Chi ha paura del ciclo mestruale? I numeri di Essity - Roba da Donne

Chi ha paura del sangue mestruale? Tutti i numeri del ciclo in Italia

Una ricerca Essity fa emergere dati interessanti su quello che donne e uomini di diverse età pensano delle mestruazioni. Questi sono i risultati.

Chi ha (ancora) paura del ciclo? A quanto pare la risposta è “molte persone”, almeno secondo quanto emerge da una ricerca effettuata nel nostro Paese da Essity, azienda multinazionale svedese che opera nel campo di igiene e salute, in collaborazione con l’Istituto Nazionale AstraRicerche, che ha intervistato più di 1000 italiani, uomini e donne, di età diverse.

È emerso che le mestruazioni sono vissute male da oltre la metà delle donne intervistate (54,1%) che associa al ciclo una sensazione di dolore e disturbi frequenti che sono soprattutto gonfiore, dolore pelvico, stanchezza fisica e cambiamento dell’umore.

Il 27, 4% dichiara di provare disagio e imbarazzo, mentre il 23,6% considera il ciclo mestruale una condizione invalidante, e solo il 19,3% delle intervistate lo associa a una “potenzialità generativa”.

Va però detto che c’è un 12,3% che vi associa l’idea di depurazione, superiore rispetto a quella di “schifo” (5,1%), mentre quella di sensualità/femminilità (15,1%) vince su quella di minorità/inferiorità (3,1%).

Leggendo questi dati si capisce perché non ci si debba arrestare e si abbia sempre più bisogno di parlare di mestruazioni, al fine di normalizzarle, finalmente.

Essity e la campagna “Blood normal”

L’azienda svedese annovera tra i suoi brand TENA, Nuvenia, Tempo, Tork, Demak’Up, Libero, Leukoplast, Jobst e Actimove, e proprio nel novembre del 2019 aveva lanciato la campagna “Blood normal”, attraverso un spot rivoluzionario nel suo genere, dato che, per la prima volta, mostrava il sangue mestruale nel suo colore vero, rosso, preferendolo al classico blu usato generalmente negli spot di assorbenti e tamponi (ma anche l’imperdibile Viva la vulva, un vero inno per tutte alla femminilità).

Per portare avanti il suo impegno di sdogmatizzazione delle mestruazioni Essity ha quindi condotto questa particolare ricerca, in cui ha intervistato 1633 italiani, uomini e donne tra i 15 e i 65 anni, sottoponendo loro un questionario da cui è emerso come si parla oggi del ciclo, come si affronta nella vita quotidiana, fino a scoprire le opinioni più diffuse su argomenti come la tampon tax e il congedo mestruale.

Crediamo sia necessario continuare a sostenere un dibattito costruttivo su questo tema, collaborando con gli interlocutori già attivi in questo campo – ha spiegato Massimo Minaudo, Amministratore Delegato Essity Italy SpA – Solo insieme saremo in grado di trovare le soluzioni migliori per abbattere i tabù e contribuire al progresso della nostra società. Questa ricerca rappresenta per noi l’inizio di un nuovo immaginario sulle donne, più aperto, inclusivo e informato.

Perché bisogna parlare di mestruazioni

Perché è l’unico vero modo che abbiamo per eliminare le discriminazioni e i tabù ancora esistenti in merito; che esistono, oggettivamente, e non sono “solo una nostra percezione”. Ce lo ricordano non solo le tante limitazioni e divieti imposte alle donne mestruate in varie parti del mondo (ricordiamo il chaupadi nepalese, ad esempio, o l’impossibilità per molte donne induiste di accedere ai templi nel periodo delle mestruazioni), ma anche, più vicino a noi, le tante superstizioni legate al ciclo e i tanti soprannomi che ci siamo inventati pur di non chiamarlo con il suo nome.

A parlare liberamente di mestruazioni, secondo la ricerca Essity, sono soprattutto le donne più giovani e nel Sud del Paese. Ma c’è un confortante 70,1% del campione (uomini e donne) che è concorde nell’affermare che parlare del ciclo mestruale sia importane anche per gli uomini. Il 69,0% ritiene inoltre che  il tema dovrebbe essere affrontato regolarmente e con serietà, in modo da migliorare la salute delle donne contrastando l’ignoranza diffusa su alcuni disturbi e malattie legate alle mestruazioni.

