Analfabetismo mestruale: cos'è e come si combatte la cultura del silenzio

Come nell'analfabetismo in generale, l'analfabetismo mestruale si combatte con educazione e informazione: cosa sapere del fenomeno che affligge, a sacche, il pianeta.

Le pubblicità degli assorbenti con il fluido azzurro, i falsi miti per cui durante le mestruazioni non si possa fare giardinaggio o impastare il pane, i dolori mestruali ai confini con la dismenorrea liquidati come debolezza. Questi aspetti e molti altri sono facce di un fenomeno trasversale chiamato analfabetismo mestruale, che si concretizza di fatto come un tipo di discriminazione di genere che colpisce le donne ma anche e soprattutto persone che la società percepisce come marginali o minoritarie: senzatetto o senza fissa dimora, rifugiate e richiedenti asilo, persone transgender o non binarie. Scopriamo di cosa si tratta e come cambiare la cultura delle mestruazioni.

Che cos’è l’analfabetismo mestruale

L’analfabetismo mestruale è la scarsa conoscenza da parte di una donna del funzionamento del proprio corpo, del proprio ciclo mestruale e della sua ciclicità e delle fasi che una persona di sesso femminile attraversa nel corso della vita. Si tratta di un fenomeno trasversale e indipendente sia dal livello di istruzione che dalle condizioni socio-economiche. Una definizione che, a livello pratico, si concretizza in diversi modi, come:

  • la resistenza di falsi miti dovuti a scarsa informazione, per lo più relativi a ciò che una donna mestruata possa fare o non fare;
  • il pregiudizio sulle mestruazioni in sé, viste come sporche e oggetto di stregoneria, oltre che da battute offensive e spesso bullismo a scuola;
  • la mancata inclusione rappresentata dal prezzo degli assorbenti e dei tamponi ma anche dall’assenza di cestini per buttare via l’assorbente sporco nei luoghi di lavoro, a scuola, negli uffici aperti al pubblico;
  • la vergogna che viene istillata nelle ragazze anche solo all’idea di parlarne;
  • l’incomprensione legata ai dolori mestruali o ad altri sintomi che possono essere connessi come il mal di testa o la nausea;
  • il ruolo dei media che diffondono immagini distorte delle mestruazioni, a partire dalle pubblicità irrealistiche.

Dai tabù all’analfabetismo mestruale

“Alla donna disse: ‘Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà’”. È un celebre versetto della Genesi, quello in cui Eva viene maledetta da Dio per aver tentato Adamo con la mela della conoscenza. Secondo alcuni retaggi religiosi, le mestruazioni rappresenterebbero un’anticipazione dei dolori del parto, per cui le donne sarebbero obbligate a sopportare perché responsabili del peccato originale. Tuttavia questi pregiudizi non si trovano solo tra i cattolici o nei Paesi a maggioranza cattolica.

In generale, si legge sul sito di Plan International, le radici del pregiudizio verso le mestruazioni si trovano nella storia e nelle religioni, tutte, oltre che nei sistemi patriarcali, che prevedono il controllo sul corpo e sulla sessualità delle donne. Si pensi anche al colonialismo: in Africa, in epoca precoloniale, le mestruazioni erano associate al rispetto dei ritmi del corpo e quindi al riposo, mentre il colonialismo ha importato e imposto un vero e proprio stigma nelle comunità africane.

In tutto il mondo tuttavia si devono aggiungere altri fattori. Da un lato persistono pregiudizi e rifiuto di comprendere l’apparato sessuale femminile: in questo modo, le donne vengono marginalizzate e le mestruazioni percepite come segno di inferiorità di genere e debolezza biologica. Inoltre spesso il silenzio sul ciclo mestruale viene affermato come segno di modestia: una virtù secondo alcuni, un ostacolo all’informazione nella realtà.

Ognuno di questi fenomeni ha portato le donne a nascondere le mestruazioni, a disinteressarsene e a relegarle a un momento del mese da superare. Questo però ha portato anche una scarsa conoscenza del funzionamento del proprio corpo.

Le zone d’ombra dell’analfabetismo mestruale

Il problema si rivela in diverse nazioni indipendentemente dal continente in cui si trovano e spesso anche indipendentemente dalle condizioni economiche della bolla sociale in cui si vive. Per esempio, nel Regno Unito, è stimato che il 20% delle ragazze di età compresa tra 14 e 21 anni siano state oggetto di bullismo a scuola quando avevano le mestruazioni: una macchietta sui pantaloni di troppo o un assorbente in mano prima di andare in bagno possono diventare la causa scatenante di umiliazioni. Si ritiene che lo stigma mestruale abbia un impatto negativo sulla salute mentale, conducendo ad ansia, stress e bassa autostima.

C’è poi il caso di Nepal e India, in cui resiste nelle zone rurali la pratica del chhaupadi: consiste nel vietare alle donne di stare in casa nei giorni delle perdite, e sebbene sia vietato dalla legge rappresenta comunque una realtà in alcune aree. In Giappone le giovani donne acquistano assorbenti e tamponi avvolgendo la confezione in un sacchetto per vergogna.

In Uganda e Kenya le ragazze sono sottoposte a umiliazioni e bullismo a scuola e nelle comunità. Inoltre in alcune zone dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana, quando mestruate, le donne vengono escluse dalle attività di cucina, devono dormire separate dagli altri, non possono entrare nei luoghi di culto e non possono partecipare a eventi sociali nelle comunità.

Come cambiare la cultura delle mestruazioni

L’associazione Soroptimist International ritiene che l’igiene mestruale sia una questione di “salute universale”. Per questa ragione una delle azioni da intraprendere consiste nella possibilità di igiene per tutte le persone con mestruazioni del mondo. Per farlo è necessario:

  • abbassare i prezzi di assorbenti e tamponi, rendendoli più accessibili, impedendo di ricorrere a materiali improvvisati;
  • migliorare l’accesso all’acqua pulita;
  • diffondere informazioni in termini di educazione sessuale e riproduttiva fin dai primi anni di scuola.

Mediamente in Africa, si stima che il menarca arrivi alle ragazze tra i 9 e gli 11 anni, e che il 66% delle ragazze non sia consapevole di ciò che sta avvenendo al proprio corpo. Questo può comportare vergogna e stigma, ma anche gravidanze indesiderate e  esperienze che potrebbero non riconoscere come aggressioni. L’educazione sessuale dovrebbe avvenire per tutti e tutte: servirebbe anche a prevenire il bullismo mestruale e a normalizzare un fenomeno che non tutti riconoscono effettivamente per quello che è, normale.

Le ragazze e le donne dovrebbero avere un maggiore accesso alle informazioni sulla gestione e la cura del dolore e di altri sintomi, per evitare di assentarsi a scuola e al lavoro, innescando così un circolo vizioso di lezioni o scadenze perse, che danno l’idea di efficienza inferiore a quella degli uomini. Questi passi sono importanti, non solo per chi è alle prese con il ciclo mestruale in sé, ma per raggiungere una maggiore uguaglianza sociale e di genere.

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