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"Voglio che mi contagi e mi trasmetta il suo virus dell'HIV": cos'è il bugchasing

Cosa c'è di vero dietro il bugchasing: il neologismo inglese indica la pratica sessuale che consisterebbe nel rifiutare volontariamente di proteggersi durante il rapporto per essere contagiati dall'HIV: leggenda metropolitana o realtà?

Su un vecchio numero del 2003 di Rolling Stone si parlò per la prima volta di bugchasing, con riferimento a un gruppo di uomini gay che deliberatamente si lasciavano infettare dal virus HIV attraverso rapporti non protetti. Fu un articolo molto controverso, criticato e dibattuto, che portò alla luce un fenomeno di cui non si era mai parlato prima. Il neologismo nasceva dall’unione di bug, insetto, e to chase, inseguire.

Cosa diceva la rivista a proposito del bugchasing

bugchasing

Nell’articolo, scritto da Gregory A. Freeman, un bugchaser di nome Carlos ne parlava come della “cosa più erotica” che potesse immaginare. Davanti alla sua tazza di cappuccino, il 32enne di New York aveva spiegato molto serenamente al giornalista ciò che stava facendo, senza nascondere un inspiegabile entusiasmo.

So quali siano i rischi e so che mettendomi in questa situazione mi sto puntando una pistola alla testa. Ma credo che l’altro ragazzo si ecciti sapendo che io sono negativo e che mi sta portando nella sua fratellanza. E la cosa eccita anche me.

Secondo Rolling Stone, Carlos era solo la punta dell’iceberg di un gioco pericoloso spinto dal potere del web, fatto di bugchaser, ovvero di chi si offre per essere infettato, e di gift giver, ovvero chi “dona” il virus. Una sottocultura abilmente nascosta che avrebbe avuto come scopo quello di celebrare l’HIV come qualcosa di sexy e di erotico.

I primi dubbi sul bugchasing

Il mensile americano citava come fonte Bob Cabaj, medico ed ex presidente dalla Gay and Lesbian Medical Association, per un dato apparentemente sconvolgente: il 25% degli uomini gay infettati nel 2003 l’avrebbe fatto volontariamente. Il sito Salon fu tra i primi a rilevare diverse inesattezze. Lo stesso Cabaj negò di aver diffuso quei dati. “Si tratta di una falsità. Non l’ho mai detto”, disse alla rivista Newsweek, smentendo il Rolling Stone.

Un’altra smentita ufficiale giunse da Marshall Forstein, medico della Fenway Community Health di Boston. “Tutto ciò è ridicolo. Abbiamo avuto qualche caso, ma non è una cosa molto comune”. Sorsero numerosi altri dubbi sulle fonti utilizzate dal giornalista, ma ormai il termine bugchaser si stava diffondendo. Anzi, si stava proprio moltiplicando come un insetto nel suo habitat preferito: internet.

Si torna a parlare di bugchaser

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Nel 2013 il fenomeno del bugchasing tornò alla ribalta. Alcuni tabloid inglesi, come il Mirror e il Daily Mail, lanciarono un allarme riguardo alla sex roulette, ovvero incontri sessuali di gruppo con la presenza di almeno un sieropositivo. A “confermare” la tesi solo la testimonianza di un’anonima spogliarellista serba, secondo cui si trattava di una pratica molto diffusa e originaria proprio del suo paese, e un medico spagnolo.

Il sito Slopes, che si occupa da anni di fact checking, analizzò accuratamente quanto emerso dall’inchiesta. La conclusione? Non c’era alcun dato reale che potesse confermare la diffusione di questa pratica. Oltre all’anonima ballerina, le nuove fonti citate non erano sufficienti per confermare l’esistenza di orde di bugchaser. O, almeno, non indicavano una tendenza dalle proporzioni allarmanti e in crescita.

Leggenda metropolitana o fenomeno reale?

Si parla di bugchasing da diversi anni e sicuramente esistono alcuni casi accertati. Medici e studiosi se ne sono occupati e lo considerano un fenomeno concreto, ma di proporzioni decisamente esigue. Nella maggior parte dei casi il desiderio di essere infettato si manifesta come fantasia o boutade, se non come inutile provocazione. Difficilmente arriva a realizzarsi, ma se accade è per motivi più profondi. Già, perché tra i (pochi) bugchaser non ci sono solo gay, ma anche donne che si annullano psicologicamente e fisicamente per il proprio compagno.

Tuttavia, è impossibile negare che esista un problema grave soprattutto a livello mediatico. Sì, ci sono persone che arrivano davvero a “regalare” la propria salute e a “sacrificarsi”, ma no, non se ne può parlare con toni scandalistici e soprattutto con quel vago sentore di omofobia che ha contraddistinto la maggior parte degli articoli usciti sull’argomento.

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