Coronavirus: il rischio di non potere abortire e la necessità di garantirlo - Roba da Donne

Coronavirus: il rischio di non potere abortire e la necessità di garantirlo

Coronavirus e aborto: com'è la situazione delle IVG nel nostro Paese in questo momento e perché si dovrebbe ripensare l'aborto farmacologico.

Con gli ospedali allo stremo e moltissimi reparti “riconvertiti” in terapie intensive improvvisate per far fronte all’emergenza Coronavirus, soprattutto in alcune delle regioni più martoriate dalla pandemia, si rende problematico anche un diritto fondamentale per moltissime donne, ovvero quello di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nelle strutture ospedaliere.

Perché con il personale medico completamente impegnato nella cura dei positivi al COVID-19, e le energie giustamente dirottate sull’emergenza, si rischia inevitabilmente di porre in secondo piano altre questioni che, comunque, attengono anch’esse alla salute delle persone, le donne, in questo caso. Ma non è una questione di poco conto, soprattutto se pensiamo che, per fare un esempio, negli Stati Uniti – Paese notoriamente problematico rispetto all’aborto, dove non a caso in molti Stati sono state promulgate leggi che lo vietano del tutto, o quasi, ben prima dell’epidemia – il Texas e l’Ohio hanno incluso l’IVG tra gli interventi medici “non essenziali”, di fatto rinviandoli.

Ma le risacche dei Pro Vita sono tornate a farsi sentire anche in altri Paesi, come la Polonia, dove la battaglia per il diritto all’aborto è da sempre fra le più aspre: è del 16 aprile la notizia che il Parlamento di Varsavia abbia escluso, almeno temporaneamente, la possibilità di inasprire ulteriormente il divieto di aborto rimandando il disegno di legge in commissione, dove verrà di nuovo esaminato. Nel testo spicca la volontò di vietare l’aborto anche in uno dei casi tuttora autorizzati, quello di gravi malformazioni dell’embrione.

Ma è sempre forte la voce degli antiabortisti nel Paese, mossi dall’attivista pro – vita vicina all’estrema destra Kaja Godek, la cui petizione per eliminare il diritto ha ricevuto ben 830 mila firme. Forse è stata solo la protesta delle donne polacche, scese in piazza nonostante il lockdown, a rimandare la decisione del presidente Andrzej Duda.

Non serve comunque andare troppo lontano, dato che anche nel nostro Paese, attualmente, molte regioni hanno sospeso del tutto l’aborto farmacologico, giudicato più “dispendioso” in termini di tempo e di personale medico a disposizione, rispetto a quello chirurgico.

Le città che hanno sospeso l’aborto farmacologico

Accade a Lodi, ad esempio, come testimoniato da una lettera al direttore di Quotidiano Sanità inviata dalle ginecologhe di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) Anna Pompili e Mirella Parachini:

Accade così che a Lodi, Lombardia, al fine di limitare gli accessi in ospedale, le IVG farmacologiche siano praticamente bloccate e si eseguano quasi esclusivamente IVG chirurgiche. Questo perché in Lombardia la procedura farmacologica prevede 3 accessi in ospedale, mentre la chirurgica ne prevede solo 2. Succede dunque che, anziché adoperarsi per semplificare le procedure riducendo i passaggi in ospedale, si decida di sacrificare il diritto di scelta delle persone, osteggiando o bloccando l’accesso alla procedura farmacologica.

Ma ci sarebbero anche città dove i servizi di IVG sarebbero del tutto sospesi, come affermato al Fatto Quotidiano da Sara Martelli, coordinatrice della campagna Aborto al sicuro:

Il servizio IVG è sospeso all’Ospedale Sacco, al Buzzi, e parzialmente al Niguarda. Al San Carlo hanno sospeso le IVG con metodo farmacologico e molti reparti ora funzionanti a Milano stanno dedicando posti letto al COVID-19. Ci sono altri ospedali in Lombardia che hanno dovuto chiudere i propri ambulatori IVG e quasi metà dei consultori sono chiusi a Milano. La situazione cambia continuamente ed è quasi impossibile raggiungere informazioni. Quello che sta succedendo mette in evidenza non solo l’utilità di de-ospedalizzare l’aborto farmacologico, ma anche la necessità di avere un centro di informazione e coordinamento regionale, come prevede tra l’altro la nostra proposta di legge di iniziativa popolare, arenata da mesi in attesa della discussione in consiglio regionale.

