Covid-19 e Sindrome del Lemming: incolpare il virus è un alibi che non aiuta!

Tutti lo fanno, quindi lo faccio anche io: si chiama Sindrome del Lemming ed è un meccanismo psicologico che dobbiamo imparare a combattere, soprattutto se vogliamo uscire dalla crisi post-pandemia.

Avete mai fatto caso che, se tutti fanno qualcosa, anche voi siete portati a farla pur sapendo che non è la scelta migliore per voi? Questo fenomeno, detto Sindrome del lemming, è molto comune, ma può portarci a non vedere cosa è necessario fare, ad esempio, per uscire dalla crisi causata dal Covid-19.

Ecco perché conoscerlo è importante per individuarlo e combatterlo.

Cos’è la sindrome del lemming?

In psicologia, con il termine sindrome del lemming (o “lemming effect” in inglese), ci

si riferisce a un fenomeno in cui folle di persone, in vari campi della vita, mostrano un certo tipo di comportamento per nessun motivo se non quello che la maggioranza dei loro coetanei lo fa.

Il nome “sindrome del lemming” deriva da una leggenda metropolitana, diffusa per la prima volta da un filmato della Disney del 1958 chiamato “White Wilderness”, secondo cui i lemming, piccoli roditori diffusi nella tundra del Nord Europa, periodicamente compissero un suicidio di massa, lanciandosi da una scogliera solo per seguire gli altri membri del gruppo, senza mettere in questione questo comportamento collettivo insensato e letale.

Nessuno studio scientifico ha dimostrato l’affidabilità del video che, in seguito, si è rivelato essere stato creato ad hoc: i lemmings – in italiano lemmi – non si suicidano in gruppo. A causa della loro capacità di riprodursi in modo molto rapido, però, in alcuni casi sono costretti spostarsi in massa alla ricerca di cibo, affrontando anche terreni molto pericolosi (come i corsi d’acqua) a rischio della loro stessa vita.

Sebbene non supportata dai fatti, l’idea dei piccoli lemmi che si gettano dalla scogliera uno dopo l’altro senza domandarsi perché ha fatto presa sull’immaginario ed è diventata un’ottima metafora per descrivere un comportamento che vediamo in atto costantemente intorno a noi, anche senza dargli un nome. La sindrome del lemming, infatti, è quella che ci spinge a fare azioni – anche contro il nostro interesse o buonsenso – solo perché tutti gli altri la fanno.

Dai fashion trend più assurdi a investimenti azzardati, vediamo spesso come in alcune occasioni le persone sospendano il loro giudizio per adeguarsi a quello che fa il gruppo: questo è un meccanismo psicologico che colpisce tutti, indipendentemente dallo status sociale all’educazione, perché il bisogno di appartenenza è radicato in ciascuno di noi.

Sindrome del lemming e Covid-19

Il termine “sindrome del lemming” viene utilizzato anche all’interno delle teorie economiche, non solo per descrivere il comportamento delle masse di fronte al mercato, ma anche per denigrare talune tipologie di investitori – quelli che mostrano una «mentalità da gregge» e investono senza fare le proprie ricerche, andando incontro quasi sempre a inevitabili perdite.

In alcuni casi, questo atteggiamento è proprio anche delle imprese, soprattutto quando si trovano a fronteggiare eventi imprevisti e con conseguenze di difficile percezione, come la pandemia di Covid-19.

Secondo un’analisi di Elia Contoz e Ezio Monguzzi, che hanno confrontato la crisi attuale con la crisi economica del periodo 2008-2013 – certamente diversa ma per molti aspetti affine – per individuare pattern di comportamento, l’errore principale di molte aziende di fronte alla pandemia è stato quello di non riuscire ad affrontare il cambiamento necessario, focalizzando l’attenzione sulle oggettive difficoltà esterne per non guardare a quanto poteva, e doveva, essere cambiato nei processi aziendali e produttivi, continuando a muoversi come automi invece di riflettere con la propria testa sulle necessità reali.

In sintesi, la non assunzione di responsabilità verso la debolezza interna, costruendosi una sorta di paravento con la (oggettiva) riduzione e variazione delle richieste. Il risultato è stato la continuazione delle modalità abituali, nessuna analisi delle criticità endogene e conseguente decisione di interventi migliorativi, proseguendo la strada nota senza vedere il precipizio all’orizzonte. Una vera e propria sindrome del lemming che ha, in tutti casi, portato alla chiusura.

