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In arrivo il congedo mestruale? Ecco chi (e come) ne potrà usufruire

Presto anche in Italia le donne che soffrono di dismenorrea, ovvero di un ciclo mestruale doloroso, potrebbero godere del congedo dal lavoro per un massimo di tre giorni. La proposta lanciata alla Camera è in fase di discussione, ma c'è già chi pensa ai risvolti negativi che potrebbe avere.
Fonte: web

Arriva il congedo mestruale in Italia? Per ora la proposta di legge avanzata alla Camera dei Deputati per garantire uno stop dal lavoro per le donne che soffrono di dismenorrea, ovvero di un ciclo mestruale piuttosto doloroso, è appena in fase di discussione, ma presto tutto questo potrebbe diventare realtà. Anche perché, siamo sincere, a dispetto di quello che molti spot degli assorbenti vogliono farci credere, noi donne sappiamo fin troppo bene quanto le mestruazioni possano rappresentare qualcosa di estremamente doloroso, capaci di minarci nel fisico e di conseguenza anche nella mente, rendendoci meno attive e perciò, inevitabilmente, anche meno produttive dal punto.

Del resto, la proposta avanzata alla Camera dalle deputate del Partito Democratico Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato, potrebbe essere mutuata da quella lanciata tempo addietro da Coexist, azienda di Bristol, che per prima ha avuto l’idea di concedere un congedo ufficializzato per ciclo mestruale.

Inoltre, se pensiamo che il congedo mestruale in altri paesi del mondo esiste già da moltissimo tempo, quello dell’Italia non sarebbe altro che un più che lecito passo in avanti verso la tutela delle proprie lavoratrici: in Giappone, ad esempio, il permesso per ciclo è stato istituito addirittura nel 1947, in Indonesia un anno più tardi. La Corea del Sud ha adottato il provvedimento nel 2001, mentre quattro anni fa è stata la volta di Taiwan. Questa attenzione tutta orientale nei confronti della lavoratrice che soffre di dismenorrea dipende dalla credenza popolare che una donna a cui non venga permesso di riposare nei giorni del ciclo avrà maggiori difficoltà durante un eventuale parto; è una sorta di protezione della natività, insomma. Anche la Nike, comunque, nel 2007 ha introdotto il congedo per ciclo mestruale nel proprio codice di condotta.

Ad ogni modo, esistono anche buone ragioni fisiologiche per comprendere che probabilmente vale davvero la pena concedere dei giorni di riposo alle donne con dismenorrea, la cui percentuale oscilla addirittura tra il 60 e il 90% della popolazione femminile totale nel nostro paese: secondo alcuni dati riportati da Studio Cataldi, la patologia causerebbe tassi di assenteismo altissimi, fra il 13 e il 51% da scuola e fra il 5 e il 15% dal lavoro.

Naturalmente deve essere accertata l’effettiva presenza del problema: secondo il contenuto della proposta di legge la donna che soffre di dismenorrea avrà diritto a un massimo di  tre giorni di astensione dal lavoro, previa certificazione medica da parte di uno specialista presentata al proprio datore di lavoro, nella quale si evidenzi appunto l’esistenza della patologia. Tale certificazione dovrà necessariamente essere rinnovata ogni 31 dicembre e riproposta al datore di lavoro entro il 30 gennaio.

Chi può usufruirne?

Godrebbero del congedo per ciclo mestruale tutte le lavoratrici subordinate o parasubordinate, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinato, a progetto, a tempo pieno o part  time. Durante l’astensione dal lavoro la donna avrebbe comunque diritto a percepire una contribuzione piena con un’indennità pari al 100% rispetto alla retribuzione giornaliera. Ciò significa, ed è estremamente importante, nessuna detrazione dal proprio stipendio. Inoltre, i tre giorni in cui si resterà a casa non saranno in alcun modo equiparati ad altre cause di assenza dal lavoro, in primis la malattia. Non ci sarà, insomma, nessun tipo di assimilazione tra i due permessi, né dal punto di vista retributivo né dal punto di vista contributivo.

Insomma, mentre la situazione lavorativa delle donne nel nostro paese continua a vederle comunque in una posizione di svantaggio rispetto ai colleghi uomini, con stipendi che, a parità di mansioni e di titolo di studio, sono sempre a favore del cosiddetto sesso forte, penalizzazioni in seguito a gravidanze (secondo i dati Istat relativi al 2015, una donna su tre lascia l’impiego dopo il primo figlio) e carriere che solo nel 61% dei casi seguono percorsi standard, contro il 69% degli uomini, questa proposta, attualmente allo studio presso la commissione del lavoro, potrebbe sancire il riconoscimento di una importante tutela. Anche se, a tal proposito, c’è già chi ha sottolineato il rovescio della medaglia: i detrattori sostengono infatti che, senza gli opportuni controlli, molti datori di lavoro si sentirebbero sempre più propensi ad assumere lavoratori uomini in sede di colloquio piuttosto che donne, a cui dovrebbero poi concedere -pagandolo- il congedo mestruale.