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Galleria: “Non andavo a feste o aperitivi, mi sono autoesclusa: tutto per la celiachia”

“Non andavo a feste o aperitivi, mi sono autoesclusa: tutto per la celiachia”

Valentina vive da sempre con la celiachia. E ci ha raccontato dei pregiudizi che ha dovuto sopportare, e del desiderio di trasformare la difficoltà in opportunità.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Le interviste di RDD”

Ma se mangi il pane poi muori?

La frase che suona strana un po’ a tutti non ha lo stesso effetto su Valentina. Perché lei, scopertasi celiaca da bambina, in tempi in cui di celiachia si parlava come di una malattia “terribile”, e la si guardava con il sospetto e la diffidenza riservata solo ai grandi misteri della scienza, quelli inspiegabili e che per questo incutono i più grandi timori, queste parole se le è sentite ripetere fin troppe volte.

Di fronte a queste, però, non ha scelto di aspettare in maniera passiva che la medicina progredisse e le persone comprendessero e non vedessero più nel celiaco solo il “malato”, ma una persona del tutto sana e solo con delle esigenze alimentari diverse. Lei si è data da fare per realizzare quello che il mondo ancora non le permette totalmente di fare, ovvero godere del cibo come piace a lei senza rischi e senza essere guardata con malcelato compatimento dagli altri.

E ha aperto un forno. Con prodotti fatti da lei, sfornati giorno dopo giorno, che sembrano voler gridare “Guardatemi, sono celiaca ma questo non significa che non possa mangiare una torta!”.

Mi ha colpito un suo post Facebook, questo.

Vi scrivo da una piccola cittadina situata al termine della Liguria, sul confine della toscana. Terra di mare, terra di poeti e terra di cibo prelibato.
Sono celiaca.
Nascere celiaci in un posto in cui la dieta della popolazione è composta al 70% da focaccia non è stato per niente facile.

Immaginate di andare a fare colazione e vedere le persone intorno a voi inzuppare dei triangoli di focaccia nel cappuccino e assaporarli con un espressione simile all’estasi (alcune persone davanti a questa scena rimangono disgustate, ma se verrete da queste parti vi consiglio vivamente di provare e farmi sapere).
Immaginate di pranzare in giro e accontentarvi di un’insalata mentre gli altri gustano focacce farcite (un grande classico è la focaccia con dentro la farinata).
Immaginate infine di andare a fare un aperitivo e non poter mangiare nulla insieme al vostro drink perché il tagliere sotto ai vostri occhi è anche lui pieno zeppo di focaccia di ogni forma e colore.
Ecco, questo è più o meno il riassunto della vita di noi celiaci in Liguria. Fortunati, eh?
Insomma, tutto questo era per dirvi che per me la rinuncia al buon cibo ed al cibo in generale nelle situazioni di vita sociale è da sempre stato un grosso problema.
Da piccola mi imbarazzava dover dire che sono celiaca e soprattutto mi mettevano in seria difficoltá le domande che seguivano alla mia dichiarazione:
“Cosa vuol dire?”
“Ma se mangi il pane muori?”
“Ma se assaggi solo un pezzettino ti succede qualcosa?”
“Ma poi ti passa?”
“MA SI ATTACCA?!”

Ecco, per evitare tutto questo ad un certo punto ho deciso di non uscire più.
Non andavo alle feste, non andavo ai compleanni, non uscivo il pomeriggio a fare un giro, niente aperitivi, niente compleanni, niente appuntamenti romantici con la mia cotta del liceo..niente di niente.
Mi sono autoesclusa e questo ha condizionato non poco la mia vita.
Mi sono costruita da sola la gabbia dorata della solitudine.
Ho iniziato presto ad imparare a cavarmela e tutt’oggi penso che il mio più grande talento sia quello di sapermi arrangiare.
Probabilmente è un talento che abbiamo in comune tutti noi affetti da celiachia: ci sappiamo arrangiare, ci sappiamo accontentare e soprattutto sappiamo godere ed apprezzare anche il più piccolo gesto di attenzione e garbo nei nostri confronti.
Ad un certo punto, a 18 anni circa, qualcosa è scattato nella mia testa ed ho deciso che da quel momento in poi non mi sarei più emarginata ma anzi avrei parlato, raccontato e risposto a tutte le domande stupide che mi sarebbero arrivate.
Ho notato che la mia sicurezza e la presa di coscienza del fatto che non ero un’appestata hanno automaticamente creato nelle persone che mi si avvicinavano un’attenzione positiva nei miei confronti: ai compleanni avevo un vassoio con cibi a me dedicati, all’aperitivo potevo mangiare olive, patatine e altri stuzzichini, a cena a casa di amici tutti mangiavano pasta senza glutine per non rischiare che mi sentissi male e così via.
Una rivoluzione.
Quello è stato il momento in cui ho capito che potevo impegnarmi ancora di più per fare in modo che il senza glutine fosse argomento conosciuto e trattato da tutti.
Ho studiato, ho cucinato, ho buttato via intere teglie di roba, ho frequentato un corso specifico ed ho deciso di aprire un forno in cui non entrasse nemmeno una briciola di glutine.
Ed ora eccomi qua, a scrivervi seduta dietro il bancone di “Valentina Gluten Free”, circondata da pane, pizza, focaccia, torta di mele, cupcakes, muffins e crostate che ho finito di sfornare poco fa.
Sono sola e vivo le mie giornate dentro il laboratorio ma dal giorno che ho inaugurato non ho mai smesso di sorridere.
Oggi la celiachia è conosciuta e abbastanza trattata sia sui giornali che in televisione, ma siamo ancora tanto tanto indietro per quanto riguarda la “normalizzazione” della vita di un celiaco.
Dovreste vedere le espressioni dei bambini che entrano nel mio negozio e trovano la focaccia appena uscita dal forno.
Ecco, se vedeste i loro occhi in quel momento capireste esattamente quello che intendo.
Il senso di questo papiro che vi ho scritto è questo: trasformare una propria debolezza in qualcosa di positivo è possibile.
Il turning point della mia vita è stato la presa di coscienza del fatto che potevo rendere la mia malattia il mio punto di forza e soprattutto potevo aiutare le persone come me a sentirsi più “normali”, meno emarginate.