In famiglia

Due intervistate su tre affermano di aver ricevuto comprensione e supporto (67,2%) ma solo una su due è stata preparata prima del ciclo mestruale (49,8%) e, in generale, sembra che se ne parli troppo tardi, senza contare che per un terzo delle famiglie affrontare il tema è ancora un problema. Parlare serenamente del tema ai figli già prima che si trovino ad affrontare la pubertà è invece molto importante, perché aiuterebbe le bambine ad arrivare più consapevoli a quel momento, comprendendo che si tratta di una fase del tutto naturale e fisiologica, ma insegnerebbe anche ai maschi che il ciclo mestruale fa parte della vita di ogni donna e non deve essere guardato con sospetto o “diffidenza”.

Con gli uomini

A dispetto di quel confortante 70% e oltre che ritiene sia importante che anche gli uomini parlino di mestruazioni c’è una parte, nel sesso maschile, che pensa ancora che le donne abbiano minore capacità di giudizio durante il ciclo (18%) e rendano meno al lavoro (18%).

Sbalzi d’umore, cambiamenti ormonali, dolori da ciclo possono certamente inficiare la giornata di una donna, ma non certamente la sua capacità di giudizio né la sua produttività sul lavoro, a meno che non si parli di situazioni di dismenorrea grave, per cui si discute da tempo del congedo mestruale (di cui ci occuperemo fra poco).

Tabù e superstizioni

Sono alla base dei tanti pregiudizi che ancora oggi esistono sul ciclo mestruale, e questa è una consapevolezza comune, tanto che addirittura il 67% degli intervistati ritiene che il non parlare delle mestruazioni abbia contribuito ad alimentarne false idee e superstizioni.

C’è solo una piccola parte, il 27,5%, che lo considera un argomento da tenere per sé, mentre ambo i sessi sono largamente concordi sul sottolineare che la maggior parte delle persone consideri le mestruazioni un tabù (il 45,3%).

 Tampon tax e congedo mestruale

Da tempo si discute di abbassare la tassazione su assorbenti e tamponi mestruali, ancora considerati “beni di lusso”, almeno a giudicare dall’imposta con cui vengono immessi sul mercato, con un’IVA pari al 22%. Nel novembre del 2019 c’è stato un primo abbassamento al 5%, ma valido solo per i prodotti che si decompongono in breve periodo – sei mesi per i bio e tre mesi per i compostabili; una scelta “green” sicuramente apprezzabile che, però, tiene lontane ancora molte marche, le più utilizzate dalle donne nel periodo del ciclo.

Il 63% delle donne intervistate considera inaccettabile la tassazione al 22%, e non è difficile capire perché: le mestruazioni non si scelgono, si hanno e basta.

Ma se sulla tampon tax le idee sono piuttosto chiare, il discorso invece cambia per il congedo mestruale, di cui il 54,5% delle donne e il 55,6% degli uomini non ha mai sentito parlare.

Eppure, parliamo di una proposta di legge portata in Commissione lavoro nel 2017, e di una situazione che è già realtà in Giappone addirittura dal 1947, e che la Nike ha invece offerto alle dipendenti da poco più di una decina d’anni. La legge prevede fino a tre giorni al mese di permesso retribuito per tutte le donne lavoratrici con dismenorrea, ovvero un ciclo mestruale invalidante: parliamo di una vera e propria patologia che solo nel nostro Paese in Italia colpisce tra il 60 e il 90% delle donne, e causa emicranie, crampi addominali e dolori alla schiena invalidanti nel 30% dei casi.

Sulla proposta di legge i pareri sono concordi: il 34,6 di donne e il 33,6% di uomini sostengono che un Paese civile dovrebbe riconoscere la possibilità a chi sta male di non lavorare. Tuttavia, non sono poche le donne che temono un peggioramento della situazione lavorativa femminile: molte intervistate infatti hanno dichiarato che il congedo mestruale potrebbe aumentare la diffidenza dei datori di lavoro verso le assunzioni di donne (35,2% le donne e 28,6% gli uomini), mentre il 27,9% delle donne e il 22,6% degli uomini ritiene che una legge simile “sminuirebbe le donne, lasciando passare il concetto che la capacità lavorativa di una donna varia in base ai cambiamenti ormonali”.

In riferimento al congedo mestruale, però, come detto parliamo di casi limite, che devono essere ovviamente confermati da certificato medico e risultare invalidanti.

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