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Alice: "Noi terroni che stiamo morendo di tumore"

Abbiamo intervistato Alice Mafrica, ragazza che da Reggio Calabria si è trasferita a Genova, che ha denunciato su Facebook la disparità di trattamento sanitario per i malati di tumore tra Sud e Nord. Nella speranza che qualcosa cambi, anche grazie all'aiuto di persone come lei.

Ho messo questa foto per rispetto di mia madre, io ne avrei messa una ancora più forte, ma lei mi ha detto ‘No Alice dai, mi fa male vederla’.

Quando raggiungo Alice Mafrica per l’intervista mi dice che è per strada, è da poco uscita dall’ospedale in cui lavora, ma anche dove sta finendo il ciclo di chemio.

Questa ragazza ha trent’anni appena e lo spirito indomito e combattivo di una leonessa che ha superato indenne centinaia di battaglie, e forse il paragone non è poi tanto azzardato, se pensiamo a tutte le esperienze che, in così pochi anni di vita, Alice ha dovuto affrontare.

La malattia di entrambi i genitori, il papà con una leucemia cronica e, come se non bastasse, un tumore al colon, la mamma con un linfoma, poi lei, a cui è stato diagnosticato un carcinoma mammario, scoperto grazie alla prevenzione e ai controlli, e ora per fortuna debellato con i cicli di chemioterapia e la radio, che l’aspetta tra poco.

Decidiamo di conoscere la sua storia dopo aver letto un suo post su Facebook.

Accompagnata con una ritmo bianca (no, ragazzi, non esistevano bus) in una casa spacciata per scuola, ho studiato sempre con passione facendo una scarsa selezione di amici, alcuni persi, alcuni ritrovati, altri non lo so. Anche di sogni ne ho avuti molti: quando davanti agli occhi hai sempre il mare sognare di partire è naturale. Di tornare non ci pensi nemmeno, non da adolescente, quando vedi la ‘ndrangheta allungare gli artigli su ogni cosa che possa dar loro potere anche solo per il gusto di averlo, quando il tuo comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose, quando sparano ad un Consigliere regionale (nel nobile contesto di un seggio elettorale), quando finalmente puoi votare e allora bussano tutti alla tua porta: ‘Si mi duni u votu, ti fazzu trasiri ccà e ddà…’. 
Per fortuna, come dicevo, a casa mia mancavano le porte, ma non la dignità. 
‘Studia e vatindi!’ 
Così ho fatto. 
Via, subito, università e poi lavoro e indipendenza. Intanto in Calabria gli ospedali diventavano mostri, i malati tumorali aumentavano in maniera esponenziale, il diritto alla salute veniva mortificato.
Io li ho visti i miei amici, i miei vicini di casa ammalarsi e combattere. Li ho visti andare via. Alcuni, invece, li ho visti vincere, come mio padre, come mia madre, che hanno avuto la forza di affrontare delle chemioterapie annichilenti il fisico e la mente.

Quella di Alice è una denuncia, forte, chiara, persino dolorosa, verso una malasanità che è piaga di una terra intera, la stessa da cui lei arriva, la stessa che, dopo la laurea in Medicina, ha lasciato, per trasferirsi a Genova, dove ha vinto un concorso e dove oggi fa la specializzanda nel reparto di rianimazione e anestesia.

Da Reggio Calabria, cuore pulsante dell’arte della Magna Grecia, terra di colori, profumi e sapori che rimandano a tradizioni lontane e mai dimenticate, al Nord. Per trovare non solo un lavoro, ma la possibilità, la speranza di una vita diversa, dove le cure ospedaliere non sono un miraggio e i pazienti si curano, non si lasciano “aspettare in piedi fuori dall’ambulatorio, col freddo, con l’afa”.

Le parole di Alice sanguinano sofferenza in ogni dove, perché quando la ascolto parlare avverto il desiderio, nemmeno troppo nascosto, di tornare giù, di tornare nel suo Sud. Ma con altre condizioni, non adesso, non per come è ora.

Mi descrive una situazione che sembra uscita dalla sceneggiatura di qualche film apocalittico, mi parla di ospedali strapieni,  di attrezzature vetuste, di mancanze incredibili, e di un’incompetenza dilagante, che tuttavia, per assurdo, è solo il minore dei mali. E allora ci addentriamo in un discorso che impone una riflessione ben più profonda, e che porta a monte di un problema che è una condanna storica del Sud Italia.

La mancanza di competenza non è il vero problema, quella alla fine la puoi trovare un po’ dappertutto – mi spiega – Il vero dramma è la mancanza di risorse. Il Sud è abbandonato, anche e soprattutto a livello statale, vuoi perché noi non rappresentiamo una fonte di interesse economico, vuoi perché alla base c’è una vera e propria questione culturale, quel gap sociale che comunque nel Mezzogiorno, rispetto al resto d’Italia, è rimasto.

Anche quando le risorse ci sono, poi, vengono gestite male. Basti pensare ai finanziamenti concessi tra gli anni ’70 e ’80 magicamente ‘scomparsi’, o andati a gonfiare le tasche di qualcuno, per assumere ‘amici di amici’ o conoscenti vari, i quali sono ovviamente andati a ingrossare le fila degli incompetenti.