Poi, però, Valentina ha reagito, si è rimboccata le maniche ed è riuscita a “trasformare una propria debolezza in qualcosa di positivo”. Una frase che mi è rimasta impressa, e per cui decido di intervistarla.

Come prima cosa, le chiedo se c’è stato un momento preciso in cui si ricorda di aver preso consapevolezza del fatto di non essere “una malata”, e di non voler essere vista come tale.

Il momento preciso in cui ho deciso che le cose dovevano cambiare me lo ricordo benissimo – mi racconta – avevo 18 anni, ero una ragazzina fragile e solitaria ed ero stufa di sentirmi diversa dagli altri a causa della celiachia. Fino a quel momento avevo sempre evitato cene al ristorante, compleanni e aperitivi per non dovermi trovare nella situazione di non poter mangiare o di dover spiegare davanti a tutti le mie difficoltà.
A 18 anni ho detto basta a tutte queste paure e ai limiti che mi ponevo da sola, ho deciso che avrei imparato l’autoironia e mi sarei presa in giro da sola prima che lo facessero gli altri.
Mi sono fatta il mio primo tatuaggio (la spiga barrata sulla spalla) e ho iniziato a studiare la mia condizione sia sui libri di materia medica che su quelli di cucina.

Essere stata una bambina celiaca, in tempi in cui di gluten free e celiachia forse non si sapeva ancora molto, non dev’essere però stato facile…

Una bambina celiaca 30 anni fa non viveva in una situazione facile. La celiachia era quasi sconosciuta, non si parlava di contaminazione, non c’erano prodotti nei supermercati ma solo in farmacia. Ve la immaginate una ragazzina che va a comprarsi il pane e i biscotti in farmacia?
Mi vergognavo.
In più, proprio a causa del fatto che di celiachia non si parlava, le persone non si fidavano a darmi da mangiare e quindi spesso dovevo arrangiarmi o aspettare di arrivare a casa per mettere qualcosa sotto i denti.
Le cose sono nettamente migliorate, le possibilità sono aumentate e spero continuino a farlo.

Tu parli di celiachia, ma in generale ogni disturbo, o persino scelta alimentare, che in qualche modo non corrisponda ai “canoni” della società viene guardata quasi sempre con sospetto, con la paura quasi che sia “contagiosa”. Perché secondo te? Viviamo in un mondo dove, a dispetto di tante campagne per la diversità, la comfort zone è ancora rappresentata dall’essere tutti uguali?

La diversità, si sa, viene sempre guardata con diffidenza.
Le scelte alimentari o i bisogni alimentari dettati da allergie e intolleranze sono disturbanti o ancor peggio sono guardati solo con occhio commerciale, teso a monetizzare.
Credo che questa diffidenza sia solo frutto dell’ignoranza, della pigrizia e della mancanza di curiosità; é per questo motivo che parlo continuamente di celiachia o delle altre ‘sfighe alimentari’: spero che parlandone spesso e in termini leggeri e simpatici qualcosa si smuova nella testa delle persone, che la situazione si normalizzi e si abbattano le diffidenze.

Tu, intanto, ci hai provato con Valentina Gluten Free, il nome del tuo forno (con account Instagram ufficiale) che, però, non si limita a essere “solo” un forno… È un progetto in espansione, vero?

Valentina Gluten Free è nato come un luogo fisico, un forno/ pasticceria che fosse un’isola sicura per i celiaci e non solo. Ma il progetto è decisamente più ampio e gli obiettivi principali sono: togliere la patina di ‘cibo per malati’ ai prodotti Gluten Free, renderli appetibili per tutti, normalizzare la condizione dei celiaci rendendoli coscienti del fatto che vittimizzarsi non è la soluzione al problema, insegnare a più persone possibile a maneggiare queste farine così ostiche in maniera da poter fare in casa quello che normalmente si acquista confezionato.

Qual è il messaggio che vorresti trasmettere?

Cambiare la propria condizione è possibile, trasformare qualcosa di invalidante in una propria caratteristica positiva è un processo lungo ma anche questo possibile.
Il cambiamento negli altri, nel modo in cui ci vedono, è qualcosa che parte da noi.

In gallery Valentina ci ha raccontato qualcosa in più di lei e ci ha mostrato alcune delle sue golosissime creazioni.

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