Sarebbe invece smentita la notizia di una sospensione totale degli aborti al Ruggi di Salerno, denunciata qualche settimana fa dalla psicoterapeuta Federica Di Martino, responsabile dell’Associazione Vita di Donna Onlus. A precisare che non c’è stata alcuna eliminazione del servizio il dottore Ennio Clemente, Direttore di Chirurgia Pediatrica e del Dipartimento Materno-Infantile dell’Ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona:

Smentisco categoricamente quanto denunciato dalla dott.ssa De Martino sulla stampa. Per mia disposizione gli unici ambulatori rimasti operativi in Ginecologia e Ostetricia sono quelli dedicati al benessere e al controllo della crescita fetale, e quello relativo alla cosiddetta legge 194, appunto quella che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza. Compresi gli appuntamenti e gli interventi per eseguire i trattamenti concordati. Tali linee di attività sono da me state definite imprescindibili.

Perché si dovrebbe facilitare l’accesso all’aborto farmacologico: le petizioni

Questa situazione di emergenza, nella quale nessuno dovrebbe trovarsi in condizioni di scegliere tra un paziente e un altro, pone in luce però una vecchia problematica italiana legata all’IGV. Le difficoltà emerse sarebbero infatti potute essere minori se solo si fosse improntato in modo diverso l’accesso all’aborto farmacologico in passato.

In linea generale, diverse associazioni hanno già richiesto l’accesso all’aborto farmacologico anche in regime ambulatoriale, al fine di facilitarlo, cosa che invece al momento non è prevista nel nostro Paese. In effetti, in Italia le percentuali di accesso a questo tipo di IVG sono piuttosto scarse, se paragonate alla media europea: appena il 17,8%, contro il 97% in Finlandia, il 93% in Svezia, il 75% in Svizzera, il 67% in Francia.

Pro-choice, rete italiana contraccezione e aborto, chiede di de-ospedalizzare l’aborto farmacologico, e di spostare il limite per la somministrazione dalle 7 settimane di gravidanza attuali a 9, come nel resto d’Europa e come previsto dalla Agenzia europea del farmaco. La stessa soluzione, del resto, è suffragata anche da AOGOI, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, come si evince dalle parole della sua presidente, Elsa Viora:

Lo spostamento del limite da 7 a 9 settimane è una richiesta già avanzata all’AIFA. In quasi tutti i Paesi dove il farmaco è in commercio viene utilizzato fino a 9 settimane senza un aumento delle complicanze. Ricordo che il farmaco è utilizzato non solo per le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), ma anche per gli aborti interni e prolungare il limite temporale ridurrebbe le procedure chirurgiche, con conseguente utilizzo delle sale operatorie e del personale, compresi gli anestesisti.

Circa la de-ospedalizzazione, invece, Viora afferma che

richiede una organizzazione adeguata, in termini di personale e di attrezzature, dei Consultori e degli ambulatori, dove ciò è possibile può essere una soluzione sia per le donne sia per decongestionare gli ospedali tanto più in questo momento di emergenza.

L’Associazione Lucia Coscioni sta portando avanti una petizione in questo senso, che vanta tra i firmatari Emma Bonino, Cristina Damiani, ginecologa, Presidente AMICA, Monica Cirinnà, Sandro Viglino, ginecologo presidente AGITE, addirittura dal 2018:

Nella stragrande maggioranza dei paesi i farmaci per la IVG farmacologica vengono dispensati in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori, o addirittura dai medici di medicina generale che abbiano ricevuto una formazione specifica. In Italia, invece, per tale procedura è previsto il regime di ricovero ordinario, ossia una ospedalizzazione di almeno 3 giorni, dal momento della assunzione della RU486 fino alla avvenuta espulsione. Solo 3 regioni (Emilia Romagna, Toscana e Lazio), ‘disobbedendo’ alle direttive ministeriali, hanno adottato il regime di day hospital.

Nonostante i pareri –non vincolanti- espressi dal Consiglio Superiore di Sanità, non esiste in letteratura alcun dato che giustifichi un ricovero ospedaliero per la IVG farmacologica. L’esperienza ormai più che decennale degli altri Paesi dovrebbe dunque spingerci a modificare le nostre pratiche, anche in nome della appropriatezza delle prestazioni […]

Stessa richiesta arriva dal collettivo ligure Non una di meno in una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, all’assessore e ai vertici di Alisa, azienda sanitaria della regione:

In piena epidemia da COVID 19, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, è il caso di ripensare a come viene effettuato l’aborto farmacologico. In Italia, infatti, unico paese europeo, vigono ancora due regole prive di qualunque base scientifica: l’obbligo di far ricorso all’aborto chirurgico dopo la settima settimana di gravidanza per le donne che richiedono l’IVG e l’obbligo di ricovero per tre giorni per le donne che entro la settima settimana accedono all’IVG farmacologica. Chiediamo pertanto che il limite di utilizzo dell’aborto farmacologico sia esteso fino alla nona settimana, come previsto dalle indicazioni d’uso del farmaco così come avviene nel resto d’Europa, e che venga rimosso l’obbligo di ricovero per tre giorni, cosa che al momento tante donne evitano firmando su propria responsabilità per essere dimesse, ma che ha effetti pesanti sulla procedura burocratica.

