Aborto farmacologico: pro, contro e costi della RU486 - Roba da Donne

Da molto tempo nel nostro Paese va avanti un dibattito piuttosto aspro che riguarda la possibilità di modificare le modalità per praticare l’aborto farmacologico, particolarmente acuito dalla recente emergenza sanitaria mondiale causata dal Coronavirus, che ha visto in molte città italiane limitare fortemente, se non addirittura sospendere, le IVG.

Per capire per quale motivo siano in molti a reclamare tali modifiche è necessario, prima di tutto, comprendere come funziona l’aborto farmacologico.

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In cosa consiste l’aborto farmacologico?

Con l’aborto farmacologico vengono somministrati, a distanza di due giorni, di due farmaci, il mifepristone e il misoprostolo. Il primo provoca il distacco dell’embrione, diminuisce il livello di Beta HCG, la dilatazione e l’ammorbidimento della cervice uterina, interrompendo di fatto la gravidanza, mentre il secondo viene usato in associazione al primo, dato che le prostaglandine determinano contrazioni uterine e perdite ematiche simili a una mestruazione abbondante, durante la quali i tessuti embrionali vengono espulsi.

Per effettuare un aborto farmacologico ci si deve recare in ospedale, dove si viene ricoverate per tre giorni; infatti, dopo che il personale medico somministra il Mifegyne (mifepristone, o RU486) in un’unica dose per via orale, due giorni dopo la sua assunzione vengono somministrate altre compresse che contengono prostaglandine.

E proprio qui risiede il punto su cui la polemica si inasprisce, dato che sono molte le petizioni che richiedono di abolire l’obbligo di ricovero per l’aborto farmacologico, preferendo la soluzione in regime ambulatoriale come avviene nella gran parte dei Paesi.

Due settimane dopo, infine, si fa una visita di controllo per verificare la corretta espulsione dell’embrione; all’inizio, infatti, si hanno perdite piuttosto consistenti, mentre quando l’aborto è completo flusso e crampi diminuiscono.

Quando si può fare l’aborto farmacologico

L’aborto farmacologico, quindi l’assunzione della pillola abortiva RU486, si può fare entro la settima settimana di gestazione, cioè entro il quarantanovesimo giorno contato a partire dal primo giorno dell’ultimo ciclo mestruale. Anche qui, però, ci sono varie associazioni che chiedono di prolungare il tempo per la somministrazione, passando da 7 a 9 settimane, come peraltro avviene negli altri Paesi europei. Queste le parole di Elsa Viora, presidente di AOGOI, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani:

Lo spostamento del limite da 7 a 9 settimane è una richiesta già avanzata all’AIFA. In quasi tutti i Paesi dove il farmaco è in commercio viene utilizzato fino a 9 settimane senza un aumento delle complicanze. Ricordo che il farmaco è utilizzato non solo per le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), ma anche per gli aborti interni e prolungare il limite temporale ridurrebbe le procedure chirurgiche, con conseguente utilizzo delle sale operatorie e del personale, compresi gli anestesisti.

Al momento, passato il periodo dei 49 giorni, non si può più effettuare un aborto farmacologico ma è obbligo passare al chirurgico (anch’esso possibile fino a 90 giorni di gestazione).

Il ricorso all’aborto farmacologico si ha soprattutto in caso di gravidanza intrauterina in corso, ma in taluni casi si può avere anche nel caso di un’interruzione terapeutica della gravidanza, oltre il terzo mese di gestazione.

La pillola RU486

L’aborto farmacologico avviene grazie alla pillola RU486, chiamata per questo anche pillola abortiva, da non confondere ovviamente con la pillola del giorno dopo.

Il diritto di pretendere la pillola del giorno dopo

La RU486 è un antiprogestinico di sintesi utilizzato come farmaco, commercializzato in Italia e in Francia con il nome Mifegyne e negli Stati Uniti col nome di Mifeprex.

Come si legge sul sito dell’Associazione Coscioni al momento il farmaco è in uso in tutti gli Stati dell’Unione Europea, con le sole eccezioni di Polonia, Lituania, Irlanda e Malta.