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I rischi della sindrome del lemming

Se la sindrome del lemming può portare gli individui a fare scelte insensate e che vanno contro il proprio interesse, questo può tradursi in rischi diversi, a seconda dell’ambito in cui questa sindrome interviene.

Prendiamo ad esempio il nostro atteggiamento nel traffico: anche se siamo persone accorte può capitarci di fare qualcosa solo perché «tutti lo fanno», o di osservare questo comportamento in atto negli altri guidatori. Agire in un determinato modo limitandosi a seguire la massa, in questo contesto può portarci a tenere dei comportamenti pericolosi, come attraversare con il rosso accodandosi agli altri veicoli, pur sapendo che è rischioso e illegale.

Nel caso degli investimenti, invece,

Questa “mentalità del gregge”, in genere, aumenta la possibilità di perdere denaro, perché gli investitori lasciano il mercato troppo presto o vi entrano troppo tardi quando i prezzi sono già troppo alti per realizzare un profitto. Per contrastare la “mentalità del gregge”, molti investitori sofisticati, come i trader contrarian, reagiscono in modo opposto quando sentono che il movimento del mercato è dovuto all’afflusso di lemming. Ad esempio, se gli investitori sono in una frenesia di acquisto, i contrarian venderanno e quando i lemming vendono, questi investitori compreranno.

Quando parliamo di aziende e imprese, gli effetti possono essere ancor più drammatici, e portare addirittura al fallimento o alla chiusura. Per questo, è necessario un cambio di mentalità drastico e una presa di coscienza su ciò che è necessario fare per uscire da questo fenomeno.

Sindrome del lemming: come uscirne?

Sottrarci alla sindrome del lemming non è facile, ma dobbiamo sforzarci di farlo, combattendo la nostra voglia di assimilarci agli altri e sforzandoci di pensare sempre con la nostra testa, anche quando questo è spiacevole o ci porta a seguire percorsi diversi e lontani da quelli della massa.

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Per le aziende e le imprese, il percorso è ancora più difficile, perché è fondamentale mettere in discussione l’esistente per poter ripartire e ricostruire. Contorz e Morguzzi hanno individuato una serie di pratiche positive che, applicate con successo per far fronte alla crisi del 2008, potrebbero essere replicate oggi.

Hanno, per lo più, riguardato gli aspetti più a portata di mano, cioè gli aspetti abitualmente sotto controllo – prodotti e processi – riesaminandoli per cercare le soluzioni per fronteggiare la situazione, senza farsi intimorire dalla necessità dei cambiamenti. Di conseguenza le aziende che hanno intrapreso questa strada hanno lavorato su:
– innovazione del prodotto;
– e, soprattutto, innovazione dei processi produttivi per adattarli alla nuova situazione di riduzione dei lotti, flessibilità, compressione dei tempi di consegna, ecc.;
– rafforzamento della relazione con il cliente;
– passaggio dal vendere quello che si produce al produrre quello che si vende.

Per vincere la crisi attuale, però, è necessario un altro, fondamentale passaggio, per evitare di rimanere incastrati nella sindrome del lemming e riproporre gli stessi schemi di gestione del fattore umano, una risorsa che è invece fondamentale coltivare:

questa volta ancor più del 2008, è indispensabile per le aziende che vogliono evitare di cadere nel precipizio, chiudendosi ottusamente in una mentalità da lemming, dedicare immediatamente una fortissima attenzione alle persone, rinforzandone le competenze trasversali, costruendo così le basi per una ripartenza proficua, nonostante le indubbie, e spesso enormi, difficoltà oggettive.

Invece di limitarsi a dare colpa alla crisi, al Covid-19 e alle scelte governative – o, come spesso accade in alcuni settori, ai “giovani che non hanno più voglia di lavorare e preferiscono stare sul divano a prendere il reddito di cittadinanza” – è necessario ripensare il modello esistente, per valorizzare le persone e le loro competenze, evitando di riproporre strategie e approcci che si sono dimostrati fallaci e limitati per paura o mancata volontà di mettersi in discussione,

come se il problema della qualità (efficacia ed efficienza) del lavoro sia tutto circoscritto nel saper fare e non richieda il saper essere, che produce le modalità relazionali necessarie per il corretto e funzionale passaggio delle informazioni e, soprattutto, delle componenti motivazionali essenziali.

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