"Nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti": cos'hanno in comune AIDS e COVID

La pandemia da Covid-19 ha messo in luce un sistema di disuguaglianze e discriminazioni che avevamo già conosciuto in passato con un altro virus, l'AIDS. Ancora una volta, siamo di fronte a una chiara consapevolezza, che si fa sempre più urgenza: mettere in atto un cambiamento globale che contribuisca a creare una società equa e responsabile, che non lasci più indietro nessuno.

Il 1° dicembre si celebra la Giornata mondiale dell’AIDS, con lo scopo di diffondere consapevolezza sulla malattia che fece il suo debutto intorno agli anni Ottanta e che ancora oggi non è stata del tutto sconfitta, oltre che per mostrare sostegno alle persone che convivono con l’HIV e rendere omaggio a quanti hanno perso la vita a causa dell’AIDS.

Secondo i dati ufficiali di UNAIDS, il programma delle Nazioni Unite per accelerare, intensificare e coordinare l’azione globale contro HIV e AIDS, nel 2019 erano 38 milioni le persone con l’HIV, di cui 36,2 milioni adulti e 1,8 milioni bambini, con un’età compresa tra 0 e 14 anni. Rispetto al 1998, i numeri dei nuovi infetti è diminuito del 40%, passando da 2,8 milioni all’1,7 milioni dello scorso anno; anche i decessi legati all’AIDS hanno avuto un calo del 60% rispetto al picco del 2004, passando da 1,7 milioni di quell’anno tragico a 690mila nel 2019. Eppure nonostante questo, sono ancora troppe, circa 12,6 milioni, le persone che vivono con l’HIV e non hanno accesso al trattamento.

Il 2020 e la pandemia da Covid-19 hanno messo in luce in modo ancora più evidente le disuguaglianze già in atto, mostrando con maggiore urgenza la necessità di politiche volte ad affrontare una volta per tutte alcune questioni centrali, tra cui la riduzione delle disparità, l’uguaglianza di genere, l’accesso universale al diritto alla salute e una crescita economica globale per la costruzione di una società più equa e giusta. Mai come in questo anno, infatti, è risultato chiaro come nessuno sia davvero al sicuro finché non lo sono tutti. È proprio in quest’ottica che è stato scelto il tema della Giornata mondiale dell’AIDS del 2020, “Solidarietà globale, responsabilità condivisa”, per promuovere l’eliminazione delle discriminazioni e formulare risposte sanitarie globali fondate sui diritti umani e sugli approcci di genere, che creino una società inclusiva che non lasci indietro nessuno.

Il Covid-19, una malattia “d’élite”

La pandemia da Coronavirus che dall’inizio del 2020 ha messo in ginocchio l’intera umanità, prendendola alla sprovvista, ha provocato anche molti altri danni, di cui non si parla a sufficienza, ma di cui potremo vederne le catastrofiche conseguenze già nel primissimo periodo. Gli sforzi che si stanno concentrando per combattere l’infezione, e le conseguenze pratiche e logistiche che la pandemia ha creato, hanno fatto venire a galla le falle di un sistema che si basa su priorità e disuguaglianze e che non è in grado di garantire lo stresso trattamento a tutti.

Nel 2020 si pensa che il vero mostro sia il Coronavirus, il che è purtroppo vero, ma ci si dimentica di citarne altri, altrettanto letali, che portano il nome di AIDS, malaria e tubercolosi. Quest’ultima uccide 1,5 milioni di persone ogni anno e rappresenta la più letale malattia infettiva, nonché la prima causa di morte per le persone affette da HIV. La pandemia rischia di far fare enormi passi indietro nella lotta a queste malattie infettive, ridonando loro un potere che da tempo si era tenuto sotto controllo.

Questo, è quello che dichiara in proposito il dottor Pedro L. Alonso, direttore del programma globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla malaria, secondo quanto riporta il New York Times.

Il Covid-19 rischia di far deragliare tutti i nostri sforzi e di riportarci al punto in cui eravamo 20 anni fa.

I blocchi, le interruzioni della catena di approvvigionamento e la restrizione sui viaggi aerei e marittimi, ha poi fortemente limitato la somministrazione di farmaci, specie nelle regioni più colpite e arretrate, come alcune parti dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Aspetto questo, che può portare a una resistenza ai farmaci, con incalcolabili danni futuri. Secondo quanto riporta il Global Found, circa l’80 per cento dei programmi per la tubercolosi, l’HIV e la malaria in tutto il mondo hanno segnalato interruzioni nei servizi; inoltre, una persona su quattro che vive con l’HIV ha segnalato problemi nell’accesso ai farmaci.

Un altro problema è il ritardo delle diagnosi. Secondo una stima un blocco di tre mesi in diverse parti del mondo e un graduale ritorno alla normalità nell’arco di 10 mesi potrebbe causare altri 6,3 milioni di casi di tubercolosi e 1,4 milioni di morti. Un’interruzione di sei mesi della terapia antiretrovirale potrebbe portare a più di 500.000 morti per malattie legate all’HIV, mentre i decessi per malaria potrebbero raddoppiare fino a 770.000 all’anno. A pagarne le spese, sarebbero poi soprattutto i Paesi più poveri: un’interruzione di sei mesi nell’accesso ai farmaci che impediscono alle donne incinte positive all’HIV di trasmettere l’infezione ai loro bambini, potrebbe aumentare le infezioni di HIV nei bambini fino del 139% in Uganda e del 162% in Malawi.