In Italia la battaglia per la sperimentazione della RU486 è stata iniziata nel 2005 dal ginecologo e politico Silvio Viale, ma per la commercializzazione si è dovuto aspettare il 10 dicembre 2009, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio.

Rispetto ai Paesi in cui, come detto poc’anzi, si può però procedere all’IVG tramite RU486 fino al 63° giorno di amenorrea, nel nostro Paese il limite temporale è decisamente anticipato.

Inoltre, seguendo quanto raccomandato dal Consiglio Superiore di Sanità, la gran parte delle regioni italiane prevede il regime di ricovero ordinario per l’aborto farmacologico, ma questo ha rappresentato un grosso problema in una situazione limite, quale appunto quella della pandemia, dove i reparti della maggior parte delle strutture sono stati ovviamente riservati alla cura dei malati di Covid e, spesso, riconvertiti in terapie intensive, a discapito delle altre prestazioni, fra cui appunto quelle relative all’IVG.

Giù le mani dall'aborto farmacologico: il grave affronto della regione Umbria

In piena epidemia da COVID 19, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, è il caso di ripensare a come viene effettuato l’aborto farmacologico – si legge nella lettera del collettivo ligure di Non una di meno indirizzata al presidente Giovanni Toti – In Italia, infatti, unico paese europeo, vigono ancora due regole prive di qualunque base scientifica: l’obbligo di far ricorso all’aborto chirurgico dopo la settima settimana di gravidanza per le donne che richiedono l’IVG e l’obbligo di ricovero per tre giorni per le donne che entro la settima settimana accedono all’IVG farmacologica.

Chiediamo pertanto che il limite di utilizzo dell’aborto farmacologico sia esteso fino alla nona settimana, come previsto dalle indicazioni d’uso del farmaco così come avviene nel resto d’Europa, e che venga rimosso l’obbligo di ricovero per tre giorni, cosa che al momento tante donne evitano firmando su propria responsabilità per essere dimesse, ma che ha effetti pesanti sulla procedura burocratica.

In generale, comunque, da diverso tempo si richiede di modificare il regime vigente per l’aborto farmacologico; la stessa Associazione Coscioni si è fatta promotrice di una petizione per richiedere il passaggio al regime ambulatoriale.

Nella stragrande maggioranza dei paesi i farmaci per la IVG farmacologica vengono dispensati in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori, o addirittura dai medici di medicina generale che abbiano ricevuto una formazione specifica.
In Italia, invece, per tale procedura è previsto il regime di ricovero ordinario, ossia una ospedalizzazione di almeno 3 giorni, dal momento della assunzione della RU486 fino alla avvenuta espulsione.
Solo 3 regioni (Emilia Romagna, Toscana e Lazio), ‘disobbedendo’ alle direttive ministeriali, hanno adottato il regime di day hospital.

Pro e contro dell’aborto farmacologico

Rispetto ai metodi abortivi tradizionali la pillola RU486 non richiede intervento chirurgico e anestesia, non comporta i rischi legati a possibili complicazioni post intervento chirurgico, come la rottura dell’utero, lacerazioni del collo dell’utero o emorragie, e in effetti non rende indispensabile, da un punto di vista meramente clinico, l’ospedalizzazione, nonostante in Italia la linea da seguire sia ancora questa.

Tuttavia, il fattore tempo ovviamente rappresenta un primo limite, perché dopo i 49 giorni è impossibile praticare l’aborto farmacologico; inoltre la percentuale di successo risulta leggermente più bassa – il 99,2% a fronte del 99,9% – e, nel caso di insuccesso, la donna deve sottoporsi a un raschiamento.

I costi dell’aborto farmacologico

Quanto costa un aborto farmacologico? La pillola RU486 costa circa 14 euro a confezione singola (con una sola compressa), e 42 euro per la confezione da tre compresse, ma la spesa è a carico del Sistema Sanitario Nazionale, e quindi gratuita per la paziente.

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