia alla gran parte dei Paesi europei, dove l’ambulatorietà dell’intervento era già fissata da tempo.

Fino a questo momento, solo la Toscana sembrava essere l’unica regione disposta ad aprire uno spiraglio di civilità nella difficile controversia legata all’aborto farmacologico, eliminando i tre giorni di ricovero previsti.

Siamo stati i primi a somministrare la RU486, acquistandola all’estero, perché la ritenevamo più appropriata rispetto all’aborto chirurgico in certe situazioni – ha spiegato il governatore Rossi a Repubblica – Ben prima della sciagurata decisione dell’Umbria avevamo ritenuto di fare questa delibera, per evitare alle donne, quando è possibile, di recarsi nei reparti di ginecologia. Però è necessario che l’ambulatorio sia collegato all’ospedale, per risolvere eventuali problemi. È inutile far soffrire le donne più di quanto già non debbano fare di fronte a decisioni non certo semplici come quella di abortire. Solo chi intende punire le donne cerca di rendergli le cose più difficili.

Rossi, in quell’occasione, non ha parlato a caso dell’Umbria, dato che appena pochi giorni prima la regione avea deciso di ripristinare il ricovero obbligatorio di tre giorni per gli aborti farmacologici, attraverso una delibera della Giunta presieduta dalla presidente leghista Donatella Tesei, che in questo modo ha di fatto annullato la precedente scelta presa dall’amministrazione regionale di centrosinistra prima in carica.

La delibera, contenente anche le “Linee di indirizzo per le attività sanitarie nella Fase 3”, è stata ampiamente criticata dalle opposizioni e dai collettivi femminili, anche per il rischio di contagio che il ricovero ospedaliero prolungato aumenterebbe.

[…] le indicazioni ministeriali del 24 giugno 2010 ‘Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza’ – si legge nella delibera – e i pareri del Consiglio Superiore di Sanità del 18 marzo 2004, del 20 dicembre 2005 e del 18 marzo 2010 ribadiscono la necessità di regime di ‘ricovero ordinario’.

Tesei ha commentato:

In Italia c’è una legge, la 194, la applico. Le donne sono libere di scegliere, ma in sicurezza. Ma credo sia naturale voler difendere la vita. L’aborto farmacologico è una cosa delicata. Seguo le linee guida del ministero. Se dovessero cambiare, mi adeguerò.

Ma la posizione della leghista è, come detto, fortemente criticata, anche perché parliamo di un contesto, quello italiano, già arretrato rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda l’aborto farmacologico.

Per come si svolge ora la procedura nella maggior parte delle regioni, infatti, una donna che sceglie di ricorrere alla Ru486 deve accedere almeno quattro volte in ospedale e restarci per un tempo superiore alle 48 ore, mentre paradossalmente per l’Ivg chirurgica, che prevede un intervento con anestesia, sono necessarie poche ore – si legge in un articolo di The Vision – Questa contraddizione si è palesata nel pieno dell’epidemia di COVID-19 quando molte strutture hanno deciso di sospendere il servizio di Ivg chimica, che in teoria dovrebbe essere meno gravoso, perché teneva occupati troppo a lungo posti letto e personale sanitario. Evidentemente questa ‘lezione’ non è servita alla giunta leghista, che ha preferito abrogare un provvedimento migliorativo per tutti – per le donne e per la sanità pubblica – per tornare indietro e assecondare il disegno di Family Day e altre associazioni anti-abortiste, che nel sodalizio con Tesei vedono proprio la prova di quanto siano ‘capaci di contaminare l’agenda dei partiti e dei leader nazionali’.

Con gli ospedali allo stremo e moltissimi reparti “riconvertiti” in terapie intensive improvvisate per far fronte all’emergenza Coronavirus, soprattutto in alcune delle regioni più martoriate dalla pandemia, il diritto di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nelle strutture ospedaliere è stato ampiamente messo in discussione non solo in Umbria.

Perché con il personale medico completamente impegnato nella cura dei positivi al COVID-19, e le energie giustamente dirottate sull’emergenza, spesso le Ivg, come altre pratiche mediche, sono passate in secondo piano. Ma non è certo una questione di poco conto, soprattutto se pensiamo che, per fare un esempio, negli Stati Uniti – Paese notoriamente problematico rispetto all’aborto, dove non a caso in molti Stati sono state promulgate leggi che lo vietano del tutto, o quasi, ben prima dell’epidemia – il Texas e l’Ohio hanno incluso l’IVG tra gli interventi medici “non essenziali”, di fatto rinviandoli.

