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Donne e uomini sono uguali? Probabilmente c'è chi continuerà a discutere di questo per sempre, ma nel frattempo alcune testimonianze choc, come quella di Joe e Rachel, dimostrano che persino negli ospedali il sessimo è tristemente dilagante.
Fonte: crystal ro @buzzfeed

Sessismo è una parola odiosa eppure quanto mai attuale. Già, perché in un mondo che, nonostante una paventata apertura mentale, in realtà rimane spesso ancorato a pregiudizi e discriminazioni, le donne continuano a essere oggetto di scherno, di odiose disparità, vittime di gravi manchevolezze… persino, sembra incredibile ma è così, fra le corsie degli ospedali.

Non bastava l’intolleranza dilagante e il maschilismo ancora fermamente impregnato nella nostra società, testimoniato recentemente persino da programmi televisivi che si sono prestati, più o meno volontariamente, a farsi promotori di messaggi altamente equivocabili e davvero di cattivo gusto; un recente articolo sul The Altantic denuncia il fatto che, persino dove dovrebbe esistere la massima imparzialità e il rispetto per chiunque dovrebbe essere garantito come diritto inviolabile, come appunto in ospedale, sembra invece esserci una sorta di “corsia preferenziale” per il sesso maschile.

O almeno, questo è quello che emerge da questa storia, che sta facendo discutere molto i media americani e ha trovato conferme nelle testimonianze dei lettori. Questa storia è successa a Brooklyn. È la storia di un marito che porta la moglie in ospedale dopo averla vista contorcersi per il dolore, un dolore inspiegabile, improvviso, che può far pensare proprio a tutto.

Mia moglie non è una persona tragica- spiega lui- una volta si è tagliata di netto un dito e ha riso per tutto il viaggio in macchina verso l’ospedale. Si è infortunata durante un allenamento per la maratona ma l’ha comunque portata a termine. Ma quel mercoledì mattina Rachel piangeva per il dolore agitandosi nel letto fino quasi a perdere i sensi, così ho chiamato un’ambulanza.

E l’ambulanza arriva, dopo un tempo che a Joe, questo il nome del marito, e alla povera Rachel, sofferente, deve essere sembrato interminabile. Eppure, per una maligna ironia, la coppia non poteva sapere che la loro attesa era appena cominciata.

A Rachel viene chiesto quanto sia forte il suo dolore da 1 a 10, lei risponde “Undici“, ma, appena arrivata al Brooklyn Hospital Center viene mollata lì, senza che nessuno si occupi di lei. C’è il triage, l’accettazione ospedaliera, e in quella struttura, come in tutte le strutture ospedaliere americane, hanno cinque codici diversi per indicare la gravità del paziente, che vanno dal “quasi morto” al “non urgente”, da curare al massimo entro 24 ore. Joe pensava che la moglie rientrasse in uno dei codici più importanti, visto il tenore della sua sofferenza, ma interpellando un’infermiera l’unica cosa che si è sentito rispondere è stata:

Deve aspettare il suo turno.

La media di attesa di un paziente negli States, spiega Joe a theatlantic.com, è di 28 minuti prima di riuscire a vedere un dottore. Ma al Brooklyn Hospital Center, dove sono loro, i tempi si dilatano, fino a triplicarsi, a raggiungere un’ora e 49 minuti. Ma l’attesa sua e di Rachel era molto, molto più lunga.

Calcoli renali“, sancisce molto sommariamente un’infermiera; Rachel viene messa in un letto, e le viene dato dell’idromorfone per il dolore.

Il saggio di Leslie JamisonGrand Unified Theory of Female Pain” sottolinea come in genere negli ospedali i dolori delle donne vengano minimizzati, banalizzati, talvolta persino ridicolizzati.

I dolori femminili sono percepiti come costruiti, o esagerati. […] Le donne hanno più probabilità di essere trattate in modo meno aggressivo nei loro incontri con il sistema sanitario solo quando sono in grado di dimostrare che provano dolore come i  pazienti di sesso maschile, un fenomeno che nella comunità medica è conosciuto come Yentl Syndrome.

In tutti gli Stati Uniti, gli uomini aspettano in media 49 minuti prima di ricevere un analgesico per i dolori addominali, le donne 65. Rachel ha aspettato qualcosa come un tempo compreso tra i 90 minuti e le due ore.

E la diagnosi emessa così velocemente dall’infermiera, quella di calcoli renali, non convince affatto i coniugi, neppure quando un medico la conferma, senza far fare a Rachel nemmeno un esame. Solo dopo che finalmente le viene fatta fare una CT, una tomografia computerizzata, il dottore nota un’evidente massa a livello addominale.

Lì ci siamo sentiti persi- racconta Joe- Non solo perché le nostre menti si sono riempite con parole come tumore e cancro e maligno. Non solo perché Rachel era diventata mezza matta per l’attesa e il dolore. È stato perché abbiamo aspettato il nostro turno per tutta la giornata, peggio di un ufficio burocratico, per scoprire che eravamo stati in una situazione di emergenza per tutto il tempo.  

Cosa deve fare una donna per farsi notare in ospedale, e assicurare che i suoi dolori siano reali e per nulla esasperati? Il vignettista Crystal Ro ci ha scherzato su con queste immagini per BuzzFeed? ma è un’ironia amara, così come l’ironia di chi propone:

Fonte: crystal ro @buzzfeed

Forse dovremmo davvero portare un uomo sempre con noi per descrivere i nostri dolori? Oppure diventare un membro del cast di Grey’s Anatomy per essere prese in considerazione?

Magari potrebbe essere una soluzione scrivere i sintomi con la benzina nel parcheggio dell’ospedale e poi appiccare il fuoco, stile American Beauty; o magari armarci di megafono per urlare a tutto lo staff sanitario cosa proviamo.

Fonte: crystal ro @buzzfeed

Gli esami con ultrasuoni, alle otto di sera, hanno finalmente dato il responso definitivo: Rachel soffriva di una torsione ovarica, causata da una cisti ovarica troppo cresciuta che aveva letteralmente attorcigliato le tube di Falloppio; una patologia dolorosissima che, come scritto in un articolo sul Case Reports in Emergency Medicine,

… rappresenta una vera emergenza chirurgica , le cui ramificazioni includono la perdita delle ovaie, infezioni intra-addominali, la sepsi, e persino la morte. La migliore possibilità di salvare un ovaio ritorto è un intervento chirurgico entro otto ore dall’avvio del dolore.

Alle 22 e 30, circa dodici ore dopo il loro arrivo in ospedale, 14 ore e mezzo dopo che Rachel ha iniziato ad avvertire dolore, viene finalmente mandata in sala operatoria.

Rachel fisicamente sta bene- dice ora il marito- può riprendere con le sue lunghe amate corse, ma le è rimasto il trauma che lei definisce “dell’invisibilità”. Ha degli incubi di notte, a volte. Spesso guardiamo le sue cicatrici insieme, guardiamo come il rosa della ferita pian piano si confonda con il resto della carne. Forse un giorno diventeranno invisibili, forse non lo faranno mai.