Violenza riproduttiva, cos'è e cosa comporta - Roba da Donne

Violenza riproduttiva: le donne che vengono sterilizzate senza un vero consenso

Perché alcune donne sono state costrette a rinunciare al proprio diritto di avere figli? Ecco cos'è la violenza riproduttiva, un abuso silente che cambia la donna in modo permanente.

Violenza fisica, verbale, psicologica, gli abusi sulle donne toccano ogni aspetto della vita fino anche alla possibilità di procreare. Parliamo della violenza riproduttiva ovvero l‘impedimento imposto ad alcune donne di poter generare la vita, attraverso pratiche come la sterilizzazione.

L’American College of Obstetricians and Gynecologists definisce la sterilizzazione come un “metodo permanente di controllo delle nascite”.

Nelle donne solitamente viene eseguita attraverso una legatura delle tube ovvero la chiusura della tube di Falloppio dove avviene la fecondazione dell’ovulo. Ma non solo. Può anche essere provocata da altre procedure come l’isterectomia e l’aborto indotto.

Quando la sterilizzazione è forzata, però, diventa a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani.

Secondo l’articolo dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, “la sterilizzazione forzata è un crimine contro l’umanità, perché viola i diritti fondamentali alla riproduzione e alla salute; dall’altro, è un crimine di genere, perché sebbene sia stata spesso imposta sia a uomini che a donne, ha colpito più duramente quest’ultime, soprattutto quelle facenti parte di una minoranza (afroamericane, latine o native)”.

Nel corso del tempo la violenza riproduttiva è stata attuata come una pratica eseguita e progettata per controllare ed eliminare intere popolazioni.

Un genocidio silenzioso

Nel corso del XX secolo, in Paesi come gli Stati Uniti e il Canada, si è verificato un vero e proprio genocidio silenzioso di massa contro le donne indigene, attraverso la sterilizzazione forzata. Una pratica che, come visto, è stata definita un crimine contro l’umanità ma che nonostante questo, viene ancora eseguita in molte parti del mondo.

In Nord America, la sterilizzazione forzata ai danni delle donne indigene viene descritta come qualcosa di legato al passato. Una macchia nella storia americana, nata con le colonizzazioni e perpetrato con la diffusione del movimento eugenetico del XX secolo.

All’inizio del XX secolo, infatti, questo movimento era al suo apice sia negli Stati Uniti che in Canada. Entrambi i governi stavano cercando di promuovere uno stile di vita anglosassone che potesse controllare la popolazione indigena.

Due province canadesi, Alberta e British Columbia, arrivarono anche a promuovere una legge sulla sterilizzazione, applaudita perfino da Hitler.

Come dichiarato da Juana Majel Dixon, studiosa di diritto indigeno con sede in California e segretaria del Congresso Nazionale degli Indiani d’AmericaQuello che ha fatto agli ebrei, lo stavano già facendo agli indiani qui: la rimozione forzata delle persone”.

Lei stessa fu vittima di violenza riproduttiva da parte dai servizi sanitari indiani quando aveva 16 anni.

Intorno agli anni ’70 sia gli Stati Uniti che il Canada smisero di promuovere politiche volte alla sterilizzazione, senza però metterle fuorilegge in modo definitivo.

Secondo quanto riportato da Karen Stote, ricercatrice e autrice di An Act of Genocide, negli anni ‘70 solo negli Stati Uniti sono state sterilizzate tra il 25 e il 50% delle donne indigene in età riproduttiva.

In Canada, invece, tra il 1966 e il 1976 sono state circa 1000 le donne sottoposte a sterilizzazione forzata.

Dati estremamente significativi che testimoniano quanto la violenza riproduttiva sia stata impattante. Ieri come oggi.

Sono molte, infatti, le donne indigene di quelle regioni che si sono fatte avanti per denunciare di aver subito pressioni psicologiche e la sterilizzazione forzata fino al 2018.

Una costrizione silente ma devastante che comporta conseguenze fisiche e mentali indicibili e che si protraggono nel tempo, invadendo l’intera vita di chi la subisce.

Storie di violenza riproduttiva

violenza riproduttiva
Fonte: Pixabay

Le prime a denunciare di aver subito atti di violenza riproduttiva furono Brenda Pelletier e Tracy Bannab.

Le due donne dichiararono al quotidiano Saskatoon Star Phoenix di essere state sottoposte a pressioni in ospedale, dopo aver partorito, per firmare dei moduli di consenso per le legature delle tube.