Con il Covid-19 le risacche dei Pro Vita sono tornate a farsi sentire anche in altri Paesi, come la Polonia, dove la battaglia per il diritto all’aborto è da sempre fra le più aspre: il 16 aprile il Parlamento di Varsavia ha escluso, almeno temporaneamente, la possibilità di inasprire ulteriormente il divieto di aborto rimandando il disegno di legge in commissione, dove verrà di nuovo esaminato. Nel testo spicca la volontà di vietare l’aborto anche in uno dei casi tuttora autorizzati, quello di gravi malformazioni dell’embrione.

Ma la voce degli antiabortisti nel Paese, mossi dall’attivista pro – vita vicina all’estrema destra Kaja Godek, la cui petizione per eliminare il diritto ha ricevuto ben 830 mila firme, è sempre forte. Forse è stata solo la protesta delle donne polacche, scese in piazza nonostante il lockdown, a rimandare la decisione del presidente Andrzej Duda.

Non serve comunque andare troppo lontano, dato che anche nel nostro Paese, attualmente, molte regioni hanno sospeso del tutto l’aborto farmacologico, giudicato più “dispendioso” in termini di tempo e di personale medico a disposizione, rispetto a quello chirurgico.

Le città che hanno sospeso l’aborto farmacologico

Durante il Covid-19 è accaduto a Lodi, ad esempio, come testimoniato da una lettera al direttore di Quotidiano Sanità inviata dalle ginecologhe di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) Anna Pompili e Mirella Parachini:

Accade così che a Lodi, Lombardia, al fine di limitare gli accessi in ospedale, le IVG farmacologiche siano praticamente bloccate e si eseguano quasi esclusivamente IVG chirurgiche. Questo perché in Lombardia la procedura farmacologica prevede 3 accessi in ospedale, mentre la chirurgica ne prevede solo 2. Succede dunque che, anziché adoperarsi per semplificare le procedure riducendo i passaggi in ospedale, si decida di sacrificare il diritto di scelta delle persone, osteggiando o bloccando l’accesso alla procedura farmacologica.

Ma altre città avrebbero sospeso del tutto i servizi di IVG, come affermato al Fatto Quotidiano da Sara Martelli, coordinatrice della campagna Aborto al sicuro:

Il servizio IVG è sospeso all’Ospedale Sacco, al Buzzi, e parzialmente al Niguarda. Al San Carlo hanno sospeso le IVG con metodo farmacologico e molti reparti ora funzionanti a Milano stanno dedicando posti letto al COVID-19. Ci sono altri ospedali in Lombardia che hanno dovuto chiudere i propri ambulatori IVG e quasi metà dei consultori sono chiusi a Milano. La situazione cambia continuamente ed è quasi impossibile raggiungere informazioni. Quello che sta succedendo mette in evidenza non solo l’utilità di de-ospedalizzare l’aborto farmacologico, ma anche la necessità di avere un centro di informazione e coordinamento regionale, come prevede tra l’altro la nostra proposta di legge di iniziativa popolare, arenata da mesi in attesa della discussione in consiglio regionale.

Le petizioni per facilitare l’accesso all’aborto farmacologico

In linea generale, diverse associazioni hanno richiesto l’accesso all’aborto farmacologico anche in regime ambulatoriale, al fine di facilitarlo, equiparandosi agli altri Paesi europei, dove le interruzioni di questo genere sono praticate già da tempo in ambulatorio, nel 97% dei casi in Finlandia, 93% in Svezia, 75% in Svizzera, 67% in Francia.

Tutto quello che è necessario sapere sulla RU486

Pro-choice, rete italiana contraccezione e aborto, chiedeva di de-ospedalizzare l’aborto farmacologico, e di spostare il limite per la somministrazione dalle 7 settimane di gravidanza a 9, come nel resto d’Europa e come previsto dalla Agenzia europea del farmaco. La stessa soluzione, del resto, è suffragata anche da AOGOI, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, come si evince dalle parole della sua presidente, Elsa Viora:

Lo spostamento del limite da 7 a 9 settimane è una richiesta già avanzata all’AIFA. In quasi tutti i Paesi dove il farmaco è in commercio viene utilizzato fino a 9 settimane senza un aumento delle complicanze. Ricordo che il farmaco è utilizzato non solo per le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), ma anche per gli aborti interni e prolungare il limite temporale ridurrebbe le procedure chirurgiche, con conseguente utilizzo delle sale operatorie e del personale, compresi gli anestesisti.