C’è quella parola che non vorrei dire, ma poi lei mi prende in contropiede e la dice.

C’è la criminalità organizzata. È radicata, ovunque. Mi ricordo al liceo, un ragazzino veniva preso di mira perché non pagava ai boss della classe. C’è il pizzo, le persone non sempre lo pagano perché sono conniventi, ma perché non possono fare altre se vogliono vivere. E per vivere devono lavorare.

La rabbia di Alice deriva da quel velo di omertà  e indifferenza che colpisce non solo i suoi concittadini, ma anche livelli più alti. Come per la Terra dei Fuochi, o per l’Ilva di Taranto, sono in molti a pensare che la forte incidenza dei tumori nella zona in cui risiede la famiglia di Alice possa avere, in qualche modo, una causa comune.

Come abbiamo detto, solo nella sua famiglia entrambi i suoi genitori e lei si sono ammalati. Eppure, racconta,

Ogni volta che qualcuno chiede di indagare o di fare ricerche sul suolo, sull’aria o sulle falde acquifere le richieste cadono sempre nel vuoto. Restano inascoltate.

La situazione è talmente grave che, come scrive nel suo post, solo a febbraio 2018 è stato presentato il Registro Tumori istituito dall’Azienda Sanitaria Provinciale e il Rapporto 2018 sull’incidenza dei tumori nella provincia di Reggio Calabria.

Un mese fa, febbraio 2018, in un Paese sviluppato.
Va bene, ma non mi basta. Non a me che in ospedale gioco il ruolo del paziente, del familiare del paziente e del medico.

Fonte: facebook @alice mafrica

Da qui uno dei suoi prossimi obiettivi (una volta che avrà finito anche la radioterapia, che dovrebbe fare a Roma, e si sarà ristabilita completamente): sta “chiamando a raccolta” quante più persone possibili, in Calabria e non solo, ragazzi e ragazze che come lei hanno lasciato il Sud per lavorare, uomini e donne che combattono da anni con i demoni a cui adesso si oppone anche lei. Per far sentire la propria voce, per rappresentare un tutt’uno capace di arrivare fino in fondo alla vicenda, per scoprire se il collegamento tra tumori e condizioni di terra, acqua o aria esista davvero. E, alla faccia di chi dipinge il Sud come omertoso, Alice è fiera di dire che molta gente la sta aiutando, molti stanno cercando di dare una mano come possono. Anche, se, inutile negarlo, il Sud non si può salvare da solo.

Abbiamo bisogno dello Stato, mi deve dare la possibilità di sentirmi libera e protetta.

Le chiedo della sua malattia, di raccontarmi come ha scoperto di avere il carcinoma mammario.

Facevo l’autopalpazione, ho sentito un nodulo, ho fatto un’ecografia, giù al Sud, con un medico bravissimo, il dottor Naborrini, che mi ha letteralmente salvato la vita. Questo per dire che non tutto della condizione della sanità al Sud è da buttare, ci sono eccellenze magnifiche, come il reparto di ematologia di Reggio Calabria, dove invece sono stati curati i miei genitori.

Nel luglio 2017 ho avvertito un nuovo nodulo, ho fatto una nuova risonanza magnetica, ma stavolta avevo finito le ferie e sono dovuta salire di nuovo a Genova. Lì mi è stato fatto tutto in tempi record, biopsia, intervento, ho fatto in pochissimo tempo anche un test genetico per capire se avevo familiarità con il tumore, perché in quel caso, anziché l’asportazione di un ‘quadratino’ di seno avrei dovuto subire una mastectomia. Quello che mi ha sorpreso del lavoro dell’équipe di Genova è stato l’eccezionale coordinamento tra oncologa, senologa, ginecologa (dovrò seguire una terapia ormonale per 5 anni, sono in menopausa al momento) e fisioterapista, dato che con lo svuotamento ascellare non riuscivo più a muovere correttamente il braccio.

Fonte: facebook @alice mafrica

Mi viene naturale domandarle, ascoltando la sua storia, se la passione per gli studi in Medicina le sia venuta proprio per la situazione esistente negli ospedali calabresi, come scopo da prefiggersi per cambiare le cose. Ma lei sorridendo mi spiega candidamente che

Ho sempre frequentato gli ospedali, mio papà è tecnico radiologo, quindi mi è sempre piaciuto questo ambiente. Poi, una volta, ho visto soccorrere una ragazza, e questo episodio mi ha completamente fatto decidere che questa sarebbe stata la mia strada.

Che fosse determinata lo avevamo detto fin dall’inizio, in fondo. E la conferma, casomai ce ne fosse ancora bisogno, mi arriva dalla frase con cui ci salutiamo, dopo averle chiesto come sta ora e come stanno i suoi genitori. Mi spiega che sta bene, che il primo periodo è stato più difficile, che doveva stare lontano dall’ospedale per evitare il rischio di infezioni, poi mi dice che mamma e papà, nonostante debbano fare screenig ogni sei mesi, stanno bene. Quindi risponde così quando noto che crede davvero tanto in quello che fa.

I miei genitori mi hanno sempre detto: se pensi che una battaglia sia giusta, portala avanti. Anche a costo di romperti la testa contro il muro. Ecco, io così vivo. E di capocciate ne ho prese tante, ma vado sempre avanti.

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