Questo gesto coraggioso ha dato il via a molte altre denunce da parte di donne indigene costrette alla sterilizzazione, o sottoposte a questa pratica a loro insaputa.

È il caso di una donna, S.A.T, che quando aveva 29 anni, nel 2001, dopo aver partorito il suo sesto figlio, venne portata in una stanza dell’ospedale di Saskatoon contro la sua volontà.

Qui nonostante la sua opposizione, la donna subì un atto di violenza indegno. I medici le praticarono la procedura di sterilizzazione forzata.

Ma questa non è l’unica testimonianza. Significativa è anche la storia di Mercredi Morningstar, originaria di Alberta, una delle prime province a emanare leggi sulla sterilizzazione. La donna, dopo un’infanzia difficile, caratterizzata anche da abusi sessuali in famiglia, rimase incinta all’età di 13 anni.

A metà della gravidanza, Mercredi si trasferì a casa di un’amica a Saskatoon. Qui, a causa di alcune perdite di sangue andò in ospedale dove, senza consenso, venne sedata. Una volta sveglia, l’unica cosa che le venne comunicata dai medici fu che le sue possibilità di rimanere incinta sarebbero state inferiori a quelle delle altre donne.

I medici di Saskatoon le avevano praticato la salpingectomia, rimuovendole l’ovaio sinistro e la tuba di Falloppio.

Violenza riproduttiva: perché avvenne?

Storie come queste sono emerse nel tempo, denunciate molto dopo averle subite e solo dopo che le leggi pro-sterilizzazione iniziarono a essere abrogate sia negli Stati Uniti che in Canada.

Entrambi i governi, infatti, cominciarono a esaminare se le procedure di sterilizzazione non erano state fatte legalmente e in modo consensuale.

La domanda che rimane, però, è molto semplice: perché? Cosa innescò questa violenza riproduttiva?

Come scrive Karen Stote, nel suo libro, agli operatori sanitari venne detto che sarebbe stato giusto incoraggiare e attuare la sterilizzazione o l’aborto forzato come pratica di “pianificazione familiare“.

Un aiuto per aiutare le comunità indigene povere, riducendo il numero di nascituri e quindi anche le bocche da sfamare.

Di fatto, però, all’inizio del XX secolo, sia il Canada che gli Stati Uniti crearono sistemi sanitari specifici per le popolazioni indigene nella maggior parte dei casi gestiti da medici non indigeni e funzionari governativi.

Questo portò ad attuare misure discriminatorie e fortemente inadeguate. Nulla che assomigliasse a un aiuto ma, al contrario, delle procedure a favore dell’emarginazione, la discriminazione e il razzismo.

Alcune persone diranno:’Beh, è stato usato per prevenire la povertà’, ma è tutto collegato all’emarginazione, alla discriminazione, al razzismo“, ha detto Michele Audette, politica e attivista canadese nonché committente del report Missing and Murdered Indigenous women and girls.

Solo negli Stati Uniti, la dimensione media di una famiglia indigena passò da 3,72 bambini a 2,52 tra il 1970 e il 1980. Gli Apache hanno visto le loro famiglie ridursi da una media di 4 bambini a 1,78 nello stesso periodo di tempo.

In Canada, invece, il tasso di natalità degli aborigeni passò dal 47 bambini per 1.000 persone negli anni ’60 a 28 neonati per 1.000 persone nel 1980.

Per questi eventi sono in corso dei processi in cui viene chiesto una radicale riforma del sistema sanitario e un risarcimento monetario per i danni subiti.

Danni che colpiscono la donna a 360°, sia nelle relazioni sentimentali o nel rapporto con il partner che a livello fisico, con l’anticipazione della menopausa, episodi di depressione fino anche a pensieri o tentati suicidi.

A oggi le pratiche di sterilizzazione sono ancora eseguite e non solo in questi Paesi. Il fatto che non vengano più effettuate in segreto non significa che siano fatte in modo etico.

Anche la “semplice” pressione mentale fatta alle donne stanche dopo il parto rappresenta un atto di violenza riproduttiva che ne limita o annulla la libertà di scelta.

Queste procedure, così come ogni decisione che riguarda la propria persona, non devono mai avvenire per coercizione perché nessuna donna o essere umano deve essere costretta a sacrificare i propri diritti, di qualunque natura siano.

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