Circa la de-ospedalizzazione, invece, Viora affermava che

richiede una organizzazione adeguata, in termini di personale e di attrezzature, dei Consultori e degli ambulatori, dove ciò è possibile può essere una soluzione sia per le donne sia per decongestionare gli ospedali tanto più in questo momento di emergenza.

L’Associazione Lucia Coscioni ha portato avanti una petizione in questo senso, che vanta tra i firmatari Emma Bonino, Cristina Damiani, ginecologa, Presidente AMICA, Monica Cirinnà, Sandro Viglino, ginecologo presidente AGITE, addirittura dal 2018:

Nella stragrande maggioranza dei paesi i farmaci per la IVG farmacologica vengono dispensati in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori, o addirittura dai medici di medicina generale che abbiano ricevuto una formazione specifica. In Italia, invece, per tale procedura è previsto il regime di ricovero ordinario, ossia una ospedalizzazione di almeno 3 giorni, dal momento della assunzione della RU486 fino alla avvenuta espulsione. Solo 3 regioni (Emilia Romagna, Toscana e Lazio), ‘disobbedendo’ alle direttive ministeriali, hanno adottato il regime di day hospital.

Nonostante i pareri –non vincolanti- espressi dal Consiglio Superiore di Sanità, non esiste in letteratura alcun dato che giustifichi un ricovero ospedaliero per la IVG farmacologica. L’esperienza ormai più che decennale degli altri Paesi dovrebbe dunque spingerci a modificare le nostre pratiche, anche in nome della appropriatezza delle prestazioni […]

Stessa richiesta arriva dal collettivo ligure Non una di meno in una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, all’assessore e ai vertici di Alisa, azienda sanitaria della regione:

In piena epidemia da COVID 19, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, è il caso di ripensare a come viene effettuato l’aborto farmacologico. In Italia, infatti, unico paese europeo, vigono ancora due regole prive di qualunque base scientifica: l’obbligo di far ricorso all’aborto chirurgico dopo la settima settimana di gravidanza per le donne che richiedono l’IVG e l’obbligo di ricovero per tre giorni per le donne che entro la settima settimana accedono all’IVG farmacologica. Chiediamo pertanto che il limite di utilizzo dell’aborto farmacologico sia esteso fino alla nona settimana, come previsto dalle indicazioni d’uso del farmaco così come avviene nel resto d’Europa, e che venga rimosso l’obbligo di ricovero per tre giorni, cosa che al momento tante donne evitano firmando su propria responsabilità per essere dimesse, ma che ha effetti pesanti sulla procedura burocratica.

La posizione delle società scientifiche di Ginecologia e Ostetricia

Una facilitazione dell’aborto farmacologico era chiesta, del resto, anche dalle società scientifiche di Ginecologia e Ostetricia, soprattutto al fine di decongestionare gli ospedali, alleggerire l’impegno degli anestesisti ed evitare l’occupazione delle sale operatorie.

In questa fase di emergenza sanitaria, il percorso tradizionale dell’aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali, non solo per certificazione e datazione, ma anche per le indagini pre-operatorie oltre all’accesso per l’esecuzione della procedura, espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che sicuramente non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio.

Ha spiegato a Vanity Fair Nicola Colacurci, presidente Agui (Associazione Ginecologi Universitari Italiani). Anche gli esperti, quindi, sostengono che sarebbe importante eliminare il regime del ricovero dal momento della somministrazione del mifepristone al momento dell’espulsione, favorendo il regime ambulatoriale in un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l’assunzione del mifepristone, mentre le prostaglandine, come già succede nella maggior parte dei Paesi, verrebbero somministrate a domicilio.

Con la nuova direttiva voluta dal Ministro Speranza, l’auspicio è che davvero molte donne abbiano la libertà di decidere per se stesse e il proprio corpo, senza rischi.

Articolo originale pubblicato il 30 Marzo 2020

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