A questo si aggiungono le discriminazioni motivate dal profitto economico. Il GeneXpert, lo strumento utilizzato per rilevare il materiale genetico dei batteri della TBC e dell’HIV, è utile anche per ampliare l’RNA per effettuare la diagnosi di Coronavirus. E al momento, la maggior parte delle cliniche utilizza queste macchine solo per il coronavirus, ma come sottolinea la Dottoressa Lucica Ditiu, per anni a capo di un’organizzazione che si batteva per la lotta contro la tubercolosi:

dare priorità al coronavirus rispetto alla TBC è molto stupido dal punto di vista della salute pubblica. Si dovrebbe essere intelligenti abbastanza da fare entrambe le cose.

Inoltre, la pandemia sta anche riducendo la fornitura di test diagnostici per queste malattie infettive, perché gli sforzi delle aziende si concentrano ai più redditizi test per individuare il coronavirus: circa 10 dollari a test contro i 18 centesimi per un test rapido sulla malaria. Un altro nome autorevole della medicina, il Dottor Madhukar Pai, direttore del McGill International TB Centre di Montreal, così si esprime al riguardo:

Queste aziende hanno un’enorme richiesta riguardo ai test per il Covid in questo momento”, ha detto il Dr. Madhukar Pai, direttore del McGill International TB Centre di Montreal. “Non riesco a immaginare che le malattie della povertà ricevano attenzione in questo spazio”.

AIDS e Coronavirus: una lezione persa

Secondo il Dottor Anthony Fauci e la collega Deborah L. Birx, entrambi impegnati nella lotta per domare il coronavirus, questa infezione presenta delle somiglianze con un’altra grande epidemia che aveva trovato impreparato il mondo intero negli anni Ottanta: l’AIDS, o sindrome da immunodeficienza acquisita. Secondo quanto sostengono Fauci e la Birx, la crisi dell’AIDS era stata caratterizzata da una risposta lenta, dalla mancanza di adeguati mezzi e strutture e di test efficaci. Nonostante queste lezioni, il Covid-19, proprio come l’AIDS un tempo, ci ha trovati nuovamente impreparati.

Ci sono stati molti studi e pubblicazioni dopo la terribile vicenda dell’AIDS, in cui si manifestava la necessità di farsi trovare pronti: in un rapporto del 1992, l’organizzazione non profit National Academy of Medicine, aveva messo in guardia sul fatto che l’autocompiacimento, ossia la falsa convinzione di aver sconfitto una malattia e di concentrare la preoccupazioni su altri problemi urgenti, potesse costituire una grave minaccia per la salute pubblica.

Non solo, cinque anni fa, Bill Gates aveva avvertito sulla possibilità non così remota che milioni di persone sarebbero potuti morire “per un virus altamente contagioso piuttosto che per una guerra”. Inoltre, sia George W. Bush che Barack Obama, durante i rispettivi mandati, hanno parlato della necessità di introdurre politiche e procedure chiare ed efficaci da adottare in caso dello scoppio di una pandemia. Così diceva Bush nel 2005:

Se aspettiamo la comparsa di una pandemia, sarà troppo tardi per prepararsi.

Eppure, basta vedere la gestione della pandemia da parte di Trump per capire che queste consapevolezze non sono mai state seriamente fatte proprie e affrontate dai governi.

Eppure, tra le due infezioni una differenza evidente c’è. L’AIDS è sempre stata identificata come una malattia di certe categorie della società, tra cui uomini gay e tossicodipendenti, e per questo meritevole di un’attenzione inferiore. Basta vedere la differenza di attenzione riservata dalla stampa alla notizia del raggiungimento dei 100mila morti nei due differenti casi. A fine maggio 2020, quando in America si sono superati i 100mila morti per Coronavirus, il New York Times ha dedicato alla notizia la prima pagina del giornale, mentre nel 1991 la stessa notizia riferita ai morti per AIDS, ha conquistato solo un posto ridotto in fondo alla pagina.

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Questo discorso trova conferma nelle parole pronunciate al New York Times da un autore e attivista americano, Alexander Chee, che dichiara di vedere anche oggi le contraddizioni e disuguaglianze riscontrate negli anni ’80-’90, durante l’epidemia di AIDS:

Sì, questo virus non è quel virus, ma questo paese è ancora quel Paese.

Lo scrittore dichiara che mentre in una parte del mondo si stavano utilizzando i farmaci antivirali in grado di contrastare il virus e si dichiarava ormai quasi sconfitta la malattia, queste stesse cure non raggiungevano molte altre parti più fragili del mondo, dove il virus continuava a diffondersi. Lo stesso accade oggi, dove i costi maggiori sono stati pagati dalle comunità più povere e discriminate, soprattutto quelle nere, considerato che la maggior parte degli aiuti agli operatori sanitari e alle imprese sono andati prevalentemente alle comunità bianche benestanti.

Questo virus ci sta nuovamente mettendo di fronte a un’esigenza, che si è fatta sempre più urgente e che non è stata colta in passato, quella di affrontare un cambiamento globale e rispondere alle esigenze di ogni parte e categoria del mondo in una lotta senza compromessi alle discriminazioni e alle diversità, per costruire una società più equa, che non commetta gli errori del passato.

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