Nel libro del 2017 Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale, Sveva Maragaggia scriveva che

L’uomo bianco, eterosessuale e normodotato è il significante assoluto del pieno e libero soggetto sociale. Lui si pensa ed è pensato come «prototipo unico della specie umana», è il cittadino per eccellenza, gli altri sono «minoranze».

I dati, gli studi, le analisi continuano a confermare queste parole. Peccato che tra le “minoranze” ci siano anche le donne, che proprio una minoranza non sono: oggi sono il 49,5% della popolazione, ma la parità assoluta (almeno a livello strettamente numerico) potrebbe essere raggiunta già nel 2050.

Eppure, le donne sono invisibilizzate e ignorate in tantissimi campi. Uno di questi è quello della salute e della medicina. Uomini e donne non sono uguali quando si parla di patologie: non lo sono dal punto di vista dello sviluppo, nella progressione e dei segni clinici, ma anche della cura. Nonostante questo, l’uomo è ancora il metro su cui viene misurato il mondo.

Come spiega il sito della Federazione nazionale Ordini dei Tecnici sanitari radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione,

I libri di medicina riflettono i giovani uomini caucasici di 70 kg di peso. Curiosamente la stessa dose di farmaco è somministrata alle donne che pesano 10 kg di meno. Tutto ciò ha portato a diagnosi tardive nell’infarto del miocardio e in alcuni tumori (polmone) e a una minore appropriatezza terapeutica nell’infarto cardiaco, insufficienza renale nelle donne rispetto agli uomini.

Le lacune sono anche a livello di ricerca: gli studi clinici hanno a lungo arruolato solo uomini, e i finanziamenti ricevuti dalle patologie che interessano il sesso maschile sono significativamente più corposi.

Per questo, si parla sempre più spesso di “medicina di genere“, che l’OMS definisce lo studio di come le differenze socioeconomiche e culturali (basate sul sesso) biologiche e basate sul genere influenzano la salute delle persone. Non si tratta di una nuova branca della medicina, ma di un nuovo approccio, teso a capire come il sesso e il genere influenzano la fisiologia, la patologia e la fisiopatologia umana.

La legge 3 del 2018 “Applicazione e diffusione della medicina di genere nel SSN”, promossa e firmata dall’allora ministra della salute Beatrice Lorenzin, ha sancito l’importanza di considerare le differenze di genere nella pratica medica e di promuovere l’uguaglianza di accesso alle cure.

Su impulso dell’applicazione della legge è nato “SeGeA – Sex gender approach” promosso dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) in collaborazione con EngHea Engendering Health. L’obiettivo è fare il punto sulle questioni di genere nell’ambito professionale e sulla necessità di implementare una maggiore consapevolezza per la medicina di genere.

Il progetto SeGeA ha messo in luce diversi ambiti di disparità di sesso e genere, su cui è fondamentale intervenire, in modo strutturato e non rimandando alla sensibilità di ognuno. Tutto quel che oggi sappiamo o che sapremo studiando questi fenomeni non può solo servire a capirli meglio, ma deve necessariamente essere utilizzato per prevenirli, usando questo sapere per progettare e realizzare interventi che ne prevengano o controllino le cause.

aveva sottolineato in apertura dei lavori, nel luglio 2023, Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP. L’8 marzo 2024, in occasione della presentazione degli esiti dell’indagine del progetto SeGeA Sex and gender approach, ha aggiunto:

Dall’analisi dei dati emerge che c’è una scarsa attenzione alla medicina di genere anche tra le professioni sanitarie e questo è sostanzialmente un diritto negato alle donne perché dovrebbero invece essere curate con un’attenzione particolare al loro genere.

La prima fase di indagine – che precede una formazione specifica – si è concentrata sui professionisti sanitari per comprendere quanto ritenessero importante conoscere i risvolti concettuali e pratici del tema, anche se gli stessi professionisti non erano ancora completamente alfabetizzati sulla questione. Più di 11.000 professionisti, il 77% dei quali si è riconosciuto sotto la definizione “donna”, hanno quindi risposto a un questionario.

Complessivamente è emersa una visione stereotipica sul ruolo di genere, da parte sia di uomini che di donne. Gli uomini si riconoscevano sia come “protettori delle donne” che “persone che hanno bisogno delle cure femminili” (in termini tecnici si parla di “sessismo benevolo”), sia come esseri “controllanti” le donne stesse (sessismo ostile). Ma erano anche le donne a riconoscersi come “persone da proteggere” e “fragili”, oltre a dimostrarsi critiche nei confronti delle altre donne che manifestano il desiderio di sovvertire “l’ordine naturale delle cose”. A questo si aggiunge una dichiarata discriminazione percepita (da parte delle donne, più degli uomini):

Più dell’80 percento delle donne che hanno potuto fare il questionario ha dichiarato che almeno una volta nella vita ha subito discriminazione. Questo è un dato molto preoccupante nonostante i vari distinguo che si possono fare sui vari contesti di lavoro. La percentuale più alta di sanitari che chiedono il part-time sono donne e lo chiedono per accudire la famiglia, mentre la richiesta di part-time da parte degli uomini è per fare formazione e avanzamento di carriera.

Questa visione stereotipata dei ruoli di genere, infatti, influenza direttamente anche la vita delle professioniste, perché si traduce anche in un condizionamento delle loro possibilità. Delle risposte, infatti, emerge che le donne risultano ancora molto condizionate dal ruolo tradizionale di persona dedita alla “cura domestica”. Quasi nell’80% dei casi le professioniste sanitarie, oltre al lavoro, si prendono cura di qualche famigliare,

tanto da riportare un alto livello di “conflitto multi-ruolo”, la situazione cioè di coloro che devono conciliare, non senza difficoltà, la vita privata e quella professionale. Dato che si manifesta concretamente anche nel fatto che il 23% delle donne, rispetto al 7% degli uomini, decide di svolgere la propria professione part-time, con le evidenti ed ovvie penalizzazioni di carriera.

 

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