È possibile che il lutto duri troppo? Si dice, ed è vero, che ognuno vive una perdita secondo i suoi modi, e i suoi tempi. Ma esistono dei casi in cui si soffre troppo, o troppo a lungo? Casi in cui il dolore si trasforma in una vera e propria malattia? Negli Stati Uniti, la risposta a queste domande è arrivata dalla medicina. Dalla psichiatria, in particolare.

Nell’ultima edizione del DSM-5 (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association) – che viene spesso definito la “bibbia degli psichiatri” – è infatti stato inserito per la prima volta il “disturbo da lutto prolungato”.

Le persone affette da questo disturbo continuano a soffrire e rimuginare costantemente sulla perdita e sulla persona deceduta anche un anno dopo la morte, sono bloccate e non riescono a tornare alla vita e alle attività precedenti.

Nel disturbo da lutto prolungato, infatti, spiega l’American Psychiatric Association,

l’individuo in lutto può provare un intenso desiderio del defunto, preoccupazione e pensieri legati al defunto o – nei bambini e negli adolescenti – per le circostanze intorno alla morte. Queste reazioni di dolore si verificano per la maggior parte della giornata, quasi ogni giorno per almeno un mese. L’individuo sperimenta disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

La durata del lutto supera le norme sociali, culturali o religiose condivise e queste persone presentano dei sintomi, non spiegabili da nessun altro disturbo mentale, come:

  • Dissociazione dell’identità (ad es. sentirsi come se una parte di sé fosse morta);
  • Forte senso di incredulità per la morte;
  • Dolore emotivo intenso (ad es. rabbia, amarezza, dolore) correlato alla morte;
  • Difficoltà di reintegrazione (ad es. problemi a relazionarsi con gli amici, perseguire interessi, pianificare il futuro);
  • Intorpidimento emotivo;
  • Volontà di evitare di ricordare che la persona è morta;
  • Sensazione che la vita non abbia senso;
  • Solitudine intensa (cioè sentirsi soli o distaccati dagli altri).

L’inserimento del disturbo da lutto prolungato del DSM-5 ha rappresentato una piccola grande rivoluzione all’interno della psichiatria, non solo per i pazienti che potranno essere aiutati a riprendere la propria esistenza e superare il dolore che li blocca.

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Da un lato, infatti, permetterà agli psichiatri di poter trattare “ufficialmente” le persone che ne sono affette e, quindi, consentirà loro di fatturare la cura di questa patologia alle compagnie di assicurazione. Dall’altro, ha spiegato Ellen Barry sul New York Times, il riconoscimento di questa patologia

molto probabilmente aprirà un flusso di finanziamenti per la ricerca sui trattamenti – il naltrexone, un farmaco usato per aiutare a curare la dipendenza, è attualmente in sperimentazione clinica come forma di terapia del dolore – e avvierà un concorso per l’approvazione di medicinali da parte della Food and Drug Administration.

Soprattutto, però, la decisione dell’APA pone fine a un dibattito decennale sulla possibilità di considerare il lutto – o, meglio, un suo prolungamento “eccessivo” – una vera e propria malattia mentale, e che ha visto schierati chi riteneva necessario riconoscere questo peculiare disturbo contro chi criticava la patologizzazione di una fase dolorosa ma normale dell’esistenza umana.

Ma quando il lutto “dura troppo”? Questa è stata la domanda più controversa per i ricercatori che – a partire dalla proposta di inserire il “Prolonged Grief Disorder” nel DSM nel 2010 – hanno lavorato sull’individuazione dei criteri che permettessero di distinguere questa patologia dal “normale” dolore per la morte di una persona cara. Un dolore che, soprattutto per bambini e adolescenti, può essere così difficile da gestire da aver bisogno di veri e propri “campi del dolore”, i cosiddetti grief camp.

Secondo i team del Dr. Shear della Columbia University e della Dott.ssa Prigerson della Cornell Medical College il disturbo era individuabile già sei mesi dopo un lutto. L’APA, però, ha chiesto di definire la sindrome in modo più restrittivo, aspettando almeno un anno.

La preoccupazione era che il pubblico si sarebbe indignato, perché sono molti i lutti ancora “freschi” dopo sei mesi. L’impressione poteva essere quella di voler «patologizzare l’amore», per dirla con le parole della Dott.ssa Prigerson, che ha aggiunto, «dopo un anno, i criteri dovrebbero applicarsi a circa il 4% delle persone in lutto».

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