La posizione delle società scientifiche di Ginecologia e Ostetricia

Una facilitazione dell’aborto farmacologico viene chiesta, del resto, anche dalle società scientifiche di Ginecologia e Ostetricia, soprattutto al fine di decongestionare gli ospedali, alleggerire l’impegno degli anestesisti ed evitare l’occupazione delle sale operatorie.

In questa fase di emergenza sanitaria, il percorso tradizionale dell’aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali, non solo per certificazione e datazione, ma anche per le indagini pre-operatorie oltre all’accesso per l’esecuzione della procedura, espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che sicuramente non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio.

Ha spiegato a Vanity Fair Nicola Colacurci, presidente Agui (Associazione Ginecologi Universitari Italiani). Anche gli esperti, quindi, sostengono che sarebbe importante eliminare il regime del ricovero dal momento della somministrazione del mifepristone al momento dell’espulsione, favorendo il regime ambulatoriale in un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l’assunzione del mifepristone, mentre le prostaglandine, come già succede nella maggior parte dei Paesi, verrebbero somministrate a domicilio.

La proposta di Obiezione Respinta

La pagina Instagram Obiezione Respinta ha invitato le donne a segnalare come e se continua a funzionare il servizio di IVG in Italia, mettendo a disposizione anche un numero, attivo 24h ogni giorno: 331 9634889.

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FACCIAMO RETE: COM'È ABORTIRE DURANTE L'EPIDEMIA? In questi giorni in cui in vaste parti d'Italia il Sistema Sanitario Nazionale vive forti difficoltà e molti ospedali hanno dovuto limitare gli accessi o ridurre la capacità dei reparti per convertirli in terapia intensiva, molte operazioni e prestazioni sanitarie vengono annullate o differite. Questa situazione ci ha portate a chiederci: com'è abortire durante l'epidemia? L'aborto non è un'operazione che si può semplicemente posticipare. Lo sappiamo bene, già di norma in Italia non è semplice interrompere una gravidanza, per via dell'altissima diffusione dell'obiezione di coscienza e della difficoltà a reperire informazioni. In un momento di emergenza come questo, per chi vuole abortire è ancor più importante avere dei punti di riferimento cui rivolgersi, informazioni chiare e precise, per non tornare a casa senza sapere se, quando e dove si potrà abortire. Alcuni ospedali hanno dovuto ridurre gli accessi per via dell'afflusso di casi di COVID-19, alcuni hanno ridotto o addirittura trasferito altrove il servizio di IVG, nonostante sia illegale sospenderlo. Abbiamo bisogno di monitorare lo stato dei servizi di IVG in Italia, di sapere quali ospedali offrono ancora la possibilità di abortire e quali no, di avere punti di riferimento sicuri in ogni provincia. DIAMOCI UNA MANO! Vogliamo creare insieme a voi una rete di solidarietà per aiutare chi ha bisogno di abortire in questo momento di emergenza! Potete aiutarci scrivendo a Obiezione Respinta o a IVG ho abortito e sto benissimo per raccontarci le vostre esperienze di questi giorni, positive e negative, per dirci com'è andata, per segnalarci in quali ospedali il servizio è ancora attivo e in quali non lo è più. Se avete bisogno di aiuto o di informazioni per interrompere una gravidanza, potete scriverci su Facebook o su Instagram, o telefonare al nostro numero attivo 24h ogni giorno: 331 9634889. FACCIAMO RETE E DIAMOCI UNA MANO, TUTT* INSIEME! <3 #obiezionerespinta #aborto #nonunadimeno #coronavirusitaly #coronavirus #coronavirusitalia #covid #covid19 #covod19italia

Un post condiviso da Obiezione Respinta! (@obiezione.respinta) in data:

Fateci sapere cosa accade anche nelle vostre regioni, e se vi è capitato di sentirvi rifiutare una IVG a causa dell’emergenza da Coronavirus.

La discussione continua nel gruppo privato!

Articolo originale pubblicato il 30 Marzo 2020

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