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Un male fisico e psicologico: il tumore al seno

Il tumore al seno porta con sè problematiche fisiche ma anche psicologiche. Analizziamole insieme!
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Il seno è simbolo di fertilità e femminilità sin dai tempi più antichi.

Il trattamento chirurgico del tumore al seno, sia conservativo che demolitivo, è un’esperienza che modifica anche aspetti non correlati all’operazione: equilibrio tonico posturale, il movimento, la coordinazione, la gestualità, l’emozione e il modo di entrare in relazione con il mondo.

Questo significa che gli aspetti psicologici legati a tale patologia giocano un ruolo fondamentale a partire dalla comunicazione della diagnosi passando attraverso la cura e la riabilitazione fino ad arrivare, nella maggior parte dei casi, ad un esito felice della malattia che vede però alcune donne non più capaci di “rientrare” nella vita quotidiana.

Quali sono le maggiori difficoltà emotive che una donna con tumore al seno deve affrontare?

Il tumore al seno irrompe come una catastrofe nella realtà di una donna e la prima cosa che la paziente deve affrontare è la paura di morire, di soffrire, di perdere femminilità.

E’ dunque fondamentale anche continuare a progettare la quotidianità, una propria quotidianità, che tenga conto anche dei normali limiti che questo evento impone ma che allo stesso tempo non trascuri mai anche la femminilità, offesa dalla presenza del tumore ma pur sempre un aspetto fondamentale nella vita di una donna.

Quanto è importante per una donna con tumore al seno parlare apertamente dei pensieri e riuscire ad esternare le proprie emozioni?

E’ fondamentale: la prima tentazione che si ha quando si scopre di avere un tumore al seno è quella di chiudersi nel silenzio per proteggere gli altri e se stessi… ma in realtà è proprio ciò che dev’essere evitato.

Imparare a parlare più liberamente dei pensieri, delle emozioni, degli stati d’animo e delle paure è fondamentale non solo perché rappresenta una valvola di sfogo ma anche perché diventa un modo per dar senso a quello che sta succedendo, per capire quali sono le difficoltà più importanti, per far capire agli altri ciò di cui si ha bisogno e per continuare a progettare la propria vita.

In che modo il partner, le amicizie, i figli possono essere di aiuto per il benessere psicofisico della donna nel periodo di diagnosi e trattamento del tumore?

Il sostegno principale è bene che arrivi sicuramente dal partner, è stato infatti dimostrato che le donne che hanno avuto supporto dal partner infatti sono anche quelle che hanno avuto migliore adattamento emotivo sia dopo la diagnosi sia durante il trattamento.

Per quanto riguarda i figli, il problema è vissuto con più ansia ma anche in questo caso è sconsigliato il silenzio. Una madre concentrata su altro, che a volte non c’è e che ha difficoltà legate alla malattia sono “cambiamenti” visibili a tutti, situazioni che se non sono spiegate esplicitamente dai genitori, vengono erroneamente fraintese dai figli, creando malintesi, sofferenza e paure a volte immotivate.

Come comportarsi in caso di diagnosi di tumore al seno?

Innanzitutto evitiamo il silenzio: il silenzio non aiuta a recuperare benessere e ottimismo. Il silenzio non cancella magicamente una diagnosi di cui per altro non bisogna vergognarsi ma anzi… il silenzio pone una distanza con le altre figure importanti nella nostra vita che può ferirle e che priva noi del loro valido supporto. Il supporto dell’amore!

Impariamo poi a ridefinire i ruoli e ad organizzare il tempo per sottoporsi alle cure mediche e per condividere con la famiglia la presenza di questo evento avendo sempre ferma la consapevolezza che non si è soli ad affrontare la malattia.

Durante il momento preciso della diagnosi può capitare di vivere la strana sensazione di estraniazione dalla realtà, di vivere un sogno, di sentire rumori e voci attutite e di avere una percezione ridotta di quello che ci circonda e di quanto viene detto dal medico: una chiara dimostrazione di quanto forte sia lo shock subito in quel momento.

Shock che di fatto non è legato alla malattia in sé, quanto più alla percezione di un disequilibrio nel proprio sistema di vita (“non potrò più accompagnare i miei figli a scuola, non sarò più la stessa…”), la chemio, oltre al pensiero di morte inevitabilmente legato alla parola cancro.

Laccettazione della malattia non è correlata solo alla gravità ma a molti fattori quali il significato psicologico della malattia, stili di coping, temperamento, e nucleo familiare attribuito alla malattia; fattori culturali e religiosi, età, processo di identificazione, assetto familiare e personale…

Cura e riabilitazione

Il seno è indubbiamente una parte del corpo ad alta valenza emotiva: è legato alla femminilità, alla sessualità, alla maternità; fascino e seduzione ne esaltano il ruolo estetico. Talvolta una diagnosi di carcinoma porta la paziente a vivere una sorta di disintegrazione: seno non come parte di me ma come una parte malata.

Per ciò che concerne l’intervento è bene tener presente che l’impatto per una donna con un seno di grandi dimensioni è differente rispetto a quello di una donna con un seno di piccola taglia.

Il chirurgo, operando al seno una donna, ne modifica il modo di muoversi, di porsi nello spazio, di mostrarsi al mondo, il corpo si muove in relazione al contesto; il contesto genera cambiamento dello spazio corporeo. Già la comunicazione della diagnosi cambia il contesto e come la paziente si muove in relazione ad esso, quindi la ferita non è solo del corpo ma anche del gesto, del movimento e dell’anima e crea quindi una sorta di limitazione percettiva.

Ciò comporta inevitabilmente un senso di non accettazione di sé ed una fatica a recuperare una propria immagine globale anche laddove sia l’intervento che le cure successive hanno portato ad un esito felice della malattia.

Perché a me… ?

Questa è sicuramente la domanda più frequente e talvolta capita di cercare risposte a questa domanda in alcuni fattori di rischio psicosociale: alta incidenza di avvenimenti stressanti; repressioni emozionali, scarso supporto sociale, tratti di personalità o stati generici di sofferenza.

È fondamentale fare attenzione al peso delle “parole” che ascoltiamo, poiché il rischio che si corre è che la malattia venga percepita come un qualcosa di colpevolizzante… quando invece non lo è!

Concentriamoci sull’eziologia: il cancro è un evento narrativo della storia del paziente e non un fatto causale.

La riabilitazione psicologica

L’angoscia scatenata dalla scoperta del tumore, dall’intervento chirurgico, dall’eventuale mutilazione, dalle inevitabili distorsioni dei rapporti familiari e sociali richiede sicuramente un intervento psicologico mirato.

Lo scopo di questo tipo di supporto è quello di sostenere il tono dell’umore e di aiutare la donna a ristabilire le condizioni di equilibrio psicologico alterato dalla malattia.

Le angosce che il cancro scatena devono essere elaborate ed incanalate in un sistema capace di attivare adeguati meccanismi di difesa e devono poi essere combattute attraverso l’apprendimento di strategie utili a spostare il corso dei pensieri dalla malattia ad altri aspetti positivi della propria vita, valorizzandoli ed evidenziandoli per ridimensionare sentimenti e pensieri negativi.

Di fronte all’evento traumatico “cancro”, alla prospettiva di un intervento chirurgico, al rischio di morte o di mutilazione, ogni persona agisce e reagisce secondo le sue caratteristiche individuali.

Da qui deriva la necessità di modulare lintervento psicologico tenendo conto, per quanto possibile, della personalità della donna, dei suoi meccanismi di difesa e di adattamento nei confronti dell’esperienza che sta vivendo.

La diversità con cui le donne vivono la malattia si manifesta nel modo di sperimentare il male: alcune vedono il cancro come minaccia che proviene dall’esterno, altre come un’entità endogena non controllabile, altre come l’espiazione di una colpa, altre come una lezione, un attacco alla propria autostima con sentimenti di autosvalutazione e di vergogna.

 

Si ringrazia la dott.ssa Alice Fontana per l’aiuto nella stesura dell